Contenuto
IRAN, LA GUERRA INEVITABILE NELL'INCONTRO TRA TRUMP E NETANYAHU Maria Morigi, 31 dicembre 2025 Un'analisi non si limita alle dichiarazioni pubbliche, ma piuttosto al tono di Trump quando ha parlato dell'Iran e alla frequenza con cui ha ripetuto questo argomento rispetto ad altri. Trump ha combinato ambiguità e franchezza nelle sue osservazioni sull'Iran. Da un lato, ha tenuto aperta la porta ai negoziati a parole, ma dall'altro ha parlato con decisione di colpire di nuovo ed eliminare qualsiasi minaccia se l'Iran avesse ricostruito le sue capacità nucleari. Queste apparenti contraddizioni rappresentano una chiara indicazione che la decisione è stata presa, e che ciò che sta accadendo ora è la gestione dei tempi, non il dibattito di principio. Se la questione iraniana ha ricevuto così intensa attenzione, il legame tra Iran e Hezbollah nel discorso di Trump non è meno significativo. Infatti ha parlato di Hezbollah in termini più duri e diretti che su qualsiasi altra questione, come se la stesse affrontando non come una questione libanese o un'organizzazione regionale, ma come un'arma avanzata dell'Iran che deve essere contenuta o spezzata prima di un confronto importante. Questo approccio riflette una dottrina militare: una guerra non può essere condotta contro il centro finché le periferie sono attive e in grado di rispondere. La discussione su Hezbollah non è fine a se stessa, ma piuttosto parte della preparazione della scena regionale per una guerra contro l'Iran. Washington e Tel Aviv capiscono che qualsiasi attacco all'Iran provocherà una risposta su più fronti e che l'arena libanese sarà la più delicata e pericolosa. Pertanto, intensificare la retorica, addossare la colpa allo Stato libanese e aumentare il livello delle minacce sono tutti elementi di un'operazione preventiva volta a neutralizzare il fronte o a infiammarlo in condizioni diverse. Trump sembra riprodurre lo scenario dell'anno scorso, ma con una portata più chiara: una pressione economica soffocante, una scommessa su proteste interne e collasso sociale, l'apertura a negoziati condizionati e umilianti e, sullo sfondo, un'opzione militare pronta per essere attuata. I suoi ripetuti discorsi su "caduta" e "proteste" non sono una mera descrizione, ma una palese scommessa politica sulla disintegrazione del regime iraniano dall'interno, o almeno sul suo esaurimento al punto da non essere in grado di sostenere un confronto prolungato. Ciò che rende la guerra all'Iran apparentemente inevitabile non è solo il contenuto delle dichiarazioni, ma anche la loro tempistica. Trump non parla da una posizione di pianificazione a distanza, ma da quella di qualcuno che sta dando gli ultimi ritocchi alla strategia. La regione è in fiamme, i fronti sono aperti, Israele è al massimo livello di allerta e gli Stati Uniti hanno riposizionato le proprie forze militari in diverse località sensibili. In questo contesto, l'Iran non sembra avere molte opzioni. I negoziati proposti non sono un accordo, ma una resa condizionata. E l'escalation non è una tattica di pressione, ma un corso d'azione predeterminato. Per quanto riguarda l'intera regione, si trova sulla soglia di uno scontro che potrebbe iniziare non con un unico attacco su vasta scala, ma piuttosto con una serie di attacchi calcolati, aprendo la porta a una guerra destinata a essere breve e decisiva. Il conto alla rovescia sembra iniziato (Abbas Al-Mu'allem citato dall'Ambasciata della Repubblica islamica dell'Iran a Roma). Fonte: https://www.facebook.com/share/1FkMyjcjvg