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Quella vista oggi a Torino non è stata una protesta, ma disordine organizzato. Askatasuna è solo il nome sullo striscione: il vero problema è un meccanismo che si ripete, fatto di arrivi, devastazioni e rapide sparizioni. Vetri rotti, cassonetti incendiati, strade bloccate e attività chiuse: il costo ricade su chi lavora e vive la città. Per contenerlo è servito un enorme dispiegamento di forze, sottratto ad altre emergenze reali, mentre il caos viene ancora spacciato per iniziativa politica. Qui non c’è progetto né disciplina, solo vandalismo seguito dal vittimismo sulla repressione. Non è un’esperienza popolare, ma un feticcio che legittima la distruzione senza costruzione. La storia insegna che senza ordine non c’è giustizia sociale. Torino oggi non chiedeva slogan. Chiedeva rispetto.