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In Sicilia i camionisti hanno proclamato cinque giorni di sciopero contro il caro carburante. Dal 20 aprile la protesta si estenderà a tutta Italia. L’obiettivo dichiarato è chiaro: lasciare i supermercati vuoti finché non arriveranno risposte dal governo. Chiedono in particolare che la committenza — grande distribuzione e grandi aziende — sia obbligata ad adeguare i compensi agli aumenti del carburante. Oggi infatti le imprese di autotrasporto lavorano con contratti fissi, scollegati dal prezzo del carburante. Il risultato? Gli aumenti che vediamo sugli scaffali non dipendono davvero dai costi di trasporto, ma spesso da pura speculazione. Riusciranno a bloccare tutto? Vedremo. La rabbia è tanta, e l’obiettivo è ambizioso. Ma è anche vero che solo così si ottengono risultati. Forse qualcuno dovrebbe prendere appunti. Nel dubbio, meglio fare la spesa. Il punto è che tutto questo non dipende solo dalla crisi internazionale, come quella legata all’Iran e al prezzo del petrolio. È anche il risultato di scelte politiche ed energetiche fatte negli ultimi anni, legate al conflitto in Ucraina: dalle sanzioni suicide contro la Russia (contro cui urge rilanciare la nostra campagna, link in basso), alla rottura dei rapporti energetici, fino a una linea che ha finito per penalizzare profondamente gli interessi dei popoli italiano ed europeo. Una linea che si inserisce in una logica fanatica di guerra che sta producendo effetti sociali ed economici pesanti, mentre ogni prospettiva negoziale viene sistematicamente accantonata. Nel frattempo, il governo guidato da Giorgia Meloni — con il pieno avallo del Presidente Sergio Mattarella — continua a rafforzare il sostegno all’Ucraina, nella prospettiva di una guerra senza fine. Dopo un improvviso sussulto di autonomia — si pensi alle recenti tensioni con Donald Trump — viene di fatto riconfermata la linea bipartisan draghiana: pieno allineamento al vincolo esterno euro-atlantico, quando esso coincide con il sostegno acritico a Volodymyr Zelensky e con un persistente manicheismo antirusso. Nell’incontro di ieri si è parlato di armi, fondi, invio di apparecchiature mediche e perfino di accordi per la produzione di droni. Dal Quirinale sono arrivate parole di elogio per “l’eroismo e la resistenza” ucraina, mentre in Italia le conseguenze di queste scelte auto-penalizzanti continuano ad aumentare. Il punto non è solo politico, ma anche molto concreto: mentre si destinano risorse, strumenti e capacità produttive verso l’esterno, settori fondamentali come la sanità pubblica restano sotto pressione e sottofinanziati. La sanità italiana, appunto, è sempre più in difficoltà: per una TAC o una risonanza magnetica si aspettano mesi, a volte anni, oppure si è costretti a pagare cifre elevate per accedere subito alle cure. E mentre questo accade, si procede spediti verso una riconfigurazione del welfare in senso bellico, nel nome di una nuova “responsabilità europea” fondata sull’emergenzialismo bellicista e su un’idea di crescita legata alla leva militare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dalle promesse di “prima gli italiani” si è passati a un sostanziale allineamento a interessi geopolitici e geoeconomici altrui, anche quando si rivelano ostili alle ragioni della pace e della giustizia sociale, con le istituzioni — a partire dal Quirinale, con Sergio Mattarella vero líder máximo dell’opposizione piddina — nel ruolo di garanti di questa linea. Quando vi danno un appuntamento tra uno o due anni per una visita, quando pagate il carburante sempre più caro, ricordatevi anche di queste scelte. 🤕entra nel canale telegram http://t.me/lafionda