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coming soon
#announcement#service
Nel pomeriggio di oggi, Papa #LeoneXIV ha ricevuto una telefonata da parte di Isaac Herzog, Presidente dello Stato d’#Israele, "in occasione delle imminenti festività natalizie e della festa ebraica di Hanukkah". Lo si apprende dalla Sala Stampa della Santa Sede.
Durante il colloquio, fa sapere il Vaticano in un breve comunicato stampa, "alla luce del recente #attentato terroristico a #Sydney, il Santo Padre ha ribadito la ferma condanna della Chiesa Cattolica verso ogni forma di #antisemitismo, che in tutto il mondo continua a seminare paura nelle comunità ebraiche e nell’intera società".
Con uno sguardo più ampio alla situazione della #TerraSanta e alla situazione di #Gaza, "il Santo Padre ha rinnovato il suo appello affinché si perseveri nei processi di #pace in corso nella regione, soffermandosi anche sull’urgenza di intensificare e proseguire gli sforzi in materia di aiuti umanitari".
“Amiamo i nostri vicini e amici ebrei e dobbiamo fare tutto il possibile per proteggerli. La comunità cattolica raddoppierà i suoi sforzi per combattere l’#antisemitismo attraverso l’istruzione e la predicazione. Abbiamo offerto i nostri servizi educativi e di consulenza ai nostri vicini ebrei mentre le loro funzioni religiose sono bloccate o sovraffollate. Celebreremo numerose funzioni religiose per i morti, i feriti e i traumatizzati”.
È l’appello lanciato dall’Arcivescovo cattolico di #Sydney, mons. Anthony Fisher, dopo l’#attentato alla spiaggia di #BondiBeach, a Sydney, che ha preso di mira gli ebrei australiani mentre centinaia di persone si riunivano per celebrare il primo giorno di #Hanukkah. Una delle vittime era un sopravvissuto all’Olocausto, morto mentre proteggeva la moglie dai proiettili. Il bilancio, ancora provvisorio, è di almeno 16 vittime, mentre 38 persone sono in ospedale per le ferite. Tra loro anche un passante ripreso dalle telecamere mentre affrontava l’aggressore armato.
“Siamo tutti profondamente addolorati e giustamente arrabbiati per l’attacco terroristico a Bondi Beach. Il fatto che la celebrazione della festa ebraica di Hanukkah possa concludersi con almeno 16 morti, tra cui un bambino, e molti altri feriti, inorridisce gli australiani” scrive l’arcivescovo sul settimanale dell’arcidiocesi, “The Catholic weekly”, che ribadisce: “Il disprezzo sfacciato e spietato per la vita umana e l’odio di alcune persone verso tutti gli ebrei sono un male indicibile che deve essere ripudiato da ogni australiano. Qualsiasi attacco contro singoli ebrei – rimarca il presule – è un attacco all’intera comunità ebraica, e qualsiasi attacco contro la comunità ebraica è un affronto al nostro stile di vita di australiani. Deve essere condannato inequivocabilmente e giustizia per le vittime deve essere fatta rapidamente”.
Mons. Fisher denuncia che “per oltre due anni, si è inasprito un clima di antisemitismo pubblico che ha portato a intimidazioni, divisioni e alla normalizzazione di un linguaggio incendiario. Di fronte alla mia cattedrale a Hyde Park si sono tenute manifestazioni settimanali in cui sono stati regolarmente pronunciati messaggi provocatori, che non hanno avuto altro esito che far ‘alzare la temperatura’ e forse contribuire alla radicalizzazione. Questo deve finire”.
Mons. Fisher, inoltre, ricordando le origini ebraiche della sua bisnonna ribadisce che “Mia bisnonna era ebrea e quindi ho origini ebraiche nella mia famiglia. Gesù era ebreo, nato da madre ebrea, nato sotto la Legge ebraica. Maria e Giuseppe erano ebrei. Così come nostro padre Abramo e tutti i profeti, così come tutti i 12 apostoli. I cristiani sono figli di ebrei. E quindi, un attacco agli ebrei è un attacco a tutti noi”. E tuttavia, “anche in mezzo a un male così oscuro, ieri si sono manifestate tracce di bontà: nello straordinario coraggio della polizia, degli operatori delle ambulanze e dei soccorritori, così come dei passanti; e nella generosità di coloro che offrono aiuto alle vittime”.
L’arcivescovo conclude porgendo le condoglianze “ai nostri fratelli e sorelle ebrei. Vi assicuriamo le nostre preghiere e la nostra vicinanza in questo momento a tutte le vittime di questo attacco, alle loro famiglie e all’intera comunità. Hanukkah e Natale si verificano più o meno nello stesso periodo come feste della fede e della famiglia, dei doni e soprattutto della luce. Preghiamo che il Dio della luce conceda saggezza ai nostri leader e riversi guarigione e speranza sulla nostra comunità in questo momento”.
“Sangue e silenzio: la strategia dell’ombra che uccide"
di Gianluca Procaccini
Una guerra che non appare mai interamente. Vive nei gesti invisibili, nelle esplosioni improvvise, negli sguardi che non arrivano al mattino dopo. È la strategia dell’ombra: colpire senza dichiarare, uccidere senza ammettere. Un linguaggio di paura, che lascia solo silenzi e cadaveri.
Le bombe non colpiscono soltanto i carri armati o i bunker. Colpiscono i volti, i nomi, i simboli. L’Ucraina, accusata da Mosca e da diversi osservatori indipendenti, ha trasformato l’omicidio mirato e il sabotaggio in strumenti di guerra politica. Terrorismo mascherato da strategia militare.
Mosca, agosto 2022.
La Toyota esplode. Dentro c’è Darya Dugina, 29 anni. Muore bruciata viva in pochi secondi. Figlia di Aleksandr Dugin, ideologo del nazionalismo russo, era diventata un bersaglio non per le sue azioni, ma per ciò che rappresentava. I servizi russi puntano il dito contro l’intelligence di Kiev. Kiev tace, sorride, nega. Il risultato resta lo stesso: un cadavere carbonizzato e un messaggio chiaro – nessuno è al sicuro.
San Pietroburgo, aprile 2023.
Un caffè affollato, una statuetta regalata come dono. Dentro, l’esplosivo. L’esplosione dilania Vladlen Tatarsky, noto blogger militare. Un attentato studiato per colpire non solo il corpo, ma il cuore simbolico del fronte interno russo. Ancora accuse a Kiev, ancora smentite. Ma la dinamica è la stessa: un colpo di teatro, sanguinoso, destinato a far paura.
Melitopol, luglio 2022.
Un’auto salta in aria lungo una strada di periferia. Muore Andrey Siguta, funzionario locale legato all’amministrazione russa. Era uno dei tanti amministratori civili presi di mira. In questa guerra non si combatte solo con i missili: si eliminano sindaci, governatori, dirigenti. Colpire i quadri civili significa spezzare il tessuto sociale.
Kherson, settembre 2022.
Viene assassinato Aleksei Kovalev, deputato ucraino passato dalla parte russa e nominato vicecapo del governo regionale. Ucciso a colpi di pistola nella sua casa. Un’esecuzione fredda, chirurgica. L’accusa è sempre la stessa: Kiev che colpisce chi collabora con Mosca. Un avvertimento inciso col sangue: chi tradisce, muore.
Mariupol, primavera 2023.
Un’esplosione devasta l’auto di un comandante della polizia locale. Un altro attentato, un altro messaggio. Non si tratta di battaglia, non si tratta di scontro frontale: è caccia all’uomo, un elenco di nomi cancellati uno per volta.
Ponti saltati, treni deragliati, depositi in fiamme.
In Crimea e nel Donbass le esplosioni hanno un solo scopo: seminare il panico. Qui la linea tra sabotaggio militare e terrorismo si spezza. Non si colpiscono soltanto obiettivi militari, ma infrastrutture civili, quartieri, villaggi.
Questa è la guerra che non si dichiara, la guerra che non si mostra.Non resistenza. Non difesa. Ma una catena di attentati che usa la paura come arma.
Gli osservatori internazionali restano divisi, imprigionati nella diplomazia del “forse” e del “probabile”. Ma per chi raccoglie i corpi, per chi seppellisce i morti, il linguaggio è un altro: si chiama terrorismo.
https://t.me/gianlucaprocaccinireport
#kiew#ucraina#Terrorism#assassini#attentato#Donbass
Brendon Tarrant è l'attentatore neofascista che ha progettato e realizzato la strage di Christchurch (Nuova Zelanda), costata la vita a ben 49 persone.
Tra i nomi che il neofascista australiano ha scritto sui caricatori dell'arma che ha utilizzato per compiere la strage compare - oltre a quello dell'italiano Luca Traini - quello dell'ucraino Pavlo Lapshyn. Lapshyn, neonazista e dottorando in Gran Bretagna è stato condannato a quarant'anni di carcere in Inghilterra per aver ucciso un anziano – in quanto islamico – nell 2013 e per progettato vari attentati contro la comunità islamica del West Midland. Il legame della propria famiglia con la comunità tatara – uno dei principali gruppi etnici presenti in Ucraina legato all'Islam - non aveva dissuaso Lapshyn dal fare propria l'ideologia neonazista, oggi largamente diffusa nel paese ex sovietico. Del resto lo stesso Brendon Tarrant ha dichiarato di essere stato in Ucraina dopo l'inizio del conflitto, quasi di certo “per un safari”. Analogamente altri due membri del gruppo “Nazi right group resistance” di cui Tarrant era membro - Jaret Bennet e Ethon Tilling - si erano recati a combattere in Ucraina inquadrati nel “Battaglione Azov” e nella “Legione georgiana”.
#newzealand#ukraine#attentato#tarrant#donbass#донбасс