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Per non dimenticare

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Pubblicato12 dic12/12/2018, 09:00
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Adolfo "Lolló" Cartisano Adolfo Cartisano, chiamato da tutti Lollò, è un fotografo di Bovalino, nella provincia di Reggio Calabria. Un uomo buono, caparbio e coraggioso che ama la sua terra e rivendica il diritto a vederla libera. Sorriso accennato, occhi profondi e felici, il volto fiero di chi non si piega alla protervia mafiosa ma la affronta a viso aperto certo, che ci possa essere un futuro diverso. Quando bussano alla porta del suo negozio di fotografia per chiedere il pagamento del pizzo, quest’uomo ostinato e profondamente libero, non ha bisogno neppure di pensarci. Denuncia. Denuncia in anni in cui farlo era impensabile, quando la signoria territoriale della ‘ndrangheta aveva un elevato grado di fidelizzazione di un territorio succube e silente. Lollò denuncia e rende partecipe tutta la famiglia di questa sua piccola grande rivoluzione. Era il 22 luglio di una calda sera d’estate del 1993, quando Lollò viene sequestrato mentre stava rincasando con la moglie Mimma, stordita anch’essa, abbandonata e legata ad un albero. Da quel momento, sul fotografo grande appassionato di calcio, cade un buio silenzioso, la disperazione della famiglia si acuisce giorno dopo giorno, ma non pietrifica le loro speranze. La figlia Deborah tenace e ostinata proprio come il papà, tira le redini del comitato “Per Bovalino Libera”, che riversa nelle strade della città, allora conosciuta come la capitale dei sequestri di ‘ndrangheta, tantissimi giovani stanchi della paura, del silenzio e dell’omertà, stanchi dello stigma schiacciante della criminalità organizzata. Mostrano il dissenso, mostrano un altro volto di quella terra, quello fresco e genuino di chi si ribella. Nonostante il pagamento del riscatto da parte della famiglia, di Lollò nessuna notizia. Dopo le lettere aperte che ogni anno Deborah mandava ai sequestratori del padre, affinchè rivelassero il luogo in cui giaceva il suo corpo, in un giorno di giungo del 2003 arrivò una risposta che forse, in cuor loro, temevano di non ricevere mai. E’ del carceriere di Lollò che pentito, chiede perdono, rivelando il luogo che custodiva il corpo esanime del fotografo. Quel luogo è Pietra Cappa, monolite cangiante che sovrasta l’Aspromonte, soggetto prediletto dello stesso fotografo che amava immortalare questo immenso gigante buono, attraverso diverse prospettive.