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@GiovaniParola

Giovani di Parola

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Pubblicato7 ott07/10/2025, 18:59
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MERCOLEDI’ 8 OTTOBRE 2025 Dal Vangelo secondo Luca Lc 11,1-4 Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione». Parola del Signore. C’è un momento in cui i discepoli vedono Gesù pregare e ne restano colpiti. Non perché stia facendo qualcosa di strano, ma perché in quel momento sembra che Gesù sia davvero “altrove”, immerso in una presenza, raccolto in un silenzio che parla. E nasce dentro di loro una domanda che è anche la nostra: «Signore, insegnaci a pregare». Non è la richiesta di una tecnica spirituale, ma il grido di chi ha sete. Di chi, in mezzo al rumore e alla corsa della vita, sente che manca qualcosa. Che c’è un desiderio indecifrabile che brucia dentro: quello di vedere il Padre, e parlare con Lui. Viviamo immersi in un quotidiano che spesso ci travolge: notifiche, doveri, aspettative, confronti continui. Tutto è urgente, tutto ci chiede attenzione. Ma sotto questo frastuono c’è una domanda silenziosa che non se ne va: è tutto qui?. Anche quando siamo pieni di cose, capita di sentirci vuoti. E proprio lì, in quel vuoto che fa male, si apre uno spazio prezioso: quello della preghiera vera. Non come abitudine religiosa o ripetizione di parole, ma come gesto di verità. Pregare diventa allora un modo per alzare lo sguardo, per non restare imprigionati nel basso continuo del “fare”, del “correre”, del “funzionare”. Pregare è respirare a fondo e riconoscere che dentro di noi abita una sete più grande di qualsiasi cosa possiamo ottenere: la sete di infinito, di senso, di pienezza. Gesù non ci dà una formula magica, ma un modo di entrare in contatto con questo desiderio. Il Padre Nostro non è solo una preghiera da dire, è una porta che si apre. È il coraggio di chiamare Dio Padre, cioè di riconoscere che non siamo orfani, anche quando ci sentiamo smarriti. È il bisogno di spezzare il pane ogni giorno, ma anche il bisogno di fiducia, di perdono, di protezione, di luce. Pregare così non risolve tutto, ma cambia lo sguardo. Rimette Dio al centro, e noi nella posizione giusta: quella di chi ha il coraggio di cercare. Perché in fondo, ogni volta che preghiamo davvero, non stiamo facendo un atto religioso: stiamo dando voce a quel bisogno profondo di vedere il Padre e parlare con Lui. Quella sete che ci abita e ci spinge a cercare qualcosa – o Qualcuno – che finalmente ci dica: “Tu sei figlio. Tu sei amato. Tu sei a casa.”