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Per non dimenticare

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Pubblicato20 nov20/11/2018, 09:00
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Filippo Ceravolo Filippo Ceravolo, 19 anni, dopo aver trascorso una serata a Pizzoni con la sua ragazza e altri amici, si mette in cerca di un passaggio. Deve tornare a Soriano, dove abita con la sua famiglia e da dove l’indomani partirà di buon mattino, assieme al padre, per andare a lavorare. Uno degli amici, Domenico Tassone, si offre di accompagnarlo a casa. Quel 25 ottobre 2012 però, Filippo a casa non ci è arrivato. Nella provincia di Vibo Valentia, le morti accidentali a causa di agguati mafiosi improvvisi, o per regolamenti di conti in luogo pubblico, sono molte, troppe. Quella sera è toccato al diciannovenne salire sull’auto sbagliata, la sera sbagliata. A pochi chilometri da Pizzoni, infatti, qualcuno stava aspettando proprio la Punto di Domenico Tassone. Filippo, seduto sul sedile del passeggero, si ritrova improvvisamente colpito da due scariche di fucile, mentre Domenico se la cava con qualche ferita. Era proprio quest’ultimo, però, il vero obiettivo dell’agguato: Tassone, infatti, è imparentato con il boss Bruno Emanuele, capo di una famiglia del vibonese protagonista di una faida di ‘Ndrangheta. A pagare le conseguenze di questa faida è Filippo Ceravolo che, dopo qualche ora, si è spento nella disperazione dei suoi genitori e dei suoi amici. Una morte così, in una terra complessa come la Calabria, non corre nemmeno il rischio di diventare un fatto di rilevanza nazionale. In quelle situazioni è facile che si crei il sospetto che la vittima, con quegli affari, un po’ c’entrasse. Come si può, altrimenti, morire così, per puro caso? In Calabria, e non solo, purtroppo è possibile. Filippo Ceravolo però era un ragazzo incensurato, con la licenzia media, che si svegliava presto tutte le mattine per aiutare il padre, Martino, al mercato di Reggio Calabria. Se questa storia non è finita nel dimenticatoio, come purtroppo spesso accade, è grazie alla costanza e all’impegno proprio di Martino Ceravolo, un padre coraggio. Dal 2012 quest’uomo non si dà per vinto e non smette di raccontare la storia del figlio, sempre alla ricerca di una giustizia che ancora non è stata fatta: ad oggi non ci sono né imputati, né tanto meno colpevoli per l’omicidio di Filippo. Due anni dopo l’accaduto, davanti alla Prefettura di Vibo Valentia, il padre si è messo a protestare simbolicamente per chiedere ascolto e considerazione anche perché, proprio nel 2014, il figlio è stato finalmente riconosciuto come vittima innocente di mafia e in quanto tale aveva, ed ha ancora, diritto alla giustizia.