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Per non dimenticare

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Pubblicato20 dic20/12/2018, 09:00
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Gianluca Congiusta Intercettazioni, testimoni di giustizia, collaboratori. Niente ha convinto la Corte di Cassazione sulla colpevolezza del boss della Locride. Neanche le lettere intercettate in carcere e che, secondo la Procura, avrebbero consentito a Tommaso Costa di continuare a comandare la cosca mentre era detenuto. Missive che, in un’aula di tribunale, non possono rappresentare una prova a causa di un vuoto legislativo da anni denunciato da Mario Congiusta, il padre di Gianluca, che nel 2014 per protesta ha restituito la tessera elettorale al ministero della Giustizia Andrea Orlando dopo aver scritto anche all’ex premier Matteo Renzisenza ricevere risposta. “Gianluca – disse all’epoca il padre – è stato ucciso da un indultato per cui è vittima della mafia e dello Stato”. Da anni Mario Congiusta chiede giustizia per un figlio ammazzato dalla ‘ndrangheta. Da quel 25 maggio in cui Gianluca è stato ucciso con un colpo di lupara sono passati 13 anni. Undici di questi, Mario li ha trascorsi in Tribunale per chiedere giustizia. Al suo fianco c’è stata sempre la figlia Roberta che, appresa la sentenza della Cassazione sull’omicidio del fratello, su Facebook ha scritto: “Oggi il dubbio che essere onesti sia inutile diventa certezza. Oggi Luca lo hanno ucciso per la seconda volta, oggi niente ha più senso…oggi siamo morti tutti!”. Una frase che fa il paio con una domanda che, nel 2014, si fece Mario Congiusta: “Mi chiedo – disse ai microfoni de ilfattoquotidiano.it – quanto tempo devo aspettare per avere giustizia o se devo prima morire e averla dopo morto?”.