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@gabgerm

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Pubblicato20 ago20/08/2025, 13:53
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III🦁 LA FISCALITÀ DELLA REPUBBLICA VENETA Non scriveremo di tasse che non rientrano nell'oggetto dell’analisi (per un'analisi completa della fiscalità della Repubblica Veneta non posso che suggerire i lavori del compianto professor Giuseppe del Torre anche lui mio insegnante), ma solo di quelle che mostrano l'atteggiamento dei Patrizi verso la Nazione e niente è meglio per dimostrarlo che le tasse dirette. Nella Dominante era applicato dal 1461 una tassazione diretta basata su catastici urbani, un’innovazione fiorentina del primo ‘400, ma completamente scartata dagli italiani con l'affermazione della Signoria, che necessitava di sistemi fiscali più elastici a fini clientelari. Il sistema degli inventari al contrario non fu applicato allo Stato da Tera, eccezion fatta che per la Val Brembana nella bergamasca, innanzitutto in ossequio alle usanze locali per fidelizzare le élite delle città suddite e i feudatari. La Repubblica garantisce alle élite locali la pienezza dei diritti reali (diritti sulle cose) e il mantenimento delle antiche consuetudini, tanto che non vi verrà esteso il diritto consuetudinario More Veneto applicato in città, ma resterà il diritto romano. Non solo per le città che si sono inserite nello Stato da Tera per Dedizione, ma anche per quelle conquistate (Padova, Bergamo ecc.) si limitò la repressione ai soli irriducibili. Nello stesso tempo alla feudalità di origine imperiale fu garantita la continuità del titolo in cambio della prestazione degli obblighi feudali in favore della Repubblica. Nelle città dell’entroterra l'importo generale della tassa da versare era stimato a partire da un calcolo approssimativo della produzione di reddito annuo e poi ripartito in carati (quote) tra città, campagna e clero, per la città di Padova era ripartito in questo modo: 10% clero 30% città 60% contado, le cifre di pertinenza erano poi suddivise tra i residenti. Il sistema in una situazione statica era in equilibrio, il problema sorse con l'acquisto da parte del Patriziato urbano delle città soggette e di quello della Capitale di fondi agricoli a partire dal ‘400 e soprattutto tra ‘500 e ‘700 in questo caso alla campagna veniva tolto imponibile senza che la tassa fosse adeguatamente decurtata perché i nobili non essendo residenti non versavano in campagna e dall’altro lato il sistema rigido non consentiva adeguamenti del carato dovuto dal contado. Progressivamente la tassa prese ad aumentare per i residenti diventando sempre più insostenibile creando un circolo vizioso in cui la rovina degli allodieri (coltivatori diretti di un fondo in piena proprietà) la spina dorsale della ricchezza rurale dello stato Veneto si traduceva in ulteriori vendite di fondi provocando la sparizione dell'intero gruppo sociale, in favore di grandi tenute dedite alla cerealicoltura commerciale approfittando anche degli alti corsi del grano raggiunti nel XVI Sec. Malgrado la magnificenza raggiunta dalle grandi ville di campagna, con il calo del valore dei cereali nel secolo successivo si assisterà ad una riduzione progressiva della redditività dell’investimento, compensata comunque dalla forte concentrazione della ricchezza e dal valore ludico attribuito alla villeggiatura. Nel complesso se nel bilancio dei singoli Patrizi la situazione era sotto controllo, sin da allora agronomi e amministratori pubblici denunciano che il sistema stava impoverendo lo Stato e sterilizzando la crescita del capitale privato, che se rivolto ad attività più rischiose come il commercio e la protoindustria avrebbe prodotto più reddito e soprattutto offerto lavoro migliore a fronte del misero bracciantaggio stagionale richiesto dalle grandi aziende cerealicole. La classe politica Veneta anche davanti alla constatazione dell'incipiente disastro non fu in grado di contenere la sua ingordigia ed imporsi una riforma fiscale che salvasse l'allodio ed indirettamente evitasse di fissare il capitale in attività con prospettive decrescenti.