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#Iran: Alla fine Donald Trump ha preferito una exit strategy rispetto al bombardamento degli impianti energetici iraniani. Con una mossa a sorpresa e l’avvicinarsi della deadline imposta, gli Stati Uniti hanno dichiarato che stanno negoziando con l’Iran, con trattative che stanno procedendo in modo positivo. Una ricostruzione immediatamente smentita dall’Iran e che, dunque, crea confusione. I due Paesi si stanno parlando davvero? Chi sono i negoziatori? Su cosa stanno negoziando? È solo una mossa di Trump per prendere tempo? Partiamo da quest’ultima domanda: il Pentagono sta valutando il possibile dispiegamento della Immediate Response Force, una brigata formata da 3.000 soldati della 82nd Airborne Division e dal relativo comando, capace di essere dispiegata in circa 18 ore in qualsiasi teatro del mondo per supportare le operazioni in Iran. Si tratterebbe di una pianificazione prudente a seguito di un ordine arrivato dal Dipartimento della Guerra o dal Central Command, che forse indica una certa volontà di prendere il controllo dell’isola di Kharg, il principale hub petrolifero iraniano. Nella regione è in arrivo anche la 31st Marine Expeditionary Unit, composta da 2.500 militari. L’aeroporto di Kharg è stato danneggiato dai bombardamenti statunitensi, e sembra probabile che arrivino prima i Marines, in grado di riparare le piste e le infrastrutture, e che poi, in un secondo momento, giungano altri materiali dall'Aeronautica. I paracadutisti, invece, possono arrivare di notte ma non possono trasportare i mezzi pesanti necessari per rispondere a un eventuale contrattacco iraniano. Ma dunque: si stanno parlando? Trump ha detto persino che le negoziazioni hanno individuato 15 punti su cui formalizzare un accordo, una ricostruzione negata dal Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Ma è proprio lui l’uomo del momento, perché è la persona individuata dalla Casa Bianca come potenziale interlocutore. “È un’opzione interessante. È la figura con la carica più alta, ma dobbiamo testarlo, non possiamo precipitarci”, ha detto un funzionario dell’Amministrazione Trump a Politico. Il risultato desiderato è quello di una sorta di Venezuela 2.0, nella speranza che gli Stati Uniti possano imporre “qualcuno come Delcy Rodriguez in Venezuela a cui diciamo: ‘Ti teniamo lì. Non ti facciamo fuori. Lavorerai con noi, ci darete un buon accordo, il primo dei quali sul petrolio’”. Eppure, l’idea stessa che Trump possa scegliere il prossimo leader iraniano è vista dagli stessi membri dell’Amministrazione come un’idea ingenua. “Sembra che stia cercando di far avverare qualcosa solamente parlando. È un bene che le negoziazioni stiano avvenendo tramite un intermediario e che si stia cercando di uscire dalla situazione, ma l’Iran ha dimostrato che può ancora colpire e rendere le cose difficili. Non si faranno sottomettere per dare a Trump il loro petrolio”. Non si sa ancora, però, cosa possano produrre i negoziati. Trump continua a chiedere la fine del programma nucleare e l’eliminazione di tutto l’uranio arricchito già presente nel Paese, punti che fino a questo momento sono stati reputati inaccettabili da Teheran. Gli Stati Uniti, inoltre, starebbero valutando un’operazione di terra per sequestrare l’uranio in questione. La pausa è comunque parziale: gli Stati Uniti hanno detto che fermeranno i bombardamenti delle infrastrutture energetiche, ma non quelli contro gli obiettivi militari. Del resto, il bombardamento delle strutture civili ed energetiche è vietato dalle Convenzioni di Ginevra.