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@PerNonDimenticare

Per non dimenticare

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Pubblicato18 nov18/11/2018, 09:00
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Francesco Vecchio «Come erano quei giorni? Difficili. Lui cercava di non allarmarci, ma ave­vamo paura. Una volta fui io a rispon­dere al telefono e ad ascoltare le minac­ce». Salvatore, figlio di Francesco Vec­chio, l’imprenditore originario di Aci­reale che venne crivellato di colpi di arma da fuoco il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania, oggi vive e lavora lontano dalla Sicilia ma non per questo si è messo dietro le spalle quella terra che oltre ad avergli dato i natali gli tolse il padre, ucciso dalla mafia. «So chi ha ordinato la morte di mio pa­dre, ma probabilmente non verrà mai con­dannato» dichiara al telefono Salvatore. L’assassinio di Vecchio – ucciso di ri­torno dal lavoro insieme ad Alessandro Rovetta, l’amministratore delegato dell’Acciaieria Megara, la società per la quale l’impren­ditore acese lavorava come direttore del personale – è infatti uno dei pochi delitti eccellenti che negli anni non hanno regi­strato un passaggio giudiziario. Nessun processo, nessun imputato. Sol­tanto delle indagini finite ben presto nel dimenticato­io. Eppure, che dietro l’omicidio dei due ci fosse stata una regia mafiosa lo si era pen­sato sin da subito: nei mesi precedenti, di­versi erano stati gli episodi intimidatori attraverso i quali ignoti avevano avvertito Vecchio di smetterla, di farsi gli affari propri se non voleva che finisse male. «Quella volta in cui fui io a prendere la cornetta – ricorda Salvatore – mi dissero che mio padre era un ‘cornuto’, che ci avrebbero ammazzati». Per capire i motivi che portarono Vec­chio a rendersi inviso agli occhi di chi di lì a poco sarebbe passato dalle parole ai fatti, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo: l’Acciaieria Megara già da tempo era entrata tra gli interessi della malavita organizzata, grazie all’aggiudicazione di un finanziamento di 60 miliardi di lire con il quale la ditta, che già occupava un po­sto di rilievo nel settore, avrebbe puntato a un ulteriore ampliamento. A lavorare nei cantieri erano diverse cooperative che – a detta di Salvatore Vecchio – non erano esenti dalle infiltra­zioni mafiose: «I problemi per mio padre iniziarono quando gli viene affidata anche la gestione del personale delle cooperati­ve, che fino a quel momento era stato sot­to il controllo del direttore dell’ufficio tecnico. In quelle cooperative – spiega il figlio della vittima – lavoravano anche di­versi detenuti con permessi speciali; per­sone che fino a quel momento avevano avuto la libertà di non presentarsi al lavo­ro senza che nessuno obiettasse alcunché». Fino a che Vecchio non decise di inter­venire. Da lì in poi, la vita dell’imprenditore acese fu un susseguirsi di preoccupazioni e minacce fino all’epilogo più tragico. «In realtà mio padre denunciò quelle minacce – dichiara Salvatore – ma, quan­do andam­mo in questura dopo l’omicidio, ci dissero che a loro non risultava nulla». Le indagini si sarebbero arenate poco dopo lasciando a carico di ignoti la re­sponsabilità del gesto, ma nonostante ció la famiglia di Vecchio ha continuato per anni a cercare qualche brandello di verità, qualche elemento utile che potesse ridare respiro all’attività dei magistrati