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Paolo Cardenà
@paolocardena
EconomiaConsulente Finanziario. Scrivo di economia e finanza su giornali e riviste. Per contatti: [email protected] https://paolocardena.com
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Pubblicato 8 mar
Al momento gli spread sul credito negli Stati Uniti, calcolati come differenza di rendimento tra obbligazioni High Yield e Investment Grade, pur mostrando un lieve allargamento, rimangono su livelli storicamente contenuti. In passato, tuttavia, allargamenti rapidi e significativi di questo differenziale hanno spesso coinciso con fasi di forte volatilità sui mercati azionari e con correzioni degli indici. Lo scenario potrebbe cambiare qualora i mercati iniziassero a prezzare una durata più lunga del conflitto con l’Iran. In quel caso, prezzi del petrolio elevati per un periodo prolungato rischierebbero di deteriorare il quadro macroeconomico, con possibili ripercussioni sulla qualità del credito e, di conseguenza, sugli spread e il mercato azionario.
Pubblicato 8 mar
La recente escalation geopolitica in Medio Oriente ha riportato il petrolio al centro dell’attenzione dei mercati finanziari e dell’analisi macroeconomica. L’aumento repentino delle quotazioni del greggio, legato alle tensioni nell’area dello Stretto di Hormuz, ha riacceso il dibattito sull’inflazione e sulle possibili implicazioni per la politica monetaria. Tuttavia, osservando alcuni indicatori chiave del mercato obbligazionario emerge un quadro più articolato e, per certi versi, almeno per il momento, meno allarmante di quanto il movimento dei prezzi dell’energia potrebbe suggerire. In particolare, le aspettative di inflazione di lungo periodo – misurate attraverso il cosiddetto 5 year 5 year forward, cioè l’inflazione media attesa nel quinquennio che inizierà tra cinque anni – continuano a indicare che il mercato non sta prezzando un ritorno a un regime inflazionistico persistente. Continua qui: https://paolocardena.com/petrolio-in-rialzo-ma-aspettative-di-inflazione-ancora-sotto-controlllo/
Pubblicato 5 feb
Il risultato è un sistema finanziario nel quale le oscillazioni di mercato possono essere accelerate da flussi informativi che si propagano con una rapidità senza precedenti storici. Nonostante il contesto economico globale mostri ancora elementi di resilienza, alcuni segnali suggeriscono che l’equilibrio dei mercati potrebbe essere più fragile di quanto appaia. Tra questi si possono individuare: - compressione dei premi per il rischio in diversi segmenti finanziari - livelli di valutazione elevati in alcune asset class - crescente concentrazione degli investimenti su temi specifici - aumento della correlazione tra strumenti tradizionalmente decorrelati Storicamente, queste dinamiche tendono a manifestarsi nelle fasi mature dei cicli finanziari, quando la fiducia degli investitori diventa il principale motore delle decisioni di allocazione. Uno degli aspetti più ricorrenti nella storia finanziaria riguarda la cosiddetta “memoria corta” dei mercati. Le generazioni di investitori che non hanno vissuto direttamente grandi crisi tendono naturalmente a sottostimare la probabilità e l’impatto di shock sistemici. Questo fenomeno non implica necessariamente l’imminenza di una nuova crisi globale. Tuttavia, suggerisce che il sistema finanziario potrebbe essere meno preparato ad affrontare eventi avversi proprio a causa della lunga fase di stabilità che ha caratterizzato gli ultimi anni. I cicli economici e finanziari non scompaiono, ma tendono a trasformarsi. Spesso le fasi di maggiore stabilità rappresentano proprio il terreno sul quale si accumulano gli squilibri destinati a emergere nelle fasi successive.
Pubblicato 5 feb
Negli ultimi anni si è consolidata una percezione diffusa tra gli investitori: quella di trovarsi all’interno di un sistema finanziario sempre più stabile e in qualche modo “protetto”. Una percezione che nasce da un dato oggettivo e difficilmente contestabile: sono ormai quasi vent’anni che i mercati non affrontano una vera crisi sistemica paragonabile, per intensità e durata, a quelle che hanno segnato le grandi fasi di discontinuità economica del passato. Dalla crisi finanziaria globale del 2008 fino alle turbolenze più recenti, i mercati hanno certamente attraversato momenti di forte volatilità. Tuttavia, nessuno di questi eventi ha generato una distruzione prolungata e strutturale della ricchezza finanziaria. Al contrario, ogni fase di ribasso è stata seguita da recuperi relativamente rapidi, spesso sostenuti da interventi straordinari delle banche centrali e da politiche fiscali espansive. Questa lunga fase di stabilità relativa ha prodotto un effetto psicologico molto rilevante, spesso sottovalutato ma estremamente potente: l’overconfidence. In finanza comportamentale l’overconfidence rappresenta la tendenza degli investitori a sovrastimare le proprie capacità previsionali e a sottovalutare i rischi. Questo fenomeno tende a manifestarsi con maggiore intensità quando i mercati attraversano lunghi periodi caratterizzati da rendimenti positivi e volatilità contenuta. Nel corso degli ultimi quindici anni si è progressivamente rafforzata la convinzione che le autorità monetarie siano sempre pronte a intervenire per stabilizzare i mercati. L’esperienza ha mostrato come, di fronte a shock finanziari o economici, le banche centrali abbiano adottato strumenti sempre più incisivi: riduzione dei tassi di interesse, programmi di acquisto di titoli, espansione dei bilanci e, più recentemente, politiche coordinate con i governi attraverso stimoli fiscali di ampia portata. Questo ha generato una sorta di “assicurazione implicita” percepita dagli operatori finanziari. Nel tempo, la convinzione che eventuali correzioni possano essere riassorbite rapidamente ha favorito una crescente propensione al rischio e ha spinto gli investitori verso asset sempre più complessi e volatili, il più delle volte non coerenti con il profilo di rischio degli investitori. Un elemento centrale della narrativa finanziaria contemporanea riguarda il timore del cosiddetto debasement monetario, ossia la perdita di potere d’acquisto delle valute a causa delle politiche monetarie espansive e dell’aumento del debito pubblico globale. Questa preoccupazione ha orientato molti investitori verso asset percepiti come strumenti di protezione dal rischio inflazionistico o valutario. Tuttavia, la ricerca di questa forma di tutela ha spesso condotto verso investimenti caratterizzati da elevata volatilità o da fondamentali ancora immaturi. Si è così creato un paradosso tipico delle fasi avanzate dei cicli finanziari: nel tentativo di proteggersi da un rischio teorico e di lungo periodo, una parte significativa del mercato ha assunto livelli di rischio finanziario immediato molto più elevati. L’allocazione verso strumenti altamente speculativi, asset illiquidi o settori caratterizzati da forti aspettative di crescita futura rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa dinamica. Rispetto ai cicli economici del passato, l’attuale contesto presenta un ulteriore elemento di complessità: la velocità con cui si formano e si diffondono le narrazioni di mercato. L’evoluzione dei social network e delle piattaforme digitali ha profondamente modificato il modo in cui le informazioni vengono trasmesse e interpretate dagli investitori. Concetti macroeconomici complessi vengono spesso semplificati e trasformati in messaggi immediati, capaci di influenzare rapidamente il sentiment collettivo. Questa dinamica amplifica alcuni fenomeni tipici della finanza comportamentale, come l’effetto imitazione e la formazione di convinzioni condivise che possono rafforzarsi indipendentemente dalla solidità dei fondamentali economici.
Pubblicato 4 feb
In Germania, da quando Merz ha annunciato il piano di investimenti da 500 miliardi di euro, i rendimenti sono saliti di quasi un punto percentuale sulle scadenze più lunghe, che hanno praticamente raggiunto, e in alcuni casi superato, i massimi dal 2011.
Pubblicato 30 gen
Uno sguardo comparato alle principali bolle dei mercati finanziari degli ultimi decenni. Asset diversi, epoche diverse, dinamiche ricorrenti. Ho inserito anche l'oro nel contesto attuale al solo fine di paragonare l'attuale dinamica con quella di fine degli anni '70
Pubblicato 29 gen
In vista del giudizio sull’Italia da parte di S&P, atteso per venerdì prossimo, l’agenzia di stampa Alliance News (che ringrazio) mi ha chiesto un commento al riguardo e ho risposto così
Pubblicato 20 gen
Negli ultimi giorni il mercato obbligazionario globale è tornato a muoversi in modo disordinato, mettendo in evidenza quanto l’equilibrio costruito negli ultimi anni sia oggi estremamente fragile. L’innesco, ancora una volta, arriva dal Giappone, ma il quadro va letto in una chiave molto più ampia, che intreccia finanza pubblica, geopolitica e politiche commerciali. In Giappone i rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza stanno salendo con un’intensità che non si vedeva da anni. Il decennale ha registrato in poche sedute il rialzo più rapido dal 2022, mentre il trentennale ha segnato il maggiore balzo giornaliero dal 2003. Il mercato sta prezzando l’ipotesi di una svolta fiscale più espansiva, anche alla luce delle dinamiche politiche interne e di programmi elettorali apertamente orientati allo stimolo. In un Paese con un rapporto debito/PIL già estremamente elevato, questo basta a mettere sotto pressione il tratto lungo della curva. La rilevanza di questi movimenti non è tanto domestica quanto sistemica. Il Giappone è stato per decenni uno dei principali fornitori di liquidità al mercato obbligazionario globale. Rendimenti bassissimi in patria hanno spinto istituzioni e investitori a cercare rendimento all’estero, in particolare sui Treasury statunitensi. Quando però i rendimenti giapponesi risalgono e quelli esteri, una volta coperto il rischio cambio, diventano meno convenienti, il flusso può invertirsi, con effetti immediati sui mercati globali. Ed è ciò che si sta iniziando a intravedere. Negli Stati Uniti i rendimenti a lunga scadenza sono tornati a salire in modo brusco, con il trentennale che si avvicina a soglie tecnicamente e psicologicamente rilevanti. Il mercato non guarda più solo all’inflazione, ma sempre di più alla traiettoria dei deficit e alla sostenibilità del debito nel lungo periodo. In questo contesto è riemersa anche la narrativa di un possibile “Sell America trade” già visto in occasione del Liberation Day, con la vendita congiunta di titoli del Tesoro USA, dollaro e azioni. A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono le tensioni geopolitiche. Il dossier Groenlandia e le minacce di nuovi dazi da parte di Donald Trump nei confronti dei Paesi europei hanno riacceso il tema della spesa per la difesa e, di conseguenza, dell’aumento delle emissioni di debito pubblico in Europa. Più spesa significa più offerta di titoli, e il mercato lo sta già riflettendo con un rialzo dei rendimenti sui bond a lunga scadenza di Germania e Regno Unito. In questo contesto qualcuno ipotizza che l’Europa potrebbe rispondere alle pressioni americane vendendo titoli di Stato statunitensi. Ammesso che una mossa del genere sia tecnicamente e politicamente praticabile, è difficile immaginare che non produca effetti pesantemente negativi anche sull’Europa stessa, in termini di stabilità finanziaria, tassi e valore degli attivi. Inoltre, una vendita significativa di Treasury innescherebbe con ogni probabilità una reazione della Federal Reserve, che a quel punto interverrebbe come acquirente di ultima istanza, sterilizzando almeno in parte l’impatto sul mercato USA. Il risultato è un sistema in cui le tensioni fiscali, la frammentazione geopolitica e la retorica protezionistica si rafforzano a vicenda. In un simile contesto non sorprende affatto la corsa dell’oro. Il metallo giallo torna a svolgere il suo ruolo storico di bene rifugio in un mondo caratterizzato da debito elevato, crescente incertezza politica e dal rischio che le banche centrali siano chiamate, ancora una volta, a intervenire per stabilizzare i mercati, accentuando anche il debasement monetario. Quando la fiducia nelle ancore tradizionali vacilla, l’oro tende a riflettere proprio questo: la ricerca di una forma di protezione fuori dal sistema.
Pubblicato 19 gen
Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto nuovamente al rialzo le previsioni di crescita globale, offrendo una fotografia interessante di come l’economia mondiale stia assorbendo shock che fino a pochi mesi fa apparivano potenzialmente destabilizzanti. Nel nuovo World Economic Outlook, il FMI stima per il 2026 una crescita del PIL globale del 3,3%, in aumento rispetto alle previsioni di ottobre e in linea con il dato atteso per il 2025. Un segnale chiaro di resilienza, soprattutto se si considera che queste stime risultano oggi superiori a quelle formulate prima del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo il capo economista Pierre-Olivier Gourinchas, l’economia globale sta progressivamente “digerendo” le perturbazioni commerciali e tariffarie del 2025. Le imprese hanno reagito riconfigurando le catene di approvvigionamento, gli accordi commerciali hanno ridotto parte dei dazi e la Cina ha accelerato il reindirizzamento delle esportazioni verso mercati alternativi agli Stati Uniti. Anche l’ipotesi di base del FMI sui dazi americani è oggi più favorevole rispetto a qualche mese fa. Un elemento chiave di questo quadro è il boom degli investimenti in intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti, la crescita per il 2026 viene stimata al 2,4%, sostenuta dagli ingenti investimenti in data center, semiconduttori e infrastrutture energetiche. Lo stesso impulso tecnologico si riflette anche in Europa, con revisioni al rialzo per economie come Spagna e Irlanda, e con una crescita dell’Eurozona attesa all’1,3%. Il FMI non nasconde però i rischi. Se il ciclo dell’intelligenza artificiale dovesse tradursi in pressioni inflazionistiche persistenti, o se le attese di produttività e profitti si rivelassero eccessivamente ottimistiche, le attuali valutazioni di mercato potrebbero subire correzioni significative. A ciò si aggiungono le incognite geopolitiche e il rischio di nuove tensioni commerciali, anche alla luce delle decisioni attese dalla Corte Suprema in materia di dazi. Nel complesso, il messaggio che emerge dal FMI è equilibrato: da un lato un’economia globale più adattabile di quanto si temesse, dall’altro un sentiero di crescita che resta strettamente legato alla capacità dell’innovazione tecnologica di trasformarsi in produttività reale e diffusa. È su questo equilibrio, più che sui singoli dati congiunturali, che si giocherà la sostenibilità della crescita nei prossimi anni. Fonte Reuters
Pubblicato 19 gen
Vale la pena dare uno sguardo alle valutazioni in giro per il mondo. Come la solito, nel grafico la banda celeste rappresenta l'oscillazione tra il minimo e il massimo negli ultimi 10 anni; il quadratino nero la media sempre a 10 anni, e il cerchio rosso le valutazioni attuali.
Pubblicato 5 gen
le azioni Chevron
Pubblicato 5 gen
Le azioni delle società energetiche sono in rialzo dopo l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo. Anche il prezzo del greggio si muove al rialzo, con il Brent e il WTI in aumento di oltre l’1%. Le parole di Donald Trump, che ha parlato della necessità per Washington di avere “accesso totale” alle riserve petrolifere venezuelane, hanno alimentato le scommesse su un possibile allentamento delle restrizioni alle esportazioni. Il mercato guarda soprattutto ai potenziali beneficiari industriali e finanziari. Chevron, unica major statunitense già presente nel Paese, potrebbe partire in vantaggio operativo, mentre ConocoPhillips viene indicata come la società con il maggiore upside di breve periodo grazie ai crediti pregressi e ai vecchi progetti bloccati. Molto forte anche la reazione delle società di servizi petroliferi, la cui tecnologia sarà indispensabile per rilanciare la produzione. Secondo J.P. Morgan, in uno scenario di transizione politica e nuovi investimenti, la produzione venezuelana potrebbe arrivare a 2,5 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio. Una prospettiva di lungo periodo, che il mercato ha iniziato a prezzare con anticipo. Fonte Reuters