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Per non dimenticare
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Pubblicato 2 ago
Oggi il ricordo va alle vittime del più grave attentato avvenuto nel nostro paese, una ferita mai rimarginata che ha distrutto una città che, pur colpita, non si è mai data per vinta. Oggi ricordiamo il 2 Agosto 1980, giorno della strage di Bologna
Pubblicato 31 lug
Liliana Caruso e Agata Zucchero E’ morta per amore Liliana Caruso, 28 anni, la moglie del pentito Riccardo Messina massacrata nel centro di Catania assieme alla madre Agata Zucchero dai killer della mafia. E’ morta per amore perché ha scelto di stare dalla parte del marito fino in fondo e di non tradirlo, reagendo al ricatto delle cosche che avrebbero voluto utilizzarla per costringere Messina a ritrattare le accuse nei confronti dei suoi ex compagni del clan della “Savasta”. Nel giro di 24 ore gli investigatori sembrano aver delineato il movente della feroce vendetta trasversale nei confronti del pentito, che ha già fatto sapere di voler continuare a collaborare. Secondo i magistrati, saputo del “pentimento” di Messina, il clan avrebbe mandato degli emissari a cercare di convincere e minacciare la donna perché si fingesse, con i suoi 3, ostaggio della mafia costringendo così il marito a ritrattare Ma Liliana Caruso non solo ha ignorato le minacce, ma è andata dai magistrati a denunciarle. Poi, due giorni prima di essere uccisa, ha visto il marito nel carcere di massima sicurezza dove è rinchiuso e lo ha avvertito: “Stai attento, temo che possano ucciderti anche qui”. Liliana Caruso, hanno raccontato i magistrati della direzione distrettuale antimafia catanese “non temeva per la sua vita, era serena e tranquilla. Al marito la legava un grande amore”. Anche il suo atteggiamento, così lontano dalle mogli che ripudiano i mariti quando cominciano a collaborare, ha scatenato la vendetta della cosca e l’agguato in via Garibaldi. Secondo gli investigatori sono stati 4 i killer entrati in azione: due hanno aggredito Liliana Caruso, sparandole in faccia mentre era all’ interno di una salumeria. Gli altri hanno ucciso la madre, per strada, a pochi metri di distanza. Le indagini, puntate proprio nell’ambito del clan della Savasta, hanno portato ad arresti e fermi. Per favoreggiamento è stato ammanettato Giuseppe Bonaccorso, 26 anni, un pescivendolo che ha sposato una sorella di Liliana Caruso: sarebbe a conoscenza di molti particolari sull’ omicidio della cognata, ma non vuole parlare, probabilmente perché ha paura. I provvedimenti di fermo invece sono scattati nei confronti dei capi della cosca, Antonino Puglisi e Orazio Nicolosi, entrambi latitanti, considerati i mandanti. Polizia e carabinieri hanno inutilmente cercato un altro esponente del clan, Saro Russo e Santa Vasta, moglie di Orazio Nicolosi. Sono stati fermati invece Concetta Spampinato, moglie di Russo, Domenica Micci, moglie del capo del clan Puglisi, e il commerciante Cristoforo Fuselli. Gli investigatori non hanno precisato le responsabilità individuali. Sembra però che siano state le tre donne a contattare Liliana Caruso per conto della cosca. Dopo il duplice omicidio, i 3 figli di Messina sono stati portati in un luogo sicuro. Inspiegabilmente, anche dopo la denuncia delle minacce, Liliana non era protetta. Il procuratore capo Gabriele Alicata ha detto che “era stato fatto tutto il possibile in una città difficile come Catania”, mentre secondo il sostituto Carmelo Zuccaro, Liliana Caruso aveva detto no alla scorta “perché questo avrebbe fatto aumentare i rischi per sovraesposizione”. La donna avrebbe rifiutato il trasferimento da Catania “per evitare maggiori difficoltà nei contatti col marito”. In ogni caso, ai magistrati che gli hanno comunicato la morte della moglie, Riccardo Messina ha detto di voler proseguire: “Continuerò a collaborare come e più di prima. Non torno indietro”.
Pubblicato 29 lug
https://youtu.be/7YO0H0jGUIw
Pubblicato 29 lug
Giuseppe Francese "Avevo dodici anni, la sera del 26 gennaio 1979 ho sentito da casa quella tragica sequenza di colpi di arma da fuoco". Sono le parole di Giuseppe Francese (in foto), figlio del giornalista assassinato da Cosa Nostra 39 anni fa. "Furono sei i colpi, per l’esattezza - scriveva sul quindicinale L’inchiesta, nel dicembre 1998 - Da lì a poco, scoprii che il bersaglio era mio padre, il giornalista Mario Francese". Nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2002 Giuseppe Francese, 35 anni, si è tolto la vita annientato da una sofferenza che lo aveva accompagnato fin dal primo istante dopo l’omicidio del padre. Nel sedicesimo anniversario della sua prematura scomparsa lo ricordiamo con tanto affetto e una infinita nostalgia con un suo articolo sull'uccisione di suo padre. Da antimafiaduemila
Pubblicato 27 lug
https://youtu.be/Spy57KcWyP8
Pubblicato 27 lug
Cosimo Fabio Mazzola Ucciso per una telefonata di pochi minuti alla fidanzata di un boss mafioso. E’ morto così 25 anni fa esatti Cosimo Fabio Mazzola in una sera di un altro 5 aprile, quello del 1994. La vittima aveva 27 anni. Ucciso come un boss, nonostante fosse un bravo ragazzo, completamente estreneo ai quadri criminali. Mazzola stava rincasando nel suo appartamento di San Cipirello a bordo della sua Fiat Tipo rossa. Poi l’agguato, ad opera di un commando guidato da Enzo Brusca. Cosimo Fabio viene ucciso per “gelosia”. La sua colpa? Era stato fidanzato con Laura Agrigento, figlia del capomafia Giovanni, e andata poi in sposa – su volere del padre – al mafioso Giuseppe Monticciolo, una testa calda che aspira a diventare uomo d’onore. E che chiede e ottiene dai sui capi, i fratelli Enzo e Giovanni Brusca, il permesso di eliminare l’ex rivale in amore per difendere “l’onorabilità” della moglie. Una sentenza di morte che viene eseguita la sera di 25 anni fa. Fabio e Laura erano stati costretti a interrompere la loro relazione per volontà del boss Giovanni Agrigento. Mazzola si fece da parte, comprendendo il rischio cui andava incontro. Una decisione sofferta anche per Laura, che per un po’ però manifesta rimpianti per la storia interrotta, nonostante il successivo fidanzamento con Monticciolo. Che per indenterci è tra i responsabili (insieme a Giovanni Brusca) del sequestro e della brutale uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo, assassinato per costringere il padre a ritrattare. A spiegare come sono andate le cose è stato nove anni dopo, nel 2003, Enzo Brusca. Confessò di aver ucciso personalmente Cosimo Fabio Mazzola perché aveva osato telefonare alla fidanzata di Giuseppe Monticciolo. Mazzola, secondo il pentito, voleva riallacciare la relazione con la donna. Tesi sempre smentita dai familiari della vittima che hanno sostenuto che non fosse Fabio a telefonare, ma Laura a cercarlo”.
Pubblicato 25 lug
https://youtu.be/0VPYhX7pdtU
Pubblicato 25 lug
Carmelo Magli Carmelo Magli era un agente di custodia che prestava servizio presso la casa circondariale di Taranto. Il giorno in cui venne ucciso, il 18 novembre 1994, era appena smontato dal servizio dopo il turno iniziato alle 16 e finito a mezzanotte. Quindi, uscito dal carcere, era salito a bordo della sua auto e aveva imboccato la provinciale verso San Giorgio Jonico. Ma aveva avuto tempo di percorrere poche centinaia di metri, un chilometro al massimo, e qualcuno aveva iniziato a sparare contro il veicolo (sul luogo sarebbero stati trovati dodici bossoli calibro 7.65), che dopo essere stato colpito era finito fuori strada. A trovare Carmelo, che aveva 24 anni, era sposato e aveva due figli piccoli, era stata poco dopo una pattuglia della stradale. Così era stato dato l’allarme, erano arrivati altri agenti delle forze dell’ordine e con loro era giunto il magistrato di turno. Occorreva infatti capire chi avesse agito e perché. Sul secondo quesito, si andò subito a guardare alla situazione che viveva la polizia penitenziaria della città pugliese. Una situazione ormai oltre l’insostenibile per gli oltre duecenti effettivi al carcere di Taranto. Inoltrò, denunciò nell’immediato il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), non era la prima volta che veniva preso di mira uno di loro. Era accaduto poco tempo prima quando l’auto di un agente era saltata per aria. Rispondere alla prima domanda, invece, si dimostrò molto più arduo. E allora ci si concentrò sugli onori da tributare al giovane in divisa, al quale fu intitolato il carcere in cui lavorava. Quindi fu riconosciuto vittima del dovere, espressione applicata a coloro che, nello svolgimento del proprio compito, vengono feriti. O uccisi, come Carmelo Magli. Isiciliani.it
Pubblicato 23 lug
https://youtu.be/gLSpHdwloQE
Pubblicato 23 lug
Gaetano Montanino, 45 anni. Guardia giurata, viene ucciso il 4 agosto 2009 durante una sparatoria avvenuta in piazza Mercato a Napoli, mentre stava svolgendo la sua ordinaria attività di controllo. Montanino e un collega, Fabio De Rosa, 25 anni, sono nella macchina di servizio dell’istituto per cui lavorano, “la Vigilante” per il loro abituale giro di controllo delle attività commerciali quando improvvisamente sono avvicinati da quattro delinquenti che intimano loro la consegna delle armi. La guardia giurata Gaetano Montanino non cede alle pressioni dei rapinatori e non consegna l’arma di ordinanza, consapevole che la stessa sarebbe stata usata dai rapinatori per commettere altri reati, sacrificando la propria stessa vita. Gaetano viene colpito da 7 colpi di pistola, il compagno è più fortunato, i sei proiettili che lo raggiungono non ledono parti vitali. Processati e condannati i responsabili dell’omicidio.
Pubblicato 21 lug
https://youtu.be/I3vh5UbbZ9c
Pubblicato 21 lug
https://youtu.be/C5njeq0u2ZQ