USA-ISRAELE: UNA GUERRA GIÀ PENTITA? Secondo l'analisi di Fabio Mini su Il Fatto Quotidiano, l'offensiva congiunta contro l'Iran sta rivelando crepe profonde nel fronte occidentale. L'obiettivo dichiarato? La cancellazione dell'Iran come Stato. Ma dopo i primi giorni di combattimenti, la realtà è ben diversa: Decapitazione fallita: Nonostante gli attacchi mirati, l'Iran ha già rimpiazzato la sua leadership. Costi insostenibili: In soli 3 giorni, gli USA hanno consumato la produzione bellica di 5 anni. I missili intercettori (fino a 12 milioni di dollari l'uno) vengono sparati contro droni da 30.000 dollari. Scorte al minimo: Le riserve di missili Patriot sono già al 25% del fabbisogno globale. L'Iran non combatte come previsto. Non ha una piramide da decapitare, ma una struttura a blocchi indipendenti che continua a funzionare anche senza ordini centrali. Il vero paradosso? La resistenza iraniana non nasce da simpatie verso Teheran, ma dall'avversione crescente verso le politiche di Israele e USA. Si può vincere la guerra, certo. Ma a che prezzo? E per pentirsene il giorno dopo? #Guerra#Iran#USA#Israele#Geopolitica#Analisi https://www.marx21.it/internazionale/usa-israele-nei-guai-e-sono-gia-pentiti/
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Maḥmūd Aḥmadinežād è ancora vivo? Forse sì, ma la questione è un'altra. Nelle ultime ore, tra le notizie confuse sull'aggressione USA-Israele all'Iran, si è parlato molto anche dell'ex presidente iraniano. Fonti riportano che sia sopravvissuto a un tentativo di omicidio mirato. Aldilà della sua sorte personale, però, colpisce quanto le sue parole di ieri riecheggino negli eventi di oggi. Aḥmadinežād, figura certamente controversa, aveva denunciato con anni di anticipo la natura reale dello scontro: 1. Sull'imperialismo: Descriveva gli USA come una potenza associata a "guerra e spargimenti di sangue". Oggi, un'altra aggressione militare conferma quella diagnosi. 2. Sul nucleare: Sosteneva che il nucleare fosse solo un pretesto. Nel 2006 disse: "Se anche rinunciassimo, gli USA troverebbero un altro pretesto". Profetico. 3. Sul sionismo: Lo definiva uno "strumento" nelle mani dell'Occidente per mantenere la regione in uno stato di conflitto permanente. La sua lezione più grande? Che la sovranità non si ottiene con la benevolenza delle potenze dominanti, ma con la resistenza e l'autonomia strategica. Che lo si ami o lo si odi, la Storia sembra avergli dato ragione su alcuni punti chiave. E questo dovrebbe farci riflettere. #Iran#Ahmadinejad#Geopolitica#Resistenza#Analisi https://www.marx21.it/internazionale/ma%e1%b8%a5mud-a%e1%b8%a5madinezad-e-ancora-vivo-ad-ogni-modo-la-storia-gli-ha-dato-ragione/
Guerra USA-Iran: non è per la democrazia, ma per il petrolio (e il dollaro) Molti si chiedono: perché Trump, eletto con la promessa di evitare nuove guerre, ha appena attaccato l’Iran insieme a Israele? La risposta, secondo un’analisi approfondita di Domenico Moro, non ha nulla a che fare con la liberazione del popolo iraniano. Le ragioni sono ben più profonde e riguardano il cuore del potere economico e finanziario americano. Ecco i punti chiave: Il controllo dell’energia (e della Cina) Gli USA oggi sono autosufficienti dal punto di vista energetico, ma il 55% del petrolio mondiale è in Medio Oriente. Chi controlla quell’area, controlla la via di rifornimento per le grandi economie asiatiche, a partire dalla Cina, il principale rivale di Washington. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% del petrolio globale, è l’epicentro di questa partita. Difendere il dollaro, non solo il greggio Il vero tallone d’Achille americano è il debito pubblico (36.000 miliardi di dollari). Per sostenerlo, il mondo deve continuare a comprare titoli di stato USA, e per farlo serve che il dollaro resti la valuta di riferimento. Questo è possibile solo se il petrolio continua a essere venduto in dollari. Un patto storico con le petromonarchie (petrodollari) che l’Iran, da sempre indipendente e legato a Cina e Russia, mina concretamente. La mossa disperata di Trump Cina e Giappone stanno riducendo la loro esposizione al debito USA, preferendo l’oro. I dazi aggressivi non stanno funzionando e il dollaro si indebolisce. Di fronte al fallimento delle sue politiche economiche, a Trump resta l’unica arma in cui gli USA sono ancora superiori: quella militare. Una guerra imperialista Più che una guerra per la sicurezza, è una guerra per difendere il capitale finanziario americano e mantenere il Medio Oriente nella propria sfera d’influenza, impedendo che le sue risorse "cadano in mani nemiche". Che ne pensate? Siamo di fronte all’inizio di un conflitto epocale o a un azzardo calcolato? #Geopolitica#Iran#USA#Guerra#Petrolio#Economia#Analisi https://www.marx21.it/internazionale/i-perche-non-detti-dellaggressione-usa-contro-liran/
La Cina e la crisi in Iran: perché Pechino non interviene? Una lezione di strategia (e Tai Chi). Mentre le tensioni in Medio Oriente escalano, in molti si chiedono: dove è finita la Cina? Perché non corre in aiuto del suo partner commerciale, l'Iran? Secondo un interessante editoriale di Francesco Maringiò, questa domanda nasconde una trappola: quella di ragionare con la logica occidentale dello "scontro diretto". Per Pechino, la guerra non è un'opzione. Non è debolezza, è strategia. La Cina non ha trattati militari con Teheran, ma legami economici. Il suo obiettivo non è vincere una guerra, ma garantire stabilità energetica e rotte commerciali sicure. Un conflitto farebbe impennare il petrolio, danneggiando proprio la crescita globale. La metafora del Tai Chi. Come spiega il generale Qiao Liang: "Agli USA piace la boxe, noi preferiamo il Tai Chi". Assorbire e deviare la forza dell'avversario, evitare il colpo, preservare l'equilibrio. È l'antica arte di Sun Tzu: "Sottomettere il nemico senza combattere". Una potenza responsabile. Mentre alcuni spingono per l'escalation, la Cina punta su diplomazia, dialogo e iniziative globali (come la Belt and Road) per tenere aperto un mondo che rischia di incendiarsi. In un'epoca di conflitti, forse la vera forza è proprio questa: la pazienza strategica. Cosa ne pensate? È giusto non scegliere una parte per preservare la pace? #Geopolitica#Cina#Iran#MedioOriente#Strategia#Pace#Analisi https://www.marx21.it/editoriali/la-pazienza-strategica-della-cina-perche-pechino-non-interviene-in-aiuto-delliran-editoriale/
Oltre l'attacco all'Iran: il messaggio nascosto per tutto il Sud Globale. Giulio Chinappi solleva una questione che va ben oltre le cronache di guerra: il bombardamento congiunto di USA e Israele sull’Iran non è solo una violazione del diritto internazionale, ma un colpo mortale alla credibilità del Trattato di Non Proliferazione (TNP). Il punto centrale è spietato: se un paese come l'Iran, che (al di là delle retoriche) è dentro il regime di salvaguardie dell'AIEA, viene attaccato per neutralizzare il suo programma, cosa insegna questo al resto del mondo? Insegna che: La trasparenza e la diplomazia non proteggono. Le garanzie occidentali sono revocabili. L'unica vera difesa dall'imperialismo armato potrebbe essere...la bomba. È la tragica lezione della Corea del Nord: Pyongyang è "intoccabile" perché la deterrenza funziona. Teheran, come prima di lei Caracas, è un bersaglio perché (ancora) vulnerabile. L'Occidente dice di volere un mondo con meno armi. Ma con azioni come queste, sta dando a molti paesi del Sud Globale un argomento potentissimo per procurarsele. Il TNP rischia di morire non per colpa di chi lo viola, ma di chi lo calpesta per difenderlo. #Geopolitica#Iran#NonProliferazione#DirittoInternazionale#TNP#Analisi https://www.marx21.it/internazionale/bombardare-liran-seppellire-il-tnp-come-washington-e-tel-aviv-stanno-sabotando-la-non-proliferazione/
Oltre la lente deformante: comprendere davvero la Cina Il Global Times ha pubblicato oggi un editoriale che invita gli osservatori occidentali a un esame di coscienza. Nel commentare un recente articolo dell'Economist, il giornale critica la tendenza a leggere i successi cinesi (come le infrastrutture) attraverso la rigida lente ideologica di "autoritarismo vs. democrazia". Secondo l'editoriale, questa dicotomia è obsoleta e fuorviante: ridurre l'efficienza cinese a mero "autoritarismo" significa non vedere la complessità del suo modello di governance, fatto di consenso sociale, amministrazione competente e pianificazione a lungo termine. Il punto centrale non è contrapporre modelli, ma riconoscere che la realtà cinese è andata oltre le categorie concettuali occidentali. E, forse, che le difficoltà in Occidente non derivano da un eccesso di libertà, ma da blocchi strutturali e polarizzazione. L'invito finale è al pragmatismo e all'apertura mentale: solo liberandosi da pregiudizi ideologici si può comprendere una civiltà con una logica di governance diversa... e magari imparare qualcosa sui propri problemi. ✈️ Un tema complesso, ma che invita a guardare il mondo con occhi meno offuscati dalle nostre lenti abituali. #Cina#Geopolitica#GlobalTimes#Analisi#Governance#Dialogo https://www.marx21.it/internazionale/i-commentatori-occidentali-devono-superare-i-pregiudizi-ideologici-per-comprendere-davvero-la-cina/
L'UE rappresenta una minaccia per la Russia? L'analisi di Andrew Koryboko Un articolo che invita a una riflessione profonda sulle attuali dinamiche di sicurezza in Europa, partendo dalle dichiarazioni del ministro Lavrov. Secondo l'analisi, mentre la Russia ribadisce di non avere intenzioni offensive, il riarmo dell'UE (piano "ReArm Europe" da 800 miliardi), il potenziamento militare della Polonia e il "Schengen militare" stanno creando una nuova cortina di ferro. Il punto centrale è che, se gli Stati Uniti ottimizzassero la macchina militare europea per "superare" la Russia, Mosca potrebbe trovarsi di fronte a una sfida esistenziale simile al 1941. Ma con una differenza cruciale: oggi la Russia è una potenza nucleare. Un articolo che aiuta a capire la prospettiva russa e i rischi di una escalation. Ne parleremo in diretta stasera? Lasciate la vostra opinione nei commenti. #Geopolitica#Russia#UE#NATO#Sicurezza#Analisi#Guerra#Marx21 https://www.marx21.it/internazionale/lue-rappresenta-una-minaccia-molto-piu-credibile-per-la-russia-rispetto-al-contrario/
Burkina Faso: “A problemi africani, soluzioni africane” Il Capitano Ibrahim Traoré ha sciolto tutti i partiti politici. Una mossa che l’Occidente definisce “autoritaria”, ma che va letta con altre lenti. Lezione di storia: Nell’antica Roma, in momenti di crisi estrema si nominava un dittatore non per distruggere la Repubblica, ma per salvarla. Machiavelli, Rousseau e persino il giurista Carl Schmitt hanno sottolineato la differenza tra un potere straordinario temporaneo (per risolvere un’emergenza) e una tirannide permanente. Prospettiva africana: In molti regni precoloniali (Mali, Ashanti, Etiopia), l’autorità si rafforzava in guerra non per dominio, ma per sopravvivenza della comunità. Oggi, Traoré giustifica la sua scelta come un tentativo di cancellare l’eredità neocoloniale: partiti “all’europea” che hanno spesso diviso il Paese su linee tribali, lasciando spazio a corruzione e terrorismo. Il punto: Possiamo giudicare il Burkina Faso con i nostri parametri occidentali, o dobbiamo accettare che l’Africa cerchi soluzioni autenticamente africane, anche quando queste ci sembrano “anomale”? Leggi l’analisi completa di Davide Rossi #BurkinaFaso#IbrahimTraoré#Geopolitica#Africa#Decolonizzazione#Politica#Analisi https://www.marx21.it/internazionale/a-problemi-africani-soluzioni-africane-il-burkina-faso-di-traore-detta-la-linea-di-una-nuova-politica-africana/
La Bulgaria, un Paese in cerca di sé stesso: tra nostalgia socialista, fallimenti occidentali e instabilità perpetua. Un’analisi approfondita di Davide Rossi mette a nudo le contraddizioni di un Paese balcanico che, a oltre 30 anni dalla caduta del Muro, stenta a trovare un equilibrio. UN PAESE CHE SI SVUOTA Nel 1989 la Bulgaria contava 9 milioni di abitanti. Oggi sono 6,5 milioni, soprattutto anziani. L’emigrazione di massa, prima verso l’Europa occidentale e ora anche verso la Russia, è il referendum silenzioso di una generazione che con i piedi ha votato contro le promesse non mantenute della transizione. LA TRANSIZIONE TRADITA Il passaggio dal socialismo non è stato una scelta popolare, ma una trasformazione pilotata dall’alto. Il Partito Comunista si è semplicemente rinominato in Socialista, vincendo le prime elezioni libere nel 1990. Solo nel 1991, con una vittoria risicata, le forze liberiste hanno imposto una privatizzazione selvaggia che ha creato disoccupazione di massa, impoverimento e la distruzione dello stato sociale. Un trauma da cui il Paese non si è più ripreso. ZAR, MAGNATI E UOMINI FORTI L’ex zar Simeone II, tornato come “salvatore” nel 2001, ha tradito le aspettative, trascinando la Bulgaria nella NATO (2004) e svendendo il Paese agli interessi esteri. Boiko Borisov, l’uomo forte degli ultimi 15 anni, ha costruito il suo potere su un mix di populismo, presunta lotta alla mafia e sospetti legami con ambienti opachi. Il magnate Delyan Peevski, accusato di corruzione dall’Occidente ma popolare per la sua linea nazionalista e anti-atlantista. ⚖️ IL MALCONTEMPO SOCIALE E LA PROTESTA DEL VOTO (O DEL NON VOTO) Otto elezioni in cinque anni. Un’astensione che alle ultime consultazioni ha superato il 60%. Un sistema politico frammentato, dove partiti allineati a Bruxelles e Washington si scontrano con forze sovraniste e nostalgiche. La democrazia liberale, in questa forma, è percepita come un colossale fallimento. RUMEN RADEV: IL GENERALE ANTISISTEMA? Il Presidente dimissionario, ex pilota NATO addestrato in USA, è diventato il punto di riferimento per chi critica i danni della transizione liberista. Contrario all’invio di armi all’Ucraina, critico verso l’euro e Schengen introdotti senza preparazione, viene etichettato come “filo-russo”. In realtà, incarna il disincanto di una Bulgaria che rifiuta di essere una pedina e chiede politiche che rispondano ai suoi reali bisogni. ❓ LA DOMANDA CHE RESTA La Bulgaria è la cartina di tornasole delle promesse non mantenute dell’allargamento a Est dell’UE e della NATO. Cosa resta del “sogno europeo” quando portano stagnazione economica, spopolamento e perdita di sovranità? La vera sfida per Sofia non è schierarsi tra Est e Ovest, ma trovare una propria via, smarcandosi sia dalla sudditanza atlantista che dalle nostalgie anacronistiche. Cosa ne pensate? La Bulgaria è un caso isolato o un esempio estremo delle contraddizioni dell’Europa orientale post-1989? #Bulgaria#EuropaOriente#Transizione#UE#NATO#Geopolitica#RumenRadev#Analisi https://www.marx21.it/internazionale/la-bulgaria-tra-contraddizioni-politiche-e-instabilita/