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"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa

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Pubblicato 5 ott

Vincenzo Caruso e Stefano Condello Undici piatti fondi, sei coltelli, dodici forchette e tovaglioli ricamati. Quasi svuotato, in un angolo, il bidone da 5 litri del vino. Avevano già messo mano al thermos del caffè quando fuori dalla vecchia casa colonica in mezzo agli aranceti era comparso, non invitato, il carabiniere: "Venite fuori con le mani alzate!". Quello che avvenne dopo, nelle campagne di Taurianova, in contrada Razzà, alle 14.00 di venerdì 1 aprile 1977, l'informativa degli investigatori lo fotografa con linguaggio asettico: "Nell'immediatezza del fatto, alle ore 15.45, il procuratore della Repubblica di Palmi ispezionò la località, rinvenendo nella radura antistante la casupola diroccata quattro morti". Due con la divisa da carabiniere, strappata in più punti, macchiata di sangue. Gli altri con il cognome Avignone, la cosca di Taurianova. L'appuntato Stefano Condello e il carabiniere Vincenzo Caruso vengono seppelliti con tricolore sulla bara, picchetto d'onore e funerali solenni. Sul petto di genitori e mogli arriva, a stretto giro, anche una medaglia d'oro al valor militare. "Non sono morti invano", garantisce il comandante generale dell'Arma. Una commossa solerzia che non entrerà mai in tribunale. Tra le parti civili costituite nel processo ai responsabili della strage di Razzà, infatti, fa notare con amarezza lo stesso presidente della Corte d'Assise di Palmi, Saverio Mannino, "non figura lo Stato, malgrado il danno anche economico provocatogli dall'uccisione di due dei suoi uomini migliori". Non è la sola assenza in quel processo. Non è la sola ombra di questa storiaccia. Undici piatti fondi, undici convitati. Il pranzo interrotto da Condello e Caruso, insospettiti dalla strana presenza di auto davanti alla casupola, è un summit. E non vi prendono parte solo latitanti e pregiudicati. Ci sono insospettabili, pezzi delle istituzioni, addirittura uomini che nel cassetto hanno una fascia tricolore, come il sindaco di Canolo, D'Agostino. Gente importante di cui bisogna coprire la fuga, anche a costo della vita. "La 'ndrangheta è cambiata", fanno notare nelle loro analisi i corrispondenti dei quotidiani nazionali. Ora maneggia appalti, subappalti, connivenze istituzionali, affari fuori dai confini regionali (uno degli Avignone è catturato a Roma). Ma neppure gli "insospettabili" entreranno mai in tribunale. Insomma, assente lo Stato, invisibili i complici istituzionali, in carne, ossa e dolore, a portarsi il peso della strage e dei misteri di Razzà, restano solo i familiari. E qualcuno, sotto quel peso, ci finirà schiacciato. "Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l'ha dato. Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo", lascia scritto Rosaria, prima di uccidersi nel 2005. E' la sorella di Vincenzo Caruso i cui familiari - il padre Mariano, di 92 anni, la madre, Maria Buccheri, di 85, e la nipote, Lorena Lupo, di 33 anni, figlia di Rosaria - oggi chiedono allo Stato un risarcimento postumo, attraverso il fondo di rotazione, che riconosca al carabiniere il titolo di "vittima dei reati di tipo mafioso". Trentasette anni dopo.

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Pubblicato 3 ott

https://youtu.be/13ieXuVBqic

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Pubblicato 3 ott

Pierantonio Sandri «La sua onestà era nota». Forse troppo. E per quella nobiltà d'animo, Pierantonio Sandri ha perso la sua vita nella maniera peggiore, strappato al suo futuro, all'amore di una madre che non ha mai smesso di cercarlo. Il giovane niscemese ha 19 anni quando esce da casa, il 3 settembre 1995, per non ritornarvi più. Sulla sua strada un'intimidazione, il rogo di un'automobile, compiuta da alcuni giovani del paese utilizzati da Cosa nostra per intimorire i candidati sindaco nella corsa elettorale in svolgimento a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Riconosce i suoi coetanei che - conoscendone a loro volta il carattere - lo uccidono su ordine del boss e ne seppelliscono il corpo nella Sughereta. Le indagini si scontrano contro un muro di silenzio e omertà: sono gli anni più difficili per il piccolo centro nel Nisseno, con lo strapotere della criminalità e le lotte intestine per la conquista del territorio. Eppure la madre di Pierantonio, la docente di scuola media in pensione Ninetta Burgio, non smette di cercare il figlio. Lettere al presidente della Repubblica, interventi alla trasmissione Rai Chi l'ha visto?, appelli in occasione dei compleanni che si susseguono lentamente. Nulla serve a portarle la verità tanto agognata. La svolta arriva nel 2003: una lettera anonima annuncia alla donna che è il momento di fare giustizia e le indagini sulla sparizione del ragazzo riprendono. Poi, nell'agosto del 2009, inizia a collaborare con la giustizia Giuliano Chiavetta, uno di quei giovani usati dalla mafia come manovalanza nelle azioni criminali. L'uomo, coetaneo di Pierantonio, era un ex alunno della madre Ninetta. Si autoaccusa dell'omicidio - l'unico per il quale mostra un sincero rimorso - e indica agli inquirenti il luogo, in quella contrada Ulmo adesso nota per le lotte contro il Muos, nel quale per 14 anni è stato sepolto il corpo di Sandri. Chiavetta viene condannato dal Tribunale dei minori in primo grado a 16 anni di carcere. Il pentito indica come suoi complici altre tre persone: Salvatore Cancilleri (assolto in primo grado), Vincenzo Pisano, e Marcello Campisi. A confermare il racconto di Chiavetta anche la testimonianza di un altro boss di Niscemi, Antonino Pitriolo, alla quale si è aggiunta quella di una sorella di uno degli indagati. Ninetta Burgio non ha avuto modo di leggere la sentenza di primo grado, di sentire le parole di un giudice per poter mettere fine ad un calvario indescrivibile. Dallo scorso mese di marzo è in corso il processo di appello e a difendere la memoria di Pierantonio Sandri, a continuare la battaglia della professoressa Ninetta, si sono impegnati i giovani del presidio di Libera delle Aci intitolato proprio al ragazzo di Niscemi. «Pierantonio, come ho sempre gridato, è un bravo ed onesto giovane che stava crescendo per entrare nel mondo degli adulti - ha scritto la donna in occasione del ritrovamento del corpo nella Sughereta - Mio figlio è cresciuto dentro una famiglia che lo aveva educato nel rispetto dei valori della solidarietà, dell’accoglienza e della legalità. Purtroppo anche per questo Pierantonio ha trovato la morte».

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Pubblicato 1 ott

https://youtu.be/07-q05Swhqo

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Pubblicato 1 ott

Alberto Giacomelli Nell’estate inquieta del 1988, la mattina del 14 settembre, viene ucciso a Trapani il giudice Alberto Giacomelli, che da più di un anno ha lasciato la toga per andare in pensione. È, a tutti gli effetti, un delitto «senza»: senza clamore, senza assassini (mai trovati), senza movente per lungo tempo, senza lapidi e celebrazioni. Un delitto senza memoria, inghiottito da depistaggi, omertà, ignoranza e, sullo sfondo, l’ombra cupa di Totò Riina. Giacomelli era presidente delle misure di prevenzione del Tribunale, un uomo defilato, silenzioso, sobrio. Uno che dietro il sipario decideva i destini economici di quei «galantuomini» e che aveva messo la firma su un patrimonio che, per volontà e in nome del popolo italiano, non doveva più appartenere alla mafia.

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Pubblicato 29 set

https://youtu.be/g_LqnQw9Uh4

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Pubblicato 29 set

Nicholas Green Intervista al papà di Nicholas Green Nicholas Green aveva 7 anni quel primo ottobre 1994, quando un'automobile affiancò quella in cui viaggiava sulla Salerno-Reggio Calabria con padre, madre e sorellina. In quella vettura c'erano due rapinatori che avevano puntato la famiglia di Nicholas scambiandola per gioiellieri. Spararono e colpirono il bimbo, che si spense due giorni dopo. Ospite di NapoliTalk, il papà di Nicholas, Reginald Green, racconta che "... quando io e mia moglie decidemmo di donare gli organi di nostro figlio, ebbi una sensazione di pace e fu la prima cosa bella dopo giorni di tragedia". Reginald è tornato in Italia 50 volte, e ha viaggiato in altri Paesi per promuovere la pratica della donazione degli organi."

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Pubblicato 27 set

https://youtu.be/1JIPevxZWZo

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Pubblicato 27 set

Teresa Buonocore la uccidono la mattina del 20 settembre 2010: la promessa di Enrico Perillo è stata mantenuta. In un primo momento gli inquirenti pensano che la donna sia stata uccisa per un regolamento di conti, che avesse a che fare con cattivi giri ma in poche ore l’indagine viene capovolta e si apre come un fiume in piena il reale concatenarsi dei fatti: la vita di Teresa valeva 15000 euro, la ricompensa che Enrico ha promesso ad Alberto Amendola e Giuseppe Avolio, che in poco meno di 48 ore vengono rintracciati dalla polizia, interrogati e confessano. Il Perillo li ha convocati a casa perché costretto a rimanere chiuso nelle quattro mura domestiche per l’inchiesta sulle violenze sessuali. Ai funerali di Teresa la piccola comunità cittadina si stringe intorno al dolore della sua famiglia: l’intero paesino si ferma per dare l’ultimo saluto ad una Donna con la D maiuscola e ad una madre che ha sacrificato la sua vita per salvaguardare le sue bambine e per la giustizia. Il processo arriva in poco tempo ed i particolari sono agghiaccianti: la famiglia del Mulino Bianco del Perillo si sgretola come sabbia al vento. L’amicizia con Amendola e Avolio, due ragazzi semplici con qualche cattiva amicizia di troppo, non riguarda solo Enrico: uno dei due giovani negli ultimi tempi era diventato l’amante della Signora Perillo, che dall’alto della suo piedistallo sociale nega tutto perché ribadisce “sono Medico del Pellegrini di Napoli”. La “signora” nega quindi ogni accusa e con la complicità della suocera addirittura cerca anche di far sparire le prove della contrattazione tra il marito Orco ed i suoi “collaboratori”. Ma la Dottoressa nonostante i suoi soldi e la sua posizione sociale ormai accartocciata e gettata in un sacchetto della spazzatura si ritrovano a fare i conti con la giustizia: la condanna all’ergastolo per il marito viene confermata dalla Corte d’Assise di Napoli. Nell’anniversario dell’omicidio di Teresa il mio pensiero va alle sue famiglie ed a tutti i bambini vittime di violenza sessuale, alle mamme coraggio come Lei ed alla sua famiglia. Da friariella.it

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Pubblicato 25 set

https://youtu.be/GsdWciZQHeQ

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Pubblicato 25 set

Vincenzo Liguori Era il 13 gennaio del 2011 quando Vincenzo perse la vita. Stava lavorando, come sempre, all’interno della sua officina. Stava riparando uno scooter quando un proiettile lo raggiunse al petto. Era uno dei proiettili che due persone in scooter esplosero all’impazzata per uccidere Luigi Formicola, condannato a morte perché anni prima aveva spinto il suo socio in affari a denunciare un’estorsione facendo così arrestare il ras della zona, Vincenzo Troìa. I retroscena di quel duplice omicidio li ha raccontati qualche tempo dopo Giovanni Gallo, pregiudicato di piccola tacca della mala di San Giorgio a Cremano, che passò a collaborare con la giustizia (era libero quando si presentò ai pm) proprio perché non sopportava più il peso di convivere con la morte di una brava persona, Vincenzo Liguori. Gallo spiegò di aver fatto da specchiettista nel ‘raid’ e puntò il dito contro Vincenzo Troia, accusandolo di esse stato il mandante dell’agguato. Seguendo la traccia delle dichiarazioni del pentito, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli convenzionò anche delle accuse, trascinando a processo Vincenzo Troia. Ma il materiale indiziario si rivelò debole: dopo la condanna in primo grado all’ergastolo, Troia venne assolto nei successivi gradi di giudizio perché – spiegarono per primi i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli – mancavano riscontri esterni forti alle dichiarazioni di Gallo.

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Pubblicato 23 set

https://youtu.be/e2DHuhGrlP4

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