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Per non dimenticare
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Politica"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa
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Pubblicato 28 nov
https://youtu.be/IzRf4Jefndo
Pubblicato 28 nov
Filippo Gebbia e Antonio Morreale Una sera di fine estate di trent’anni fa, un’anziana coppia gustava il gelato, comodamente seduta al tavolino di un bar di via Roma a Porto Empedocle. Quando fu atterrita (non so dire se per la prima volta nella sua storia) da una strage di mafia. Accanto al loro tavolo ce n’era un altro: e vi era seduto Gigi Grassonelli, un giovane dai capelli rossi, “cresciuto in una famiglia di persone intise” – scrivono Alfonso Bugea e Elio Di Bella, che aveva alzato troppo la testa nei confronti di Cosa Nostra. Esci di sera con la moglie e non sai cosa ti tocca! – L’uomo è Antonio Morreale, ha 67 anni ed è un pensionato. La moglie Bianca Frassi, che dava le spalle alla strada, non vide arrivare la Cabriolet con i killer. Racconta poi, mentre le medicano le ferite riportate nell’agguato, di non essersi resa conto di quel che accadeva se non quando vide il marito cadere sotto il tavolo. Mi sembravano mortaretti fatti scoppiare dai ragazzini – disse. Invece erano spari. Scariche di piombo. Piombo di mafia. E loro si trovavano lì per caso. Erano usciti per mangiare un gelato. Non c’entravano niente con Grassonelli e con quel regolamento di conti in cui il marito ci rimise la vita. Ma fu solo l’inizio. I colpi della mitraglietta fecero un’altra vittima innocente dentro il bar. Il giovane Filippo Gebbia vi si trovava con la fidanzata per una bibita. Aveva trent’anni, una vita davanti, un lavoro da poco trovato e un matrimonio alle porte. Gigi Grassonelli, che aveva provato a sfuggire alla morte, fu raggiunto e ucciso in un vicolo di via Roma, il corso principale di Porto Empedocle. Era il vero bersaglio.
Pubblicato 26 nov
Per non dimenticare pinned «Vi ricordo che per qualsiasi segnalazione, suggerimento o commento relativo ai personaggi delle nostre storie, ai video, o semplicemente per un saluto, è attivo il bot @pernondimenticarebot Nel bot inoltre è possibile cercare e visionare tutte le storie…»
Pubblicato 26 nov
Vi ricordo che per qualsiasi segnalazione, suggerimento o commento relativo ai personaggi delle nostre storie, ai video, o semplicemente per un saluto, è attivo il bot @pernondimenticarebot Nel bot inoltre è possibile cercare e visionare tutte le storie riportate nel canale, anche attraverso una semplice ricerca del nome Grazie a tutti per il supporto finora datoci
Pubblicato 26 nov
https://youtu.be/MI8HH6J8zTU
Pubblicato 26 nov
Natale Mondo Natale Mondo era un poliziotto brillante, il capo della squara mobile di Palermo Ninni Cassarà lo volle al suo fianco. Scampò il 6 agosto del 1985, a 36 anni, ai colpi di kalashnikov che trucidarano il suo capo, il vice questore Cassarà e il suo giovane collega Roberto Antiochia. Per due anni è andato in giro sempre armato, con una pistola calibro 38 alla cintola anche quando era fuori servizio. Sospettava che sarebbe stato ucciso e più volte aveva manifestato la sua preoccupazione alla moglie e ad alcuni colleghi fidati. Ma non riuscì a salvarsi, trent'anni fa, quel pomeriggio del 14 gennaio del 1988, un pomeriggio in cui la mafia mise a segno la sua vendetta. Venne trucidato dai colpi di pistola sparati da due killer davanti al negozio di giocattoli gestito dalla moglie nel suo quartiere, l'Arenella. Nel 1985 era stato arrestato per un'accusa infamante, quella di essere la talpa della questura di Palermo. E fu la moglie di Ninni Cassarà a scagionarlo e a spiegare che era stato un infiltrato per volere del marito nella cosca dell'Arenella.
Pubblicato 24 nov
https://youtu.be/mssbgMzFXRo
Pubblicato 24 nov
Giuseppe Cutroneo e Rosario Montalto È il 27 agosto 1987, d’estate a Niscemi le strade sono sempre affollate e Giuseppe, che da poco ha festeggiato gli 8 anni, ha preso in fretta un pezzo di pane con il formaggino ed è sceso a chiamare Rosario, il suo amico di 11 anni, per giocare con lui. La mamma di Rosario però sta molto male e lui non può uscire a giocare, deve correre in ospedale ed ha tanta paura che lei possa morire. I due ragazzini si trovano in via Turati, forse Rosario sta dicendo a Giuseppe che non potrà giocare con lui perché deve andare all’ospedale quando, all’improvviso, da un’ Alfetta partono proiettili come se fosse una scena di un film d’azione. I colpi hanno l’obiettivo di uccidere due giovani pregiudicati: Bartolo Giudice e Salvatore Caniglia che sembra vogliano prendere in mano lo spaccio di droga della zona. Chi spara dall’auto non si cura dei passanti e la pioggia di proiettili colpisce i due ragazzini. Giuseppe Cutroneo muore sul colpo, Rosario viene colpito in diverse parti del corpo e trasportato d’urgenza all’ospedale di Caltagirone. Il centro di Niscemi è gremito di gente ma nessuno ha visto nulla, nessuno è riuscito a scorgere il volto degli assassini. È proprio giocando su questa rete di silenzi che Bartolo Giudice, ricoverato anch' egli in gravi condizioni all' ospedale di Caltagirone, ha fronteggiato i magistrati sostenendo che al momento della strage stava passeggiando tranquillamente in via Turati, escludendo così di essersi trovato a bordo della Fiat Ritmo guidata da Salvatore Caniglia, rinvenuto morto dissanguato sei ore dopo la sparatoria. Gli inquirenti invece non credono alla tesi di Bartolo Giudice. Giovedì sera il pregiudicato assieme a Salvatore Caniglia stava discutendo animatamente con i killer, nel vecchio centro di Niscemi. Rosario viene condotto nello stesso ospedale in cui la madre spira intorno a mezzanotte. Il ragazzino continua a resistere e le sue foto sul letto d’ospedale finiscono su tutti i giornali Da gliinvisibili.it
Pubblicato 22 nov
https://youtu.be/FPxNu_cnGXY
Pubblicato 22 nov
Rosario Iozia Il 10 aprile 1987 il vice Brigadiere Iozia sta percorrendo la strada che da Cittanova porta a Polistena, quando nota degli uomini armati camminare in un uliveto e intuisce un pericolo. Anche se fuori servizio ferma la macchina scende e punta la pistola verso i malviventi intimando l'alt, ma uno di essi spara due colpi di lupara che colpiscono Iozia. Egli risponde con un colpo di pistola ma muore subito dopo; a seguito delle indagini di polizia si scoprì che tra quei malviventi era presente anche un latitante.
Pubblicato 20 nov
https://youtu.be/f0__EMZSw8U
Pubblicato 20 nov
Filippo Ceravolo Filippo Ceravolo, 19 anni, dopo aver trascorso una serata a Pizzoni con la sua ragazza e altri amici, si mette in cerca di un passaggio. Deve tornare a Soriano, dove abita con la sua famiglia e da dove l’indomani partirà di buon mattino, assieme al padre, per andare a lavorare. Uno degli amici, Domenico Tassone, si offre di accompagnarlo a casa. Quel 25 ottobre 2012 però, Filippo a casa non ci è arrivato. Nella provincia di Vibo Valentia, le morti accidentali a causa di agguati mafiosi improvvisi, o per regolamenti di conti in luogo pubblico, sono molte, troppe. Quella sera è toccato al diciannovenne salire sull’auto sbagliata, la sera sbagliata. A pochi chilometri da Pizzoni, infatti, qualcuno stava aspettando proprio la Punto di Domenico Tassone. Filippo, seduto sul sedile del passeggero, si ritrova improvvisamente colpito da due scariche di fucile, mentre Domenico se la cava con qualche ferita. Era proprio quest’ultimo, però, il vero obiettivo dell’agguato: Tassone, infatti, è imparentato con il boss Bruno Emanuele, capo di una famiglia del vibonese protagonista di una faida di ‘Ndrangheta. A pagare le conseguenze di questa faida è Filippo Ceravolo che, dopo qualche ora, si è spento nella disperazione dei suoi genitori e dei suoi amici. Una morte così, in una terra complessa come la Calabria, non corre nemmeno il rischio di diventare un fatto di rilevanza nazionale. In quelle situazioni è facile che si crei il sospetto che la vittima, con quegli affari, un po’ c’entrasse. Come si può, altrimenti, morire così, per puro caso? In Calabria, e non solo, purtroppo è possibile. Filippo Ceravolo però era un ragazzo incensurato, con la licenzia media, che si svegliava presto tutte le mattine per aiutare il padre, Martino, al mercato di Reggio Calabria. Se questa storia non è finita nel dimenticatoio, come purtroppo spesso accade, è grazie alla costanza e all’impegno proprio di Martino Ceravolo, un padre coraggio. Dal 2012 quest’uomo non si dà per vinto e non smette di raccontare la storia del figlio, sempre alla ricerca di una giustizia che ancora non è stata fatta: ad oggi non ci sono né imputati, né tanto meno colpevoli per l’omicidio di Filippo. Due anni dopo l’accaduto, davanti alla Prefettura di Vibo Valentia, il padre si è messo a protestare simbolicamente per chiedere ascolto e considerazione anche perché, proprio nel 2014, il figlio è stato finalmente riconosciuto come vittima innocente di mafia e in quanto tale aveva, ed ha ancora, diritto alla giustizia.