Vsebina objave
Ma chi glielo spiega che il Maresciallo è morto da un pezzo? Eppure l’antititismo, anche in assenza di Tito, è ancora la mitologia propagandistica dei nazionalisti italiani. A sentire certi personaggi, sembra – come ogni anno, del resto – che si voglia convincere i triestini che a San Servolo ci sia ancora la “miliza”, che imbracciando la propria Zastava guarda Trieste sognando il giorno in cui riprendersela. Una politica vuota, senza argomenti sul presente, che ha fatto dell’anacronismo storico la propria bandiera. Triestini, non pensate alla militarizzazione del porto, alla crisi industriale e demografica, al caro affitti e all’erosione della vostra identità culturale: concentratevi piuttosto sulle bandiere rosse sul Carso! Nota a parte: c’è qualcosa di particolarmente esilarante nel leggere i commenti di italiani emigrati da lontane regioni accusare noi slavi-triestini, radicati in questa terra da millenni, di essere cattivi ospiti e di dovercene tornare a “casa nostra”. Ma sorvoliamo. E così, con la solita tecnica del divide et impera, si distraggono le masse con dibattiti sterili, che nulla hanno a che vedere con la ricerca della verità storica e molto, invece, con un delirante culto delle ceneri. Sempre il solito schema: le classi dominanti agitano lo spettro dell’anticomunismo quando la classe dominata prende coscienza del proprio sfruttamento e inizia a rivendicare giustizia sociale, diritti lavorativi e democratizzazione economica. Giocano la carta dell’antifascismo quando i popoli manifestano la volontà di preservare la propria essenza identitaria di fronte alle pressioni omologanti della globalizzazione mondialista, con il suo nichilismo valoriale e il suo edonismo consumista. Due leve perfette per alimentare, con la collaudata tattica del divide et impera, la falsa dicotomia tra destra e sinistra, assicurandosi che la classe dominata non si accorga mai di chi manovra davvero i burattini. La ridicola “caccia alle streghe” contro i “titini”, a cui assistiamo in giornate come queste, ha a Trieste in particolare lo scopo di erigere un pilastro della mitologia nazionalista. Poiché la Jugoslavia non era soltanto un nemico ideologico, ma anche etnico e nazionale, essa rappresenta a tutti gli effetti il nemico per antonomasia di cui i tricoloristi hanno bisogno: il “barbaro” slavo alle porte, l’invasore che minaccia la lingua, il sangue e il suolo. È un archetipo costruito ad arte per fabbricare strumentalmente un’identità italiana laddove prima mancava. Ecco perché le vittime degli eccidi del dopoguerra vengono ribattezzate, senza alcun nesso storico, “martiri per l’italianità”. Le tragedie del dopoguerra, ingigantite e decontestualizzate già dalla propaganda della Guerra Fredda, diventano reliquie strumentali: non conta la ricostruzione onesta di ciò che accadde, ma il racconto sacralizzato che serve a blindare una narrazione propagandistica. Perché finché si potrà puntare il dito contro il nemico immaginario, si potrà evitare di chiedersi chi ci sta trasformando in un porto della NATO, chi ha lasciato morire l’industria, chi ha trasformato la città in un dormitorio turistico, chi ha permesso che i giovani emigrassero altrove. P.S. Due precisazioni per i soliti "nazionalisti domači" che accorreranno a darmi del titino. Sono nato due decenni dopo la morte del Maresciallo Tito: figurarsi se mi interessa definirmi con etichette nostalgiche. A casa mia eravamo tutti per Stalin, iscritti al Partito Comunista di Vidali, acerrimo nemico di Tito. Se mai Tito avesse vinto, saremmo finiti dritti al Goli Otok. Adam Bark @primaveratlt