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Tag: #grammarbreak · 35 post

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Pubblicato 17 nov

Onomatopea🧐 Tra le figure retoriche troviamo l’onomatopea (dal greco ónoma = nome e poiéio = faccio), parole o suoni creati su imitazione di un rumore. Gli esempi più comuni sono il tic-tac dell’orologio, il din-don delle campane e tutti i versi degli animali: il gatto che fa miao, il cane bau e via dicendo. Dalla semplice riproduzione del suono si passa a volte alla creazione di un vero e proprio termine, così per esempio da tic-tac deriva il verbo ticchettare, da miao miagolare. Il mondo dei fumetti pullula di onomatope. La porta che sbatte fa Sbam! La pistola Bang! Le espressioni onomatopeiche vanno usate con parsimonia e nei contesti giusti: la letteratura per l’infanzia e i ragazzi è uno di questi. @writingway Condividi questa informazione se pensi che interessi ad altri🙌 #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 10 nov

Sai che cos’è il presente storico? 🧐 “Si parla di presente storico quando, per raccontare fatti precedenti al momento in cui si parla o si scrive, si ricorre al presente indicativo invece che a un tempo passato” (Treccani) Es.: Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265. In narrativa ha la funzione di agevolare il coinvolgimento emotivo da parte del lettore. Dino Buzzati ne Il deserto dei Tartari se ne avvale ad esempio al capitolo 6 che si apre così: "Già era scesa la piena notte. Drogo era seduto nella nuda camera della ridotta." (Le azioni qui sono riportate al passato). Ma alla fine dello stesso capitolo: "Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. (Le azioni adesso vengono riportate al presente). Maneggiare il presente storico non è facile. Il rischio è di cadere nella disarmonia temporale e nell’errore sintattico. @writingway Se pensi che questa informazione sia interessante per altri condividila.🙌 #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 5 nov

COME SI DICE?🧐 È più giusto dire il COVID-19 o la COVID-19? COVID-19 è un acronimo inglese che sta per COronaVIrus Disease 19, vale a dire “patologia da coronavirus (del) 2019”. Stando a questa definizione quando si parla della malattia bisognerebbe usare la forma femminile: la COVID-19. Al virus che provoca la malattia, invece, è stato attribuito il nome di SARS-CoV-2. Il fatto è che fin dal primo comparire della patologia e soprattutto nel linguaggio divulgativo non scientifico della stampa, dei media ma anche dei testi dei decreti del governo, il nome della malattia e quello del virus sono stati impropriamente assimilati. Sia la malattia, sia il virus sono stati chiamati cioè COVID-19, e ad imporsi è stato il genere maschile del termine, che ormai ha preso piede nell’uso in maniera significativa. Non è quindi scorretto usare il termine COVID-19 al maschile, anche se in realtà, riferendosi alla malattia, si tratterebbe di un uso improprio. @writingway #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 3 set

La rubrica #scriverebene prende il posto di #grammarbreak: continuerete a trovare contenuti di grammatica, sintassi ma sempre più consigli per scrivere bene. Cominciamo subito. Come si dice? Beneficenza o beneficienza? La grafia corretta del termine in questione è beneficenza, senza la i, in linea con l’etimologia della parola che deriva dal latino beneficentia. Se ne attesta l’uso a partire dalla seconda metà del XIII secolo. Può capitare di imbattersi in esempi letterari, soprattutto antichi, in cui si trova la versione beneficienzia, ma nel tempo a prevalere fino a soppiantarla del tutto è stata la forma senza la i, conforme all’etimo. I principali dizionari della lingua italiana (Treccani, Garzanti, Zingarelli) prevedono come corretta soltanto la versione beneficenza. E noi a quella ci atteniamo.

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Pubblicato 11 ago

​COME SI DICE?🧐 Contro, contro a o contro di? Che cosa regge la preposizione impropria contro? Ricorro subito ad alcuni esempi per rendere più agevole la risposta. È giusto dire: Non posso combattere contro al tuo egoismo? O si deve scrivere piuttosto: Non posso combattere contro il tuo egoismo? La risposta giusta è la seconda: contro, seguito direttamente da un nome, non vuole nessuna preposizione. Treccani fa notare tuttavia che “secondo un uso oggi molto più raro (ma non scorretto), [la preposizione contro] può essere seguita dalla preposizione a” Es.: Si scagliò contro al nemico. Questa eventualità non è però contemplata né da Garzanti né dal nuovo dizionario De Mauro e anch’io mi sento di sconsigliarvene l’uso quando scrivete. Esiste invece un caso in cui contro deve essere seguito dalla preposizione semplice di: quando cioè precede i pronomi personali me, te, lui, lei, noi, voi, loro. Es. Ho ingaggiato una battaglia contro di lei. Ma se si colloca dopo le particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, di nuovo non ci vorrà nessuna preposizione: Es.: Mi si rivolse contro. #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 28 lug

MA COME SI DICE?🧐 Assembramento o assemblamento? Sì lo so, in questo periodo se ne è già parlato tanto per via dell’ampio uso che si è fatto della parola, che insieme a pandemia, distanziamento sociale, lockdown e altri termini balzati agli onori della cronaca a seguito dell’effetto Covid, hanno popolato i discorsi di tutti. La parola è assembramento. O assemblamento? ✅Togliamo subito i dubbi: nel significato di adunanza di persone disordinata, occasionale e di solito all’aperto, si deve usare il sostantivo assembramento. Il verbo di riferimento è assembrare che significa mettere insieme, riunire, adunare in folla, come riporta Garzanti, ma è l’etimologia a mandare in confusione, perché deriva dal francese assembler (ecco da dove viene la “elle”) che, a sua volta, proviene dal latino simul che significa “insieme”, preceduto dal prefisso ad che vuol dire “verso” e il suffisso are che trasforma il tutto in una forma verbale: adsimulare. Al tranello etimologico si aggiunge la presenza, nella lingua italiana, del sostantivo assemblea, la cui derivazione linguistica è la stessa del verbo analizzato sopra. Ma in italiano la parola assemblamento non esiste, quindi non si può usare quando si parla di una riunione di persone. Esiste invece assemblaggio, nel significato di operazione utile a mettere insieme varie parti di un manufatto o di un apparecchio e, in informatica, esecuzione del programma di traduzione da un linguaggio di programmazione al linguaggio macchina (sempre Garzanti), che con le adunanze di persone però non ha niente a che vedere. #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 21 lug

​Capace di o capace a?🤓 Succede a volte di sentir dire o di leggere frasi del tipo: Non sono capace a fare niente, in cui l’aggettivo “capace” viene costruito con la preposizione “a”. È un errore.😱 Capace regge la preposizione “di”, quindi l’espressione corretta sarà: Non sono capace di fare niente. Ma la storia dell’etimologia e del significato di questo aggettivo è interessante e vale la pena conoscerla: viene dal latino capax, a sua volta derivante da càpere che significa “contenere”, quindi l’aggettivo ha come significato principale quello di “capace di contenere qualcosa”. Anche a noi oggi capita di usarlo con questo significato ad esempio in frasi come: Uno stadio capace di centomila persone. Più diffuso, in questo senso, è l’uso del sostantivo “capacità” e del participio presente “capiente”: La capacità dello stadio è di centomila persone e ancora Prendi con te una borsa capiente. Il fatto è che nel latino tardo si è diffusa anche la forma verbale capire, derivante sempre da càpere, ma con cambio di coniugazione. Nella lingua italiana è entrata nell’uso più quest’ultima forma e con il significato metaforico di “contenere con la mente, comprendere, capire” appunto. E così quando parliamo di capacità il pensiero corre subito alla facoltà di fare qualcosa prima ancora che di contenerla. #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 7 lug

​Lei, lui, loro: pronomi personali soggetto o complemento? Quello che affronto oggi è un esempio di come la lingua sia in costante evoluzione e arrivi non solo ad accettare, ma anzi a consigliare come preferibili nella forma scritta, consuetudini tipiche di quella parlata, che un tempo sarebbero state valutate come errore. Sto parlando dei pronomi personali: lei, lui loro usati nella funzione di soggetto e non solo di complemento. Ad esempio: Yu non riusciva a pronunciare la “erre”: lei veniva dalla Cina. Se in un tema al liceo avessi scritto questa frase, non l’avrei passata liscia: il pronome “lei” sarebbe stato sottolineato e sostituito dall’insegnante con il pronome “ella”, perché lei (come anche “lui” e “loro”) sono pronomi personali complemento e quando avessimo voluto usarli nella funzione di soggetto – come nel caso dell’esempio – avremmo dovuto utilizzare i pronomi egli, ella, essi, esse, nati proprio con questo ruolo. Parlo al passato perché oggi non è più così e se durante l’editing di un testo trovassi le antiche forme dei pronomi personali soggetto, consiglierei all’autore di svecchiare le frasi, sostituendole con quelle più moderne ormai preferite dall’uso. Sempre che non si tratti di un romanzo storico o di un testo che preveda personaggi di una certa età, la cui caratteristica risieda proprio nel loro tipico modo di parlare "all'antica". #grammarbreak#scriverebene

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Pubblicato 30 giu

​CLIMAX & ANTICLIMAX ⚡️☀️☔️ In realtà il climax di cui parliamo non ha nulla a che vedere con le variazioni atmosferiche. Oggi faccio una nuova incursione nelle figure retoriche per parlare di climax e di anticlimax. I termini derivano dal greco klímaks, sostantivo femminile che significa scala e rende bene l’idea di una salita o di una discesa graduale verso lo scopo che si vuole raggiungere. ✅Nella scrittura si parla di climax o di gradazione ascendente quando si costruiscono versi o frasi disponendo gli elementi del discorso secondo un ordine basato sulla crescente intensità del loro significato. L’intento è quello di potenziarne l’effetto, suscitando nel lettore un impatto emotivo sempre più forte, fino a raggiungere la sua massima potenza nel finale. Es.: Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! (Dante - Inferno, canto I) Il climax qui è riscontrabile nel crescendo dell’angoscia che suscita il verso, in cui gli aggettivi selvaggia aspra e forte intensificano sempre più lo sgomento provocato in Dante dalla selva. ✅L’anticlimax o gradazione discendente invece si pone come obiettivo quello opposto di smorzare l’intensità delle sensazioni che si intende descrivere. Es.: […] Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. (G. Leopardi – L’Infinito) La poesia è il terreno più adatto all’uso delle figure retoriche, ma se adoperate in modo consapevole e opportuno possono diventare espedienti interessanti anche nella prosa per creare effetti emotivi forti e donare musicalità al testo. #grammarbreak#scrittura#scriverebene

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Pubblicato 2 giu

⁣Allitterazione o cacofonia?🤓 Oggi voglio occuparmi di forma linguistica ed entrare nel campo delle figure retoriche che, come quello grammaticale, offre spunti e curiosità davvero interessanti. In particolare vi propongo l’allitterazione, una figura retorica di suono o ritmo, che gioca sugli effetti fonici ottenuti attraverso la ripetizione di lettere, sillabe, parole. Il termine deriva dal latino umanistico “allitteratio” risalente, forse, ad un antico verbo “adlitteràre” ossia mettere in linea, allineare lettere (e già nella spiegazione dell’etimo è presente un’allitterazione). È frequente l’uso in poesia per ottenere effetti ritmico-sonori particolari. Tra i tanti esempi che potrei portare, ricordo un verso di Torquato Tasso, tratto dalla “Gerusalemme liberata” (VII,16) in cui si legge: “il pietoso pastor pianse al suo pianto” in cui si riscontra l’uso reiterato della lettera “p”, ma anche di un verbo e del suo sostantivo derivato (pianse-pianto) con la stessa radice. A volte l’effetto è voluto e consapevole, altre accidentale, specie nella prosa. In questo caso il risultato ottenuto è quello di un inciampo nel ritmo e talora persino di una cacofonia, vale a dire di un suono sgradevole, stonato che spezza il fluire del discorso invece di agevolarlo. Prendiamo ad esempio questa frase e immaginiamola inserita in un dialogo di un racconto: “Ti dico che chi coglie conchiglie, deve farlo al mattino.” Come editor intervengo in casi del genere, facendo notare all’autore che quel “dico che chi coglie conchiglie” suona male e che sarebbe meglio usare una forma diversa con meno “c” e “gli”. La scrittura è forma e contenuto, una musica i cui suoni hanno una funzione importante. #grammarbreak#scrittura 👩‍💼@AlessandraPerotti

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Pubblicato 12 mag

⁣Uso di “sé” e di “lui”: quando e perché Per affrontare il quesito di oggi parto direttamente da una frase di esempio. È giusto dire: Marco tiene tutto per sé o è meglio dire Marco tiene tutto per lui? Sono giuste entrambe, ma hanno due significati diversi. ✅La prima, Marco tiene tutto per sé, significa che Marco è una persona molto riservata o molto avara, perché tiene tutto dentro oppure non divide niente con nessuno. ✅La seconda, Marco tiene tutto per lui, significa invece che Marco è una persona molto generosa, perché mette da parte ogni cosa per il bene di qualcun altro, vale a dire di quel “lui” a cui il pronome fa riferimento. E adesso arriviamo alla regola: si deve usare il pronome personale “sé” tutte le volte in cui esso si riferisca al soggetto della stessa proposizione (nel caso dell’esempio: Marco soggetto di tiene), si ricorre invece al pronome personale “lui” se quest’ultimo è riferito ad altra persona, espressa o sottintesa, che non svolga la funzione di soggetto del verbo reggente. Attenzione perché il pronome personale “sé” (da scrivere sempre con l’accento acuto e non grave sulla “e”) è attribuibile a sostantivi sia maschili sia femminili, singolari e plurali (lui/lei/loro), quindi il caso di doversene servire a ragion veduta è più frequente di quanto si pensi. #grammarbreak#scrivere

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Pubblicato 5 mag

⁣Qual è il plurale di "olio"? 🧐 Rispondo subito al quesito: il plurale di olio è oli, con una sola “i”. Capita però di trovare spesso nei testi la forma “olii”, ma è sbagliata. E allora perché il sostantivo pendio, che termina anche lui in “io” proprio come olio, al plurale diventa pendii (con due i)? È una questione di accenti. Questa la regola grammaticale: 🤓 ✅Il plurale dei sostantivi e degli aggettivi che terminano in -io sarà con due "i" quando quest'ultima è tonica, cioè quando su di essa cade l'accento. Per esempio: addìo diventa addii; gracidìo gracidii, leggìo leggii ecc. ✅Il plurale dei sostantivi e degli aggettivi che terminano in -io sarà con una sola "i" quando su di essa non cade alcun accento, perché appunto l'accento si trova su un'altra vocale. E questo è il caso di òlio, ma anche di bàcio che diventa baci, àgio che diventa agi e via dicendo. Questa volta la regola c’è e non dà adito a dubbi (che è anche lui un sostantivo che termina in “io”, ma il cui accento cade su un’altra sillaba e che, come tale, forma il plurale con una sola “i”). #grammarbreak#scrivere 👩‍💼@AlessandraPerotti

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