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È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani: al primo blocco per minore età, sono i genitori stessi a presentarsi giurando che l'account è loro, che lo gestiscono loro, che il figlio "lo usa solo ogni tanto". E così ogni filtro salta. Nel nuovo articolo di Arcangelo Rociola su La Stampa ho spiegato perché responsabilizzare le piattaforme è un esercizio a perdere: non esiste verifica dell'età, sistema di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace per riaprire un profilo chiuso, e l'intera impalcatura normativa si sgretola. Il problema non è tecnologico, e non è nemmeno delle piattaforme. Il problema è che continuiamo a chiedere a Meta, TikTok e agli altri di fare il lavoro che spetta a chi quel telefono, quella SIM e quell'account li ha materialmente consegnati a un minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di assumersene la responsabilità. Finché non disincentiviamo (economicamente) questo comportamento, ogni discussione sulla "responsabilità dei social" è teatro. Puro, semplice teatro. 👉 L'articolo completo su La Stampa: https://link.mgpf.it/uD-W