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UCCISO KHAMENEI C’è la conferma ufficiale: nei bombardamenti di ieri è stata uccisa la Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Hoseyni Khamenei. A ucciderlo non è stato il popolo iraniano. Non un processo internazionale. Non una rivoluzione interna. Bombe. Missili. Missili lanciati da chi, da decenni, si autoproclama arbitro morale del pianeta. Perché nel mondo a guida occidentale funziona così: se un paese non obbedisce, si bombarda. Se non si allinea, si “libera”. Se resiste, si cambia regime. È la democrazia esportata con il detonatore. Naturalmente ci diranno che è stato fatto per la pace. Per la sicurezza globale. Per salvare qualcuno da qualche cosa. Le stesse parole che abbiamo già sentito in Iraq. In Libia. In Serbia. In Afghanistan. Ogni volta la stessa sceneggiatura. Cambiano i nomi dei cattivi, ma la regia resta la stessa. E attenzione: non serve amare Khamenei per farsi una domanda semplice. Chi ha dato a Washington il diritto di decidere chi deve vivere o morire sulla Terra? Perché se oggi si normalizza l’idea che una superpotenza possa assassinare il capo di uno Stato sovrano, significa renderlo principio universale. E allora esisterà solo la legge del più forte. La cosa più impressionante, però, non sono le bombe. È il silenzio. Il silenzio elegante, diplomatico, civilizzato di chi difende sempre “l’ordine internazionale”. Quello dove alcuni Paesi sono brutti e cattivi. E gli altri devono fare la morale. @roccocantautore