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1945, la festa dell’Europa (che l’ha scordata) di Alessandro Barbero Negli ultimi giorni del conflitto sul suolo europeo, alcuni vertici tedeschi ritenevano che gli Alleati avrebbero cambiato campo per attaccare con loro l’Urss. Churchill coniò il termine “Cortina di ferro” Il 2 maggio 1945 il feldmaresciallo Sir Alan Brooke, capo di stato maggiore delle forze armate britanniche, annotò nel suo diario: “La notte scorsa, al giornale radio di mezzanotte, è stata annunciata la morte di Hitler. Dopo aver desiderato questa notizia per sei anni, quando l’ho finalmente sentita non ho provato nessuna emozione. Non so perché. Ho capito subito che questo era il punto finale della guerra, ma sono così stanco che il mio cervello non è più capace di sensazioni intense”. “La Germania crolla”, aggiunse il giorno dopo. “Il fronte italiano si è arreso”. I migliori fra i generali tedeschi sapevano da molto tempo che la guerra era perduta. Dopo lo sbarco in Normandia, al comando della Wehrmacht che gli telefonava preoccupato da Berlino chiedendo cosa si poteva fare, il feldmaresciallo von Rundstedt, OB West ovvero comandante in capo a Occidente, aveva risposto: “Finite la guerra, idioti!”. Ma finché Hitler era vivo, nessuno poteva proporlo seriamente (e von Rundstedt perse il posto il giorno dopo). Ora, invece, morto il Führer la strada per la pace in Europa era spalancata; senonché, come si scoprì subito, finire una guerra era più difficile che cominciarla. I problema principale è che i tedeschi erano prontissimi a fare la pace con gli alleati occidentali, ma non con i russi; anzi, da tempo coltivavano la speranza che gli angloamericani si sarebbero uniti a loro nella crociata contro la minaccia bolscevica – giacché la propaganda nazista aveva smesso da un pezzo di parlare della razza padrona e del suo Lebensraum a Est, e pretendeva invece di parlare a nome di un’Europa unita nella difesa contro le orde russe. Non era soltanto la leadership nazista a crederci: ci credeva anche la truppa. L’asso degli Stuka, Hans-Ulrich Rudel, nazista convinto che anche dopo la guerra continuò a frequentare gli ambienti neonazisti, nelle sue memorie ricorda che negli ultimi giorni della guerra rifletteva continuamente sull’“immensa responsabilità” che gli alleati occidentali si stavano assumendo davanti alla Storia, “stroncando la Germania e rafforzando la Russia”. In realtà l’elettorato americano o britannico, in quei giorni, non avrebbe mai accettato una nuova guerra contro il popolo russo, i cui immensi sacrifici erano stati elogiati per anni dalla stampa alleata. Invece Churchill, se fosse dipeso solo da lui, forse ci avrebbe fatto un pensierino: anzi, negli ultimi mesi aveva chiesto ai suoi generali di valutare la possibilità di riprendere la guerra contro l’Urss una volta sconfitti i tedeschi. Per fortuna i generali gli avevano risposto che sarebbe stata una pazzia, e anche Winston alla fine rinsavì. Dopo la guerra, però, sarebbe diventato uno dei più accaniti promotori e propagandisti della guerra fredda contro gli ex-alleati, e l’inventore della sciagurata formula della “cortina di ferro”. E dunque i generali tedeschi dopo la morte di Hitler si precipitarono a trattare con gli angloamericani, ma non con i sovietici. Il comandante in capo della Wehrmacht, Keitel, che sarà poi impiccato a Norimberga (a dimostrazione che aveva fatto molto male a fidarsi), incontrò Montgomery, comandante delle forze britanniche in Europa, già il 4 maggio promettendo la resa incondizionata di tutte le forze tedesche a Occidente; non era sicuro, però, di farsi obbedire da quelle impegnate in Cecoslovacchia, che stavano reprimendo con l’abituale ferocia l’insurrezione di Praga. I russi, comprensibilmente, non erano entusiasti di questa strana specie di resa a metà. L’indomani, 5 maggio, Alan Brooke annotò: “Difficoltà di convincere i russi, combinata con la grande riluttanza dei tedeschi ad arrendersi ai russi, da cui sono terrorizzati”. Segue...