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Canale sorgente @WritingWay · Post #1069 · 13 gen

MA TU COMUNICHI O TRASMETTI? 🎙📡 #videotips#video ✅Un conto è usare una lingua, un altro un linguaggio. Che differenza c’è? ✅Un conto è comunicare, un altro trasmettere. Tu vuoi comunicate o trasmettere? Ne parlo nel mini video. @writingway

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AmiciApple.it

@amiciapple · Post #3713 · 23/10/2020, 19:26

🔍#FOCUS Quanto sono diminuiti gli spostamenti degli italiani nella seconda ondata? Dai dati messi a disposizione da Apple, è possibile notare, dopo il picco estivo, una marcata diminuzione nell’utilizzo dei mezzi pubblici (-40% da baseline) e una lieve riduzione delle altre tipologie di spostamenti (a piedi e auto) ↪️https://www.apple.com/covid19/mobility ✍🏻@amiciapple x @covid19

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AmiciApple.it

@amiciapple · Post #3372 · 19/05/2020, 22:59

🔍#FOCUS Di quanto sono aumentati gli spostamenti degli italiani (curva azzurra) dalla fine del lockdown del 18 maggio? Ecco l’aggiornamento dei dati messi a disposizione da Apple. Da notare inoltre come, ancora una volta, gli italiani si spostano comunque ancora meno rispetto alla maggior parte dei paesi occidentali. ↪️https://www.apple.com/covid19/mobility ✍🏻@amiciapple x @covid19

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@amiciapple · Post #3340 · 05/05/2020, 22:11

🔍#FOCUS Di quanto sono aumentati gli spostamenti degli italiani (curva azzurra) dal 4 maggio? Grazie ai dati messi a disposizione da Apple è possibile notare un incremento marcato nella mobilità. Da notare inoltre come gli italiani si muovano comunque meno rispetto ai britannici, ancora in pieno lockdown ↪️https://www.apple.com/covid19/mobility ✍🏻@amiciapple x @covid19

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2293 · 10/03/2026, 09:58

#focus L’EUROPA CHE DORME SULLE NUOVE ARMI DA GUERRA Se gli americani stanno cercando di avvalersi dei droni intercettori ucraini per difendere le proprie basi in Medio Oriente, gli iraniani potrebbero presto dotarsi delle innovazioni che la Russia ha apportato nel corso degli anni agli stessi droni di Teheran ormai da tempo costruiti su licenza. Già stiamo vedendo immagini dei "grezzi" Shahed-136 capaci di far danni, o comunque di costringere il nemico a spendere missili da milioni di dollari per abbatterli (questi droni voltano a circa 250 km/h, e gli obiettivi "lenti" sono i peggiori da colpire anche per i jet, che non possono usare le mitragliatrici ma devono comunque ricorrere ai missili aria-aria), a breve potremmo assistere alla comparsa di versioni ben più evolute di quegli stessi droni. Il GUR ucraino, già da un paio di mesi, ha avvisato gli alleati dell'impiego da parte russa di nuovi tipi di droni: i "Geran 4" e i "Geran 5". "Geran" è il nome che i russi hanno dato agli Shahed iraniani. Se il "Geran 4" è un drone con conformazione simile all'136, seppur dotato di motore a reazione, nuovi sistemi di navigazione e pure capacità di sganciare munizioni e non solo autodistruggersi, il "Geran 5" è ormai un vero e proprio succedaneo di un missile da crociera. Ben più economico. Secondo le fonti ucraine (che citano i dati dell'intelligence ucraina), questo UAV/missile è prodotto in due "calibri": 450 kg e 850 kg. Allo stesso tempo, l'intelligence ucraina indica esplicitamente che il suo vettore principale dovrebbe essere l'aereo da attacco Su-25 "Grach", di cui i russi hanno ancora una gran disponibilità dell'epoca sovietica. E il loro utilizzo è relativamente economico. Che, in combinazione con l'utilizzo di missili da crociera molto economici e di un gran numero di nodi per il loro montaggio, consente di ottenere un potente e poco costoso sistema d'attacco aereo moderno "riciclando" tecnologie altrimenti obsolete. È un po' lo stesso principio dell'uso in battaglia di un vero game-changer per la Russia, ossia le bombe guidate. Mosca ha praticamente preso dei residuati sovietici a caduta libera disponibili in decine di migliaia di unità e li ha equipaggiati di un sistema di guida piuttosto preciso, trasformandole in un succedano delle JDAM occidentali che costano 30 volte di più. Allo stesso tempo, il "Geran-4" è equipaggiato con un motore a reazione di minore spinta, e quindi, con un peso di 450 kg, trasporta solo 50 kg di carica esplosiva a una velocità di 350-500 km/h su una distanza fino a 950 km (nel caso di un lancio da un Su-25), mentre il "Geran-5" trasporta già 90 kg di carica esplosiva a una velocità di 450-600 km/h su una distanza fino a 1.050 km. E qui va notato un punto importante. In precedenza si riteneva che i nodi di sospensione del Su-25 potessero sopportare un carico massimo di 660 kg di missili X-29L. Ma poiché è stato rilasciato un nuovo missile da crociera nel "calibro" di 850 kg, significa che i russi sono riusciti a lanciarlo da terra o a trovare il modo per equipaggiare il "Grach". In tal caso, ogni jet potrebbe trasportarne anche 4, per le brevi distanze. Utilizzando gli aeroporti della Crimea, ad esempio, come punto di lancio, tenendo conto delle caratteristiche del missile, è possibile colpire qualsiasi punto in Ucraina, anche a grande distanza. Il motivo principale per cui i piani occidentali non riescono pienamente nelle guerre moderne è che la dottrina militare è totalmente insensata. Deve essere ripensata nella chiave super-economica, sia nella produzione che nella conversione. Molte tecnologie considerate obsolete in Occidente si smaltiscono e se ne producono altre più costose, arricchendo i signori della guerra di continuo. Armi che però a loro volta staranno comunque indietro sul campo di battaglia perché il loro uso sarà anti-economico.

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2282 · 08/03/2026, 16:29

🔥#focus LA QUESTIONE IDRICA Partiamo da un presupposto chiaro: l'operazione militate israelo-americana, così com'era stata concepita all'inizio, è fallita. Chi lo nega, mente. Secondo le dichiarazioni pubbliche i blitz avrebbero dovuto distruggere la leadership politica e religiosa iraniana, i suoi impianti nucleari, la sua capacità missilistica, la sua flotta, la sua aviazione. E avrebbero dovuto innescare uno spontaneo moto di rivolta contro gli ayatollah. Invece, dopo oltre una settimana, i missili partono lo stesso (in numero minore), le leadership vengono sostituite e le piazze non si riempiono affatto. Quindi cosa succede ora? Piano b. Questo prevede una rettifica semantica, e cioè che gli ayatollah non sarebbero poi nemmeno così male, se solo a sceglierli ci pensassero Washington e Tel Aviv. In alternativa, bisogna trovare qualcun altro che si prenda la briga di partecipare alla guerra contro Teheran per convincerli. I curdi si sono rifiutati. Gli azeri per il momento titubano. I Paesi del Golfo vengono messi nella scomoda posizione di dover per forza attaccare l’Iran. L'ultimo episodio kafchiano riguarda la "questione idrica". Israele comunica che l'attacco all'impianto di desalinizzazione dell'acqua dolce sull'isola iraniana di Qeshm sarebbe stato condotto dagli Emirati Arabi. Abu Dhabi deve smentire, rapidamente e ufficialmente, gli israeliani. L'intento provocatorio è quello di mettere l'uno contro l'altro monarchie sunnite e l'Iran sciita. E l'acqua è il modo più semplice per farlo, perché ora la guerra sta coinvolgendo gli impianti civili, come i giacimenti petroliferi e, appunto, la desalinizzazione. Per le monarchie del Golfo attaccare questi impianti in Iran sarebbe un suicidio. Milioni di persone lì vivono nel deserto grazie al fatto che sulla costa ci sono decine di grandi impianti. Questi sono statici e quasi indifesi. Se gli iraniani volessero, potrebbero colpirli in mezzo minuto. Secondo le stime, il Qatar ottiene quasi il 100% dell'acqua potabile dalla desalinizzazione, il Bahrain e il Kuwait circa il 90%, l'Arabia Saudita circa il 70% e gli Emirati Arabi Uniti il 42%. Il danneggiamento anche di un singolo nodo importante potrebbe rapidamente causare una situazione di emergenza. E se l'Iran ne colpisse contemporaneamente diversi, lascerebbe circa 50 milioni di persone senz'acqua entro una settimana. Sì, ciò darebbe ad Israele e Stati Uniti un motivo per decuplicare i propri sforzi militari, e a quel punto coinvolgere anche altri alleati per "scongiurare la catastrofe umanitaria provocata dall'Iran". Ma a che prezzo? Quante vite civili verrebbero messe a repentaglio? Quanti sarebbero costretti all’esodo? E perché gli iraniani dovrebbero essere così stupidi da fare una mossa del genere di loro spontanea volontà? Anzi, queste meline dialettiche, che non piacciono proprio ai Paesi del Golfo, rafforzano la posizione diplomatica dell’Iran e fanno aumentare la pressione sugli Stati Uniti, a cui verrà chiesto di interrompere rapidamente la guerra (quindi l'opposto dell'intervento) per scongiurare il rischio di un cataclisma in cui né Bahrein, né Qatar, né Kuwait, né Arabia Saudita, né Oman e né EAU si sarebbero voluti ritrovare.

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2277 · 06/03/2026, 11:56

🇮🇷🇷🇺#focus LA RUSSIA SOSTIENE MILITARMENTE L’IRAN? Al netto della condanna formale dell'attacco all'Iran, la Russia sta beneficiando indirettamente del conflitto. Almeno per ora. Il petrolio russo viene venduto allo stesso prezzo del Brent, che sta salendo, e quindi quasi al doppio rispetto a una settimana fa (44 dollari contro 80). L'impegno occidentale in Medio Oriente, inoltre, proietta altrove risorse e sostegno militare che sarebbe potuto finire in Ucraina. E anche dal punto di vista politico e diplomatico, Mosca ha la possibilità di mostrare al mondo la doppia morale dell'Occidente, che usa il diritto internazionale come scudo in base alla convenienza e modula il linguaggio secondo comodità (stiamo "liberando" gli iraniani, come Putin dice di "liberare" gli ucraini, stiamo conducendo "operazioni militari" e non "guerre", proprio come la Russia chiama l'operazione militare speciale). In molti, esperti di Risiko, sostengono però che la Russia stia attivamente aiutando l’Iran con l'invio di armi. O che potrebbe addirittura entrare in guerra al fianco dell’Iran. Balle spaziali. Logicamente, la Russia ha interesse strutturale nella sopravvivenza dell’Iran come partner, ma ha anche motivi per mostrarsi prudente: il rischio di uno scontro diretto con Stati Uniti e Israele, la necessità di preservare la relazione con Teheran come risorsa di lungo periodo e il fatto che alcune delle forme di sostegno più efficaci supererebbero soglie che anche Mosca non può permettersi di oltrepassare. Bisogna intanto chiarire un aspetto: Mosca e Teheran NON hanno accordi di difesa reciproca. Rileggetelo di nuovo. Il trattato di partenariato strategico globale ratificato tra Russia e Iran nel 2025 NON PREVEDE che se l’Iran fosse stato attaccato, la Russia sarebbe stata obbligata a fornire assistenza militare. Ciascuna parte aiuta l’altra a resistere più a lungo alle proprie condizioni, condividendo tecnologia, intelligence e lezioni operative, senza assumersi gli oneri di un’alleanza militare formale. Per ora quindi, la relazione offre alla Russia diversi modi per cooperare con l’Iran senza impegnarsi direttamente nel conflitto. Assistenza tecnica, lezioni operative e un supporto selettivo di intelligence consentono alla Russia di aumentare il costo della guerra per gli avversari dell’Iran limitando al contempo la propria esposizione. Consideriamo di cosa l’Iran ha più urgentemente bisogno: componenti per missili balistici, intercettori per la difesa aerea, UAV kamikaze prodotti su larga scala e hardware di navigazione di precisione resistente al jamming. Esattamente gli stessi sistemi che la Russia sta consumando al massimo ritmo in Ucraina. Le riserve russe di intercettori S-300 e S-350 sono sotto pressione costante dal 2022. La produzione nazionale di missili balistici è stata interamente prioritarizzata per il teatro ucraino. La produzione di munizioni circuitanti (cioè i droni kamikaze), per quanto impressionante in termini assoluti, è comunque impegnata a colmare le lacune create da tassi di logoramento che hanno superato tutte le previsioni formulate prima della guerra. Anche nei casi in cui, in teoria, si potrebbero trovare o deviare scorte, i sistemi d’arma moderni non vengono semplicemente trasferiti: vengono integrati. Una consegna di intercettori S-300 senza operatori addestrati, software di controllo del fuoco calibrato, catene di approvvigionamento per i pezzi di ricambio e infrastrutture di manutenzione non costituisce una capacità di difesa aerea: è una responsabilità costosa. La stessa logica vale per i componenti dei missili balistici: le varianti iraniane Fateh e Fattah richiedono pacchetti di guida specifici, particolari formulazioni di propellente e attrezzature di supporto a terra che non possono essere improvvisate rapidamente. Consegnare i componenti è la parte facile; integrarli in una capacità di lancio funzionante e sostenuta, mentre si subiscono perdite operative, è la parte difficile — e non esistono scorciatoie.

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2252 · 02/03/2026, 13:08

🔥#focus Per decenni, causa embargo, l'Iran ha adoperato tutte le possibili strategie di reverse engineering possibili per tenere la propria industria militare più all'avanguardia che potesse. Ma la guerra in Ucraina ha, per la prima volta nella storia, invertito le parti. In foto è possibile vedere i BPLA-kamikaze LUCAS, i droni dotati del sistema di trasmissione dati satellitare Starlink, che gli Stati Uniti hanno utilizzato per la prima volta e in massa contro l'Iran nell'ambito dell'operazione "Furia epica". Sono, come si nota, evoluzioni degli Shahed 136 di fabbricazione iraniana che Teheran ha venduto alla Russia e che Mosca sta ancora oggi massicciamente impiegando in Ucraina. Trattandosi di una formula economica ma comunque letale, e inserendosi in un segmento che l'industria occidentale dei droni non aveva ancora mai sviluppato, è lecito dire che gli americani abbiano, stavolta, "copiato" gli iraniani, e non viceversa. Tra l'altro, gli stessi russi da quando hanno iniziato a fabbricare il drone su licenza, lo hanno adattato alle condizioni di un conflitto ad alta intensità. Quelli ribattezzati "Gerani" sono stati gradualmente dotati di trasmettitori MESH, di motori a reazione, di telecamere per osservare il volo e di una componente di combattimento aumentata. Anche la tattica dell'impiego dei droni d'attacco è stata modificata: dalle inefficaci incursioni "a ventaglio" delle forze armate russe si è passati alla concentrazione dei mezzi di attacco su un numero limitato di obiettivi. Ciò ha permesso di esaurire i sistemi di difesa aerea, aumentando al contempo il danno causato dagli attacchi agli obiettivi. Quello che potrebbe accadere è che la vecchia partnership russo-iraniana stavolta possa cambiare direzione. Nel 2022 gli istruttori di Teheran andavano in Crimea per addestrare i russi. Ora potrebbero essere i russi ad offrire all'Iran il know-how per adattare i suoi stessi droni alle nuove forme di combattimento e alle tecnologie di guerra elettronica occidentali che la Russia sta fronteggiando in Ucraina.

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2167 · 12/12/2025, 15:40

#focus Quanto vale la città di Siversk? Il protocollo informativo sulle evoluzioni della guerra russo-ucraina è sempre il solito: idealizzazione, negazione, minimizzazione. Prima, la tenuta di una città viene elevata ad esempio di resistenza strenua e imperitura. Poi, quando cade, il suo destino viene negato anche di fronte all'evidenza, per giorni, finché il riflettore non si sposta altrove. Infine, quando è scomparsa dalle cronache, viene derubricata a obiettivo strategico inutile. Gli esempi sono infiniti. Ora tocca a Siversk. È una città di dimensioni modeste nell'Oblast di Donetsk, ma con un peso militare sproporzionato. Il suo valore strategico nasce dalla posizione nel Donbass settentrionale: sta davanti al sistema urbano-logistico Sloviansk–Kramatorsk, spesso indicato come perno della “fortress belt” ucraina. In questo senso Siversk funziona da “schermo” avanzato che costringe le forze russe a consumare tempo e risorse su un obiettivo intermedio invece di poter trasferire pressione in modo più diretto sulla cintura urbana principale. Sul piano operativo e tattico, l’area di Siversk è una cerniera tra ambienti diversi: campi aperti e villaggi sparsi da un lato, e la Serebrianskyi Forest con la valle del fiume Siverskyi Donets dall’altro. Questo mosaico crea corridoi obbligati (strade, linee alberate, avvallamenti) e quindi opportunità di fuoco incrociato, imboscate e, soprattutto, interdizione a distanza. La guerra di droni amplifica il valore di ogni micro-rilievo e margine di bosco: chi osserva per primo può coordinare artiglieria, FPV e squadre d’infiltrazione, riducendo la necessità di assalti frontali su larga scala. Il valore militare di Siversk è anche logistico. Quando le vie di collegamento entrano sotto il fuoco nemico, la difesa urbana può trasformarsi in un saliente costoso: rifornimenti, evacuazioni e rotazioni diventano più lenti e rischiosi, spesso vincolati alla notte, al meteo e a coperture antidrone improvvisate. Ecco perché sebbene i russi stiano cercando di conquistarla da tre anni, la situazione lì si è deteriorata rapidamente negli ultimi due mesi, con avvicinamento russo da più direzioni e con la tratta di collegamento Siversk–Lyman finita sotto controllo di fuoco, con effetti diretti sulla sostenibilità della difesa. Per Mosca la presa di Siversk comporta la possibilità di riallineare le direttrici verso ovest e aumentare le opzioni di aggiramento e infiltrazione. Per Kiev, tenerla significa “comprare tempo”. Ecco perché, proprio come Pokrovsk, è al centro della nebbia di guerra. Ieri la leadership russa ha rivendicato la conquista completa della città, mentre l’Ucraina nega, parlando di infiltrazioni in piccoli gruppi. Tutte respinte. Se è vero che spesso i vertici militari russi si siano spinti ad annunciare risultati militari prematuramente, bisogna dire che non è questo il caso. Né il caso di Pokrovsk. Le due città sono sotto controllo russo, e non ha senso far circolare foto vere o presunte di soldati ucraini che compaiono in un edificio ai margini più estremi delle città per poter dire "Stanno tenendo" nella speranza che nel giro di qualche giorno si possa fare i prestigiatori depistando su altro. Ben più saggio è guardare in faccia la realtà: Siversk è un “obiettivo-ponte” perché unisce terreno, rotte e manovra, e la sua sorte inciderà sia a livello tattico (interdizione e sostenibilità della difesa) sia operativo (pressione e accesso alla cintura Sloviansk–Kramatorsk).

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2144 · 21/10/2025, 11:57

🇯🇵#focus Chi è la Lady di Ferro del Giappone A Tokyo è successo qualcosa di epico. Dopo due tentativi falliti, Sanae Takaichi, 64 anni, è stata eletta la prima donna primo ministro, in uno dei Paesi più patriarcali del mondo. Nata nella prefettura di Nara, figlia di un impiegato e di una poliziotta, Takaichi è cresciuta lontana dalla politica. Appassionata di musica heavy metal, era famosa per portare con sé molte bacchette da batteria: le spezzava durante le esibizioni più energiche con la sua band. Prima di entrare in politica, lavorò per un breve periodo come conduttrice televisiva. La sua ispirazione politica nacque negli anni Ottanta, nel pieno delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Giappone. Desiderosa di comprendere meglio la percezione americana del suo Paese, Takaichi lavorò per la deputata democratica Patricia Schroeder, nota per le sue critiche al Giappone. Lì osservò come molti americani confondessero lingua e cultura giapponese con quelle cinese e coreana, trattando il Giappone come un’estensione dei suoi vicini. Da quell’esperienza trasse una conclusione più che mai attuale e che la proietta direttamente nell'alveo del nazionalisto nipponico: “Finché il Giappone non sarà in grado di difendersi da solo, il suo destino resterà nelle mani di un’opinione pubblica superficiale.” Nel 1992 si candidò come indipendente, senza successo. L’anno seguente ottenne un seggio e nel 1996 aderì al Partito Liberal Democratico (LDP), quello egemone nel Sol Levante. Da allora è stata eletta dieci volte, ricoprendo diversi incarichi di rilievo: ministro per la sicurezza economica, ministro del commercio e dell’industria, e ministro per gli affari interni e le comunicazioni — un mandato da record per durata. Nel 2021 partecipò per la prima volta alla corsa per la leadership del LDP, perdendo contro Fumio Kishida. Tentò di nuovo lo scorso anno, arrivando prima al primo turno ma sconfitta infine da Shigeru Ishiba. Visti i disastri dei predecessori, stavolta tocca a lei. Protetta e allieva di Shinzo Abe, Takaichi fu nominata da lui Ministro dell'Interno nel 2014. È una conservatrice convinta: ha sempre osteggiato la possibilità per le donne sposate di mantenere il cognome da nubile e si è espressa contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Quindi è un premier donna ma non femminista, così come Giorgia Meloni. Le sue proposte sociali traggono ispirazione dalle proprie esperienze familiari: vuole potenziare i servizi sanitari per le donne, riconoscere maggiormente il lavoro di assistenza domestica e migliorare l’assistenza agli anziani. Sul piano economico, Takaichi ha promesso di rilanciare la "Abenomics”, la strategia di Abe basata su spesa pubblica elevata e credito a basso costo. Visita regolarmente il Santuario di Yasukuni, e ciò è importante. Lì sono commemorati i caduri per il Giappone, compresi quelli condannati per crimini di guerra. Per lungo tempo i premier nipponici non si sono recati a Yasukuni per non disturbare l'alleato americano, ma avrebbero voluto eccome. Ultimamente questa tendenza sta cambiando e con Takaichi potrebbe essere rovesciata del tutto. Sostiene inoltre l’allentamento delle restrizioni costituzionali sulle "Forze di autodifesa", affinché il Giappone possa dotarsi di capacità offensive. La riforma dell'Articolo 9 è un punto fermo del nazionalismo nipponico dai tempi di Yukio Mishima. Anche se dal 1955 il Partito Liberal Democratico domina la scena politica giapponese, oggi perde terreno a causa della stagnazione economica, del declino demografico e del crescente malcontento sociale. A beneficiarne, dopo l'assassino di Abe, le frange più a destra. La sua elezione mira proprio a riconquistare gli elettori conservatori attratti dal movimento "Sanseito", partito ultranazionalista in ascesa, che con lo slogan “Japan First” è passato da un seggio a quindici, sottraendo voti all’LDP.

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2134 · 11/10/2025, 10:11

🇺🇸⚡️🇻🇪#focus Un Nobel per la Rivoluzione. Dietro la crisi in corso tra Stati Uniti e Venezuela si celano settimane, mesi di trattative condotte sotto traccia tra i funzionari venezuelani e l’amministrazione Trump. Al centro dei colloqui, ovviamente, il controllo sulle sterminate risorse petrolifere di Caracas e non solo. Ovunque abbia puntato gli occhi, Trump nella sua seconda legislatura ha messo al primo posto il ripensamento della politica energetica americana: in Ucraina ha firmato l'accordo per le terre rare, in Europa ha dirottato verso Washington l'importazione di GNL, in Russia sta cercando di normalizzare i rapporti con Putin per sottrarre un asset alla Cina, nell'Artico sta cercando di entrare a gamba tesa nelle esplorazioni addirittura minacciando di annettere Canada e Groenlandia. In questo senso il Venezuela è, seppur meno "mediatico", terreno di confronto cruciale. Nicolas Maduro nelle scorse settimane avrebbe, secondo il New York Times che cita fonti anonime, persino offerto agli Usa una quota dominante del petrolio e delle altre risorse minerarie del Paese. La proposta sarebbe rimasta sul tavolo anche mentre l’amministrazione Trump definiva il governo del presidente venezuelano un “cartello narco-terrorista”, schierava navi da guerra nei Caraibi e iniziava a far esplodere imbarcazioni che, secondo funzionari statunitensi, trasportavano droga dal Venezuela. In base alla proposta, il leader venezuelano offriva di aprire alle compagnie americane tutti i progetti petroliferi e auriferi esistenti e futuri, di concedere contratti preferenziali alle imprese statunitensi, di invertire il flusso delle esportazioni di petrolio dalla Cina agli Stati Uniti e di ridurre drasticamente i contratti energetici e minerari con aziende cinesi, iraniane e russe. Sarebbe stato un trionfo per gli Usa e la scomparsa di fatto degli ultimi elementi di nazionalismo delle risorse su cui si fondava il movimento di Hugo Chávez, poi ereditato da Maduro. Eppure, l’amministrazione Trump ha rifiutato e ha interrotto i contatti diplomatici con il Venezuela la settimana scorsa, facendo di fatto naufragare l’intesa. Perché? Nonostante gli Stati Uniti prendano di mira quelli che definiscono “narco-barchini”, l’interruzione della diplomazia, il rafforzamento militare vicino al Venezuela e le minacce sempre più dure rivolte a Maduro da funzionari dell’amministrazione Trump hanno portato molti in entrambi i Paesi a pensare che il vero obiettivo di Washington sia il regime change. In favore di chi? Guarda il caso della leader dell’opposizione venezuelana appena insignita del Nobel per la Pace: María Corina Machado. Machado, durante le trattaive, ha presentato a Washington la sua proposta economica alternativa, sostenendo che le compagnie americane potrebbero ottenere in Venezuela una ricchezza molto superiore alle promesse di Maduro: 1,7 trilioni di dollari in 15 anni in caso di transizione politica. Sebbene Trump abbia abituato ormai alle improvvise inversioni di rotta su altre questioni di politica estera, come la guerra in Ucraina, i rapporti commerciali con la Cina o il programma nucleare iraniano, quella in corso in Venezuela è una sorta di asta al rialzo attraverso la quale i due leader politici, Maduro e Machado, si stanno sfidando per promettere agli Usa maggiori risorse accompagnate però da "stabilità" per garantire gli investimenti in futuro. Ovviamente, tra i due, dal punto di vista dell'affidabilità per la Casa Bianca non c'è paragone. Il Venezuela oggi produce circa un milione di barili di petrolio al giorno, rispetto ai tre milioni dell’era Chávez. La maggior parte delle esportazioni va in Cina, con l’eccezione dei circa 100.000 barili al giorno che Chevron vende negli Stati Uniti. Secondo molti esperti il Paese potrebbe aumentare rapidamente la produzione con investimenti esteri, ma non lo ritengono possibile sotto il governo attuale, nonostante Maduro negli anni abbia capito che rischiava l'osso del collo e abbia esteso il suo tentativo di apertura anche al settore privato statunitense, nel tentativo di rafforzare la

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Daniele Dell'Orco Geopolitica

@dellorcogeopolitica · Post #2123 · 24/09/2025, 12:35

❓️#focus Le 7 guerre fermate da Trump. Esistono davvero? Il Dipartimento di Stato USA ha pubblicato per la prima volta una lista dei famosi conflitti che Trump avrebbe risolto in giro per il mondo. Dopo aver menzionato a più riprese questo numero nei suoi discorsi senza citarli tutti esplicitamente, ora possiamo esaminarli uno ad uno con uno sguardo più attento. 👉 Egitto-Etiopia: non c’è stata alcuna recente guerra tra Il Cairo e Addis Abeba. C'è una tensione che riguarda il Gerd, il grande complesso idroelettrico sul Nilo Azzurro. Egitto (e Sudan) contestano al governo etiope il diritto di impedire il libero flusso dell’acqua senza che venga raggiunta un’intesa vincolante con i Paesi a valle. Nella dialettica, ci sono state minacce di blitz militari per prendere il controllo del Gerd. Per ora mai accaduti. Trump, che ha preso le parti dell'Egitto, ha detto di essere al lavoro per «risolvere molto rapidamente» la questione. Ma i negoziati sono fermi e non esiste al momento alcun accordo. 👉 Serbia-Kosovo: questione annosa mai risolta. Belgrado non riconosce l'indipendenza di Pristina. Negli ultimi 25 anni i due Paesi hanno rischiato più volte il riacutizzarsi di tensioni militari. Una nuova guerra non è mai esplosa e Trump sostiene che l'escalation sia stata evitata grazie alle sue proposte di accordi commerciali tra le parti. Ciò è difficile da dimostrare e soprattutto è impossibile parlare di risoluzione della contesa senza un riconoscimento del Kosovo o un'annessione alla Serbia. 👉 Azerbaigian-Armenia. La seconda guerra del Karabakh si è combattuta a settembre-novembre 2020, cioè nelle ultime settimane di mandato Trump. Poi, nel 2023, Baku ha definitivamente preso il controllo manu militari della regione. Trump ha avuto il merito di mettere Pashinyan e Aliyev di fronte e far firmare agli armeni il riconoscimento dei nuovi confini e la fine delle rivendicazioni sul Karabakh. Tuttavia, resta ancora aperta la questione del Corridoio di Zangezur e con gli altri attori dell'area, Russia e Iran, potrebbero nascere seri problemi senza un accordo che faccia felici tutti. Fino ad allora, la questione resta aperta. 👉 RDC-Ruanda. Il conflitto infuria ancora, con un cessate il fuoco mediato da Trump il 27 giugno a Washington che non ha ricompreso il gruppo miliziano M23. Ancora un mese fa i miliziani hanno trucidato 140 persone, non si sono mai ritirate dalle zone occupate e non hanno mai deposto le armi. 👉 Cambogia-Thailandia: Trump ha rivendicato un ruolo nei negoziati, legandolo anche alle relazioni commerciali con i due Paesi, ma l’accordo non ha risolto la disputa territoriale alla base dello scontro. Che quindi permane. 👉 Pakistan-India: Trump ha dichiarato che la tregua raggiunta a maggio sul confine del Kashmir è stata possibile grazie alla mediazione statunitense. I leader pakistani lo hanno ringraziato, ma quelli indiani (che con la Casa Bianca non sono affatto in buoni rapporti) hanno smentito qualsiasi intervento statunitense, spiegando che il cessate il fuoco era stato deciso direttamente tra i due Paesi. E, comunque, non è una pace. 👉 Iran-Israele: che dire, certamente dopo il raid americano in Iran i bombardamenti reciproci duratu 12 giorni sono terminati. Ad oggi però non c'è accordo sul nucleare iraniano, non c'è cambio di regime a Teheran, non c'è distensione con Israele. Tutti i vecchi casus belli sono ancora intatti. In sostanza della lista stilata dal DoS americano è possibile attribuire un ruolo attivo (ma soprattutto decisivo) di Trump solo per quanto riguarda il Caucaso (con asterisco sul corridoio di Zangezur). In tutti gli altri casi, anche oggi, mentre parliamo, non si spara, le contese restano tutte apertissime.

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