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Allitterazione o cacofonia?🤓 Oggi voglio occuparmi di forma linguistica ed entrare nel campo delle figure retoriche che, come quello grammaticale, offre spunti e curiosità davvero interessanti. In particolare vi propongo l’allitterazione, una figura retorica di suono o ritmo, che gioca sugli effetti fonici ottenuti attraverso la ripetizione di lettere, sillabe, parole. Il termine deriva dal latino umanistico “allitteratio” risalente, forse, ad un antico verbo “adlitteràre” ossia mettere in linea, allineare lettere (e già nella spiegazione dell’etimo è presente un’allitterazione). È frequente l’uso in poesia per ottenere effetti ritmico-sonori particolari. Tra i tanti esempi che potrei portare, ricordo un verso di Torquato Tasso, tratto dalla “Gerusalemme liberata” (VII,16) in cui si legge: “il pietoso pastor pianse al suo pianto” in cui si riscontra l’uso reiterato della lettera “p”, ma anche di un verbo e del suo sostantivo derivato (pianse-pianto) con la stessa radice. A volte l’effetto è voluto e consapevole, altre accidentale, specie nella prosa. In questo caso il risultato ottenuto è quello di un inciampo nel ritmo e talora persino di una cacofonia, vale a dire di un suono sgradevole, stonato che spezza il fluire del discorso invece di agevolarlo. Prendiamo ad esempio questa frase e immaginiamola inserita in un dialogo di un racconto: “Ti dico che chi coglie conchiglie, deve farlo al mattino.” Come editor intervengo in casi del genere, facendo notare all’autore che quel “dico che chi coglie conchiglie” suona male e che sarebbe meglio usare una forma diversa con meno “c” e “gli”. La scrittura è forma e contenuto, una musica i cui suoni hanno una funzione importante. #grammarbreak#scrittura 👩💼@AlessandraPerotti