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coming soon
#announcement#service
“Nessuna comunità, tantomeno un continente, può vivere in #pace e prosperare senza verità comunemente condivise che informino le sue norme e i suoi valori”. Ne è convinto Papa #LeoneXIV, scrivendolo nel messaggio, redatto in lingua inglese e firmato dal sostituto della Segreteria di Stato, mons. Edgar Peña Parra, inviato ai partecipanti alla Conferenza sul tema “Costruire la pace in #Europa: quale ruolo per il pensiero sociale cattolico e i valori universali?”, promossa dalla Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece), dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e dalla Luxembourg School of Religion & Society, in programma oggi a Lussemburgo.
Nel testo, il Pontefice osserva che “la #crisi sottostante è la diffusione del relativismo e la riduzione della verità a opinione”, sottolineando l’urgente necessità di “abbracciare ancora una volta le verità giudaico-cristiane divinamente rivelate alla radice della società europea, in particolare la verità che la persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio”.
Il Santo Padre ricorda le parole di San Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus: “Nessun autentico progresso è possibile senza il rispetto del diritto naturale e fondamentale di conoscere la verità e vivere secondo quella verità”. Il Vescovo di Roma, infine, evidenzia che “la dottrina sociale della Chiesa va oltre i confini e fornisce una piattaforma per interessi collettivi e modi di vivere, rendendo così possibile la coesistenza pacifica”.
https://x.com/SavinoBalzano/status/1911714804881825817?t=zthCfyyHoKXLTA2cfCicpg&s=19
Trenta secondi sul terrorismo mediatico che abbiamo subito per il crollo delle borse negli ultimi giorni. Anche stavolta siamo stati costretti ad ascoltare le solite panzane di giornalisti e opinionisti che, a reti unificate, ci ripetevano che il calo in borsa stava bruciando miliardi su miliardi.
La cosa che vorrei farvi notare è questa: quando, sotto il governo Draghi, i prezzi dei beni di prima necessità esplodevano per le tasche delle persone comuni, vi hanno trasmesso lo stesso panico? Io ricordo che si spellavano le mani per applaudire il premier in conferenza stampa.
Il costo delle materie prime e dell’energia schizzava alle stelle a causa di sanzioni che avrebbero dovuto mettere in ginocchio la Russia, ma che invece mettevano ko noi. E lui, serafico, ci diceva di spegnere i climatizzatori per difendere Kiev, mentre le pecore belavano entusiaste alla sua corte.
La mia domanda è semplice: questi progressisti impomatati, quelli che si battono contro l’onda nera e la destra destra, chi rappresentano davvero?
La nonnina che deve pagare il doppio per un chilo di mele o i fondi d’investimento che perdono qualche spicciolo quando la borsa storna, dopo mesi e mesi di guadagni sfrenati?
Fatemi sapere.
#Politica#Economia#Borsa#Crisi#Draghi#Sanzioni#CostoDellaVita#Italia
Vale la pena ricordare che in #Ucraina è in corso una #guerra civile a bassa intensità parallela ad una pessima #crisi economica. L'Ucraina è attualmente uno dei paesi europei con i peggiori indici demografici ed i più alti tassi di emigrazione. L'Ucraina è oggi il paese più povero d'#Europa, e secondo molti analisti anche il più corrotto. Rispetto alla tornata elettorale vale inoltre la pena ricordare che alcuni gruppi paramilitari di ispirazione neofascista sono stati addirittura accreditati ufficialmente come “osservatori” ed hanno presidiato i seggi di numerose città ucraine. Molto teso è il clima in vista del ballottaggio che si terrà il 21 aprile tra i due contendenti per la presidenza, #Zelinskij e #Poroshenko: alta la possibilità di provocazioni. Vale infine la pena ricordare che una delle principali formazioni dell'Ucraina pre-Maidan - il partito comunista di #Simonenko - è attualmente fuorilegge così come qualunque altra organizzazione che si richiami all'esperienza sovietica. Negli ultimi cinque anni molte di queste formazioni politiche hanno visto i loro militanti feriti, costretti all'esilio e assassinati. Nella foto: Vadim Papura, 17 anni. Bruciato vivo dai neofascisti ucraini il 2 maggio del 2014 ad #Odessa.
🇺🇸 New Orleans, 1891 — Il linciaggio rimosso degli italiani
New Orleans, marzo 1891. Undici immigrati italiani – quasi tutti siciliani – vennero uccisi in uno dei linciaggi più brutali e dimenticati della storia americana. Erano stati accusati dell’omicidio del capo della polizia David Hennessy, ma un tribunale statunitense li aveva appena assolti per mancanza di prove. La folla non accettò la sentenza: irruppe nella prigione, li trascinò fuori e li finì a colpi di fucile e forca. Il massacro durò poche ore, l’impunità molti decenni.
La stampa e l’odio
In quegli anni gli italiani negli Stati Uniti erano considerati “non bianchi”, sospetti, brutali, legati alla mafia. I giornali alimentarono il fuoco. La stampa locale parlò apertamente della “razza siciliana”, definita "sporchi dagos”, “ibridi mediterranei”, “criminali per natura”. Persino testate nazionali, come il New York Times, descrissero gli italiani come “predisposti alla violenza”. Era un linguaggio politico travestito da cronaca.
Il processo a carico degli immigrati finì per smontarsi da solo: testimonianze confuse, prove inconsistenti, nessuna certezza. Quando la giuria assolse alcuni imputati e dichiarò di non poter condannare gli altri, la città esplose. Migliaia di uomini armati, tra cui notabili, imprenditori e funzionari pubblici, presero d’assalto la Parish Jail. Undici innocenti vennero abbattuti e appesi come trofei. Nessun colpevole venne mai incriminato.
La crisi internazionale
La notizia attraversò l’Atlantico come un’onda d’urto. Il Regno d’Italia reagì con la massima durezza: l’ambasciatore fu richiamato, le relazioni diplomatiche interrotte e la stampa italiana gridò all’umiliazione nazionale. Roma mobilitò la propria opinione pubblica e, silenziosamente, anche parte della sua Marina.
In quei giorni, una cannoniera della Regia Marina – in missione nel Mar dei Caraibi e ancorata a Cuba, allora importante piazza navale – ricevette l’ordine di spostarsi a ridosso della foce del Mississippi, davanti alla stessa New Orleans. Era un gesto calibrato: non una provocazione militare, ma la dimostrazione concreta che l’Italia aveva mezzi moderni, artiglieria efficiente e volontà politica.
E gli Stati Uniti lo sapevano. Nel 1891 la Marina americana era ancora debole: poche navi moderne, molta flotta obsoleta e un apparato bellico inferiore a quello delle grandi potenze europee. La Regia Marina italiana, invece, era tra le più avanzate del mondo: incrociatori corazzati, torpediniere e artiglierie moderne, la punta dell’acciaio europeo.
L’ipotesi di uno scontro – pur lontana – non era del tutto irreale.
Le scuse e il denaro
Sotto pressione, Washington scelse la via diplomatica. Il governo degli Stati Uniti presentò scuse ufficiali al Regno d’Italia e accettò di versare un indennizzo finanziario alle famiglie delle vittime. Fu un’ammissione implicita di responsabilità nazionale, ma non arrivò nessuna giustizia interna: nessun linciatore venne processato, nessuna autorità dimissionata.
Quel massacro è ancora oggi un capitolo poco raccontato dell’America razzista di fine Ottocento: quando una folla fu più forte della legge, quando la stampa legittimò l’odio, e quando l’Italia dovette far parlare il linguaggio delle cannoniere per difendere i propri cittadini.
https://t.me/gianlucaprocaccinireport
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Viviamo in un'epoca di trasformazioni epocali. Il saggio di Alexander Höbel, in dialogo con il contributo di Liu Haixia, offre una lucida analisi della crisi dell'egemonia occidentale e delle nuove prospettive che si aprono a livello globale.
Il vecchio centro del sistema capitalistico, guidato dagli USA, è in declino strutturale. Il nuovo non può ancora pienamente nascere, e in questo "interregno" assistiamo a fenomeni morbosi: ritorno della guerra, posture neocoloniali, ideologie suprematiste e la pericolosa tentazione di esercitare un "dominio senza egemonia".
Dall'altra parte, l'ascesa dei BRICS guidati dalla Cina non è solo un cambiamento geopolitico. Rappresenta l'emergere di una logica diversa da quella del capitale finanziario speculativo, orientata allo sviluppo, alla cooperazione e a un nuovo modello sociale: il socialismo con caratteristiche cinesi.
Questo modello dimostra nella pratica l'attualità del socialismo. Non è un ritorno al passato, ma un percorso originale che utilizza il mercato in funzione di uno sviluppo complessivo di sistema, mantenendo la proprietà pubblica e la pianificazione come cardini. Per la prima volta dopo decenni, la parola "socialismo" torna nel dibattito pubblico con un'accezione positiva, come progetto capace di affrontare le grandi sfide globali: pace, clima, giustizia.
La lotta per un mondo veramente multipolare è oggi la lotta per la pace e per una "comunità di destino condiviso" per l'umanità. È significativo che la leadership cinese ponga al centro la risoluzione dei problemi comuni, a differenza delle classi dirigenti capitalistiche occidentali che mirano a salvare solo sé stesse.
Come comunisti e progressisti, abbiamo molto da imparare da questo dialogo. Nonostante le differenze di contesto, esistono significative analogie tra il percorso del PCI e quello del PCC: la ricerca di una via nazionale al socialismo, l'idea di una transizione lunga e complessa, il progetto di un'economia mista con un ruolo egemonico del settore pubblico, la costruzione di una democrazia di tipo nuovo.
Il compito oggi è rafforzare lo spirito unitario, la battaglia culturale, i rapporti di massa. Il confronto con i comunisti cinesi può essere prezioso per superare divisioni e soggettivismi. La posta in gioco è alta: il destino dell'umanità e la salvezza della civiltà umana.
Un articolo da leggere e su cui riflettere profondamente.
#Socialismo#Cina#BRICS#Multipolarità#Occidente#Crisi#Gramsci#Marxismo#Pace#Cooperazione
https://www.marx21.it/associazione/declino-delloccidente-e-attualita-del-socialismo/
Il profugo, un invisibile ingombrante.
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