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Per non dimenticare

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"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa

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Pubblicato 28 ago

Accursio Miraglia Accursio Miraglia muore la notte del 4 gennaio 1947 per mano di Cosa Nostra. L’omicidio avviene sulla porta della sua stessa casa. Accursio viene colpito da diverse raffiche di pistola. La salma viene esposta per giorni nella camera del lavoro di Sciacca. Tutti i lavoratori della provincia visitano il corpo di Miraglia. Tante sono le proteste che costringono la polizia e i carabinieri ad aprire un’inchiesta. Nonostante ciò, nessuno è mai risultato colpevole.

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Pubblicato 27 ago

https://youtu.be/fHSO9TDnpXg

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Pubblicato 27 ago

Silvia Ruotolo Si chiamava Silvia Ruotolo quella mamma che nell’attimo in cui inizia sentire i colpi di proiettile avvicinarsi, ha la forza di spingere via il figlioletto, di schermarlo, riempiendo un vuoto nemico con la propria figura da custode di vita. Eppure un proiettile, uno dei trenta scaricati in tre minuti da un commando camorrista suddiviso in due macchine, che ha il compito di ammazzare altri camorristi, trapassa uno dei bersagli seduti su una Vespa, e si insinua nel cranio di Silvia. Non lasciandole scampo. Vuoto. E subito la morte si palesa in strada.

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Pubblicato 26 ago

https://youtu.be/rqG8wC-mN-0

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Pubblicato 26 ago

Dario Scherillo Erano le 20 e Dario Scherillo, 26 anni, aveva appena lasciato l’Autoscuola che gestiva insieme a i suoi fratelli. Il giovane sale in sella al suo scooter per andare ad incontrare una persona che frequentava la scuola guida. In una terra al confine con un quartiere come Secondigliano, negli anni in cui era in atto la faida tra gli uomini del boss Paolo Di Lauro, detto “Ciruzzo ‘o milionario” e i cosiddetti “scissionisti”, una passeggiata in motorino può costare la vita. Così è stato per Dario. A Secondigliano impazza la guerra per il controllo del mercato della droga. Dario incontra il ragazzo che cercava a Casavatore, in via Segrè. Lo affianca, spegne lo scooter e cominciano a parlare. Dopo qualche minuto arrivano due persone in moto, con i volti coperti da caschi. Sparano alle spalle di Dario, perché lo scambiano per un’altra persona, il reale obiettivo dell’agguato.

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Pubblicato 25 ago

https://youtu.be/W7mX0QkCHv4

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Pubblicato 25 ago

Sebastiano Bosio Venne ucciso all'uscita dal suo studio, il 6 novembre 1981, da due sicari, colpito da quattro pallottole di una pistola calibro 38. Il motivo della sua uccisione, secondo anche le testimonianze di alcuni pentiti, stava nel fatto che Bosio avrebbe curato in modo superficiale o comunque sbrigativo alcuni boss della mafia accorsi da lui dopo essere stati vittime di scontri a fuoco e di aver curato criminali della cosiddetta fazione della mafia perdente uscita sconfitta dalla seconda guerra di mafia, tra cui Totuccio Contorno. Si scoprì poi in seguito, grazie anche ad indagini più accurate, che Bosio aveva avuto una diatriba, almeno telefonica, con l'allora direttore sanitario della struttura, Giuseppe Lima, fratello del più noto Salvo, ucciso poi nel 1992 dalla stessa mafia, poiché egli prometteva sotto il suo comando di svolgere loro delle operazioni privilegiate

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Pubblicato 24 ago

https://youtu.be/sjN2URptUgo

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Pubblicato 24 ago

Un video in più oggi, diverso dal solito, una piccola grande storia raccontata con le carte, per non dimenticare, Mai

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Pubblicato 24 ago

https://youtu.be/lHAsgxRs-f4

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Pubblicato 24 ago

Michele Ciminnisi 29 settembre 1981. San Giovanni Gemini, paese arroccato sotto Monte Cammarata, in provincia di Agrigento. Michele, ore di lavoro, una casa, una famiglia che lo aspetta. Il bar è piccolo. Il posto dove chiacchierare un po’ con gli amici, giocare una mezzora a briscola e poi il ritorno a casa. Sull’ingresso la figura di Calogero “Gigino” Pizzuto, capo mandamento di Castronovo di Sicilia. Michele non sa nulla di mandamenti, cupole, commissioni provinciali. Lui gioca. Gioca, chiacchiera, ride e pensa a suo figlio Giuseppe che a momenti entrerà da quella porta. Pizzuto si siede. Chiede di giocare a carte. Pizzuto, l’avventore del bar, Pizzuto che vuol fare un giro di mano a briscola. Pizzuto fuori è la mafia. Pizzuto fuori da quella porta è morte, violenza. Michele è nel posto sbagliato, ma lui non lo sa. Così come non lo sa Vincenzo, che guarda chi gioca. Le carte in mano, l’attesa che l’avversario butti sul tavolo la sua. Ma la morte non viaggia mai da sola. Ha tante sorelle a tenerle compagnia. Le sorelle questa volta hanno i volti di Gigi, Calogero, Rosario e Lillo. Loro sono la mafia. Gigino non lo è più, ma ancora non lo sa. La carta resta sospesa nel vuoto. È un attimo. Il silenzio irreale di quanti erano nel bar, viene interrotto dal crepitare delle armi. Il sangue sporca le carte, il tavolo, il pavimento, le pareti. Il sangue sporca tutto. Tutto, tranne la vita di Gigino che sporca lo era già. Fuori ci sono i curiosi. Dentro, i morti. Calogero “Gigino” Pizzuto, Michele Ciminnisi, Vincenzo Romano. Lontani, al sicuro, i componenti del gruppo di fuoco. Ma la morte non cammina mai da sola e in seguito si porterà via anche le loro vite. Tutti morti ammazzati. Michele Ciminnisi con la mafia non aveva mai avuto a che fare. Era il classico padre di famiglia. Impiegato comunale, guidava uno scuolabus. Un lavoro di grande responsabilità, la vita di tanti ragazzi era affidata a lui che conduceva il mezzo tra le ripide salite e le curve a gomito della zona montana di Cammarata e San Giovanni Gemini, con l’asfalto gelato o ricoperto di neve in alcuni periodi dell’anno. Un uomo solare con un grande sorriso e con le attenzioni di un padre per i suoi tre figli. In questi casi la mafia entra nella vita della gente inaspettatamente e si manifesta con tutta la sua insensatezza. Chi ne viene colpito, com’è comprensibile, è preso prima dalla rabbia e poi dallo sconforto, ma non per tutti è così. Giuseppe Ciminnisi è figlio di una vittima innocente della mafia, uno di quelli che come si usa dire si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Dal giorno dell’omicidio del padre Giuseppe non si è arreso allo sconforto ed ha cominciato la sua battaglia per la verità. Ci sono voluti trent’anni ma poi la verità Giuseppe l’ha trovata.

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Pubblicato 23 ago

https://youtu.be/9lOva6UfWvs

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