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Mario Amato È il 23 giugno 1980 quando, di buon mattino, Amato esce di casa per dirigersi a Piazzale Clodio. Mentre cammina sul marciapiede, due terroristi dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), espressione dello spontaneismo armato di estrema destra, ne decretano la morte sparandogli alle spalle un colpo di rivoltella. Dichiarerà agli inquirenti un testimone oculare : «Intorno alle 7.55 ho visto il dottor Amato che scendeva per via Monte Rocchetta e svoltava per viale Ionio. Ho avuto la sensazione che un uomo vestito di beige Io stesse seguendo». Quell'uomo, alto circa un metro e 75, viso scoperto, capelli bruni e abiti da travet, appare sulla scena con fredda determinazione alle spalle dal giudice. Estrae una calibro 38 e gli esplode un solo colpo alla nuca. Fu Sergio, il figlio piccolo del giudice, ad avvertire la sorella Cristina che era successo qualcosa al loro papà: allora lui aveva sei anni e ricorda di aver sentito la mamma piangere e urlare. Ma la verità la verranno a sapere solo più tardi; sul momento Cristina pensò si trattasse solo di un incidente: "L'ho pensato tutto il giorno, finché mio fratello è arrivato e mi ha detto: «Papà l'hanno ucciso con la pistola»". Amato è titolare di tutte le inchieste sull'eversione nera a Roma e nel Lazio e la sua morte serve a bloccarle. Questa la spiegazione del delitto che viene data nella immediatezza Al Palazzo di Giustizia la notizia della morte di Mario Amato dà vita a una protesta senza precedenti e, finalmente, alla istituzione di un pool per le indagini sull'antiterrorismo di destra che, negli anni successivi, riuscirà a ricomporre "l'arcipelago dei guerrieri fascisti romani".