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La contrapposizione dicotomica tra bianchi e pellerossa nel cinema dura sino agli anni ‘60, ma tra gli intellettuali ben prima si sottolinea il giusnaturalismo dei fondatori della repubblica e gli scritti di qualche minoranza sparuta che si ponevano a difesa degli autoctoni, accompagnati da riconoscimenti graziosi, ma vuoti: per esempio la città di Wako fondata su un villaggio indiano sterminato ed epurato che prende il nome dell’antica tribù come vacuo omaggio. Un processo protratto nel tempo in cui alla fine risulta un pastone inintelligibile fondamentalmente disneyano senza responsabilità, un vogliamoci bene perché siamo tutti americani, in cui le cose sono avvenute, ma non è necessario rivangarle, magari si trova qualche capro espiatorio su cui far gravare la responsabilità morale (si veda la rilettura horrorifica di Custer), ma salvando la società che alla fine ne risorge redenta, come se tutta si fosse messa dietro ai quattro gatti che si erano opposti al genocidio, invece di esserne, com’era, sostenitrice e beneficiaria finale dello stesso. Le implicazioni di tale meccanismo di giustificazione e redenzione sono davanti a tutti noi: una potenza bestiale, priva di freni inibitori, bramosa di casus belli e giustificazioni a cui faranno seguire un’autoredenzione, due filmetti ed un vogliamoci bene con le mani ancora a puzzare di sangue. ✍🏻Andrea Alexandro Nałeto