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Per non dimenticare

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Pubblicato 10 feb

https://youtu.be/oIyrznm6KUE

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Pubblicato 10 feb

Oggi un video un po' diverso, particolare, che vale la pena di rivedere o vedere per la prima volta, perché racconta storie, storie dei testimoni di giustizia. Non mafiosi, non pentiti, ma testimoni di quello che le mafie possono fare e distruggere, vite di persone che si son trovate per tanti motivi direttamente catapultati nelle organizzazioni criminali e cercano di reagire, di tirarsi fuori, distruggendo quei legami che troppe volte sembrano impossibili da scindere. Si è pensato che qualche video del genere possa aiutare e aiutarci a non dimenticare neanche queste persone

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Pubblicato 8 feb

https://youtu.be/U5Xm8JBmsGM

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Pubblicato 8 feb

Giuseppe Spagnolo Nella Sicilia degli anni ’50, non erano pochi i contadini che restavano a dormire in aperta campagna, sopra un giaciglio di paglia e sotto un tetto di stelle. In questa loro scelta non c’era nulla di romantico, ma la dura necessità di lavorare fino al calar del sole e di riprendere a farlo alle prime luci dell’alba. Senza la perdita di tempo di lunghi e faticosi viaggi a dorso di mulo, dalla casa alla campagna e dalla campagna alla casa. Fece così, la sera del 3 agosto 1955, Giuseppe Spagnolo di Cattolica Eraclea, in provincia di Agrigento. Decise, cioè di restare a dormire sotto le stelle del suo piccolo podere di contrada “Bissana”, tra Cattolica e Cianciana. «Così, domattina, comincio a lavorare presto…», avrà detto tra sé e sé. Ma Spagnolo non si sarebbe mai più alzato dal suo giaciglio e non sarebbe mai più ritornato a casa. Infatti, mentre dormiva, quattro killer della mafia, armati fino ai denti, lo colpirono con numerosi colpi di lupara, che lo fecero passare dal sonno alla morte. «Impensierita del suo ritardo – avrebbe raccontato la moglie, Filippa Guadagna, ai carabinieri la sera del 14 agosto 1955 – pensai di raggiungerlo in campagna. Temendo che avesse potuto ricevere qualche calcio dalla giumenta, mi avviai da sola a piedi. Nei pressi di “Monte Sara” mi raggiunse con la mula mio figlio Liborio e da lì raggiungemmo il nostro terreno a “Bissana”. Giunti sul posto, potei scorgere, distesa sulla ristoppia, la nostra bisaccia sotto la quale, immerso nel sangue, giaceva esanime il corpo di mio marito, colpito in più punti da colpi di arma da fuoco… Con l’aiuto di mio figlio lo caricai sulla mula trasportandolo in casa». «Dietro l’omicidio di mio marito – denunciò coraggiosamente la vedova – si nascondono dei mandanti. Mio marito era presidente della cooperativa “La Proletaria” ed inoltre segretario della Camera del Lavoro. A causa dell’attività sindacale svolta per l’assegnazione delle terre ai contadini, gli interessi di gabelloti, campieri e mafiosi furono lesi ». E decisero di levarselo di torno. Come avevano fatto, meno di tre mesi prima, il 16 maggio 1955, con Salvatore Carnevale, a Sciara, in provincia di Palermo. Da legalitàegiustizia.it

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Pubblicato 6 feb

https://youtu.be/g5EPd5Zgieg

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Pubblicato 6 feb

Mauro Rostagno Dietro l'uccisione di Mauro Rostagno c'era il suo"esemplare lavoro giornalistico" che aveva sollevato il velo sulla ragnatela di interessi di Cosa nostra a Trapani. Il sigillo sulla matrice del delitto è arrivato con le sentenze di condanna degli esecutori materiali. Lo scorso febbraio la Corte di Assise di Appello di Palermo, condannando all'ergastolo il boss di Cosa nostra trapanese Vincenzo Virga, ha confermato che è stata la mafia ad ucciderlo il 26 settembre 1988. Tuttavia quel collegio, presieduto da Matteo Frasca e con giudice a latere Roberto Murgia, ha assolto per non aver commesso il fatto Vito Mazzara, accusato di essere stato il killer del sociologo e giornalista, riformando la sentenza di primo grado. I giudici non hanno ritenuto sufficienti per una condanna le analisi delle impronte genetiche trovate sui resti del fucile a canne mozze rinvenuti per terra sul luogo del delitto (la canna di legno si ruppe al momento dell’esplosione dei primi colpi), effettuati dai periti della Corte d'Assise di Trapani Paola De Simone, Elena Carra e Silvano Presciuttini. Ancora non sono note le motivazioni della sentenza di appello mentre in quelle di primo grado si legge che quell'omicidio era “volto a stroncare una voce libera e indipendente che denunziava il malaffare, ed esortava i cittadini trapanesi a liberarsi dalla tirannia del potere mafioso”. Dunque Rostagno andava eliminato per“mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari e le trame collusive delle cosche con altri ambienti di potere”. Solo la mafia voleva la sua morte? I processi hanno ricostruito il lavoro compiuto da Rostagno. Un impegno che partiva dal suo centro Saman, nato a Lenzi (vicino a Trapani) come comunità di arancioni convertita ben presto in centro terapeutico per il recupero di tossicodipendenti. Poi, nel 1986, diventò anche giornalista televisivo a Rtc, impegnandosi in un'attività giornalistica che aveva acceso i riflettori sui traffici di Cosa nostra, sui suoi intrecci con i poteri occulti e sulla sua penetrazione nella pubblica amministrazione. Con i suoi interventi, il giornalista era diventato una "camurria", un rompiscatole. Questo era stato il giudizio indispettito di Francesco Messina Denaro, il padre del superlatitante Matteo che a quel tempo governava il vertice di Cosa nostra a Trapani. Con i suoi servizi Rostagno aveva svelato il volto nuovo della mafia in una città avvolta nelle trame di un'organizzazione diventata moderna e dinamica, collegata con la massoneria deviata e in grado di controllare le grandi scelte amministrative e il giro degli appalti. Mafia, dunque, ma non solo mafia. Eppure per molto tempo le indagini sul delitto Rostagno sono state frenate da omissioni, sottovalutazioni e depistaggi. Al punto che, messa da parte la pista mafiosa, si è cercata un'altra improbabile verità con l'amplificazione di presunti contrasti e rivalità all'interno della comunità Saman, di cui Rostagno era stato uno dei fondatori. Da antimafiaduemila.com

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Pubblicato 4 feb

https://youtu.be/4ZTaiaknKok

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Pubblicato 4 feb

Pietro Ponzo Contadino socialista si impegnò nelle lotte contadine a partire dai fasci italiani. Durante il biennio 1919-1920 (biennio rosso) aderì alle manifestazioni e agli scioperi latifondisti, tra questi in particolare quello di Mokarta, tra Salemi e Mazara. Fu anche presidente della Cooperativa agricola di Salemi. Fu ucciso dalla mafia il 19 febbraio 1921 a Salemi. Dalle testimonianze dei parenti risulta che gli esecutori del delitto furono processati e incarcerati, mentre i mandanti restano tutt'ora ignoti. http://lamafiasiciliana.blogspot.com

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Pubblicato 2 feb

https://youtu.be/cgcaB8MXWds

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Pubblicato 2 feb

Nino d'Uva Nasce a Livorno da genitori siciliani il 1 gennaio 1925, dove risiedeva la sua famiglia per motivi di lavoro. Si trasferisce a Messina all’età di 10 anni e frequenta il liceo classico Dante Alighieri, eccellendo nelle materie umanistiche. A 21 anni si laurea nella facoltà di giurisprudenza con il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione di stralci della sua tesi. Dopo la laurea, sceglie di frequentare lo studio legale di diritto penale dell’avvocato Candela. Dopo pochi anni inizia una brillante carriera forense, facendosi apprezzare da tutti e distinguendosi per la sua onestà e correttezza professionale. Muore il 6 maggio del 1986, onorando la propria toga. Sono le 19 ed in via San Giacomo, accanto al Duomo, al terzo piano nel suo studio, il killer lo uccide con un solo colpo quasi alle spalle, dopo aver preso un cuscino dal divano per comprimerlo sulla canna di una pistola calibro 7.65. A Messina è la stagione del maxiprocesso, che si svolge in un clima rovente tra la rabbia dei detenuti nelle gabbie e la decisione di dare un segnale forte a giudici e avvocati. Appassionato di storia, l’ha accompagnato nella sua vita l’amore per la letteratura, l’arte, la musica, la pittura, il teatro, il cinema. Membro del Consiglio direttivo della Filarmonica Laudamo di Messina e di un’associazione culturale italo–tedesca. Gli è stato riservato un posto nella zona monumentale del Gran Camposanto. In suo ricordo numerose iniziative, convegni e dibattiti. Il 6 maggio del 1989, a tre anni dalla morte, è stata posta una lapide nella Corte d’appello di Messina, con la scritta “A commosso ricordo dell’avv. Nino D’Uva stroncato da cieca violenza”. http://www.strettoweb.com/

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Pubblicato 31 gen

https://youtu.be/uo0T1esYjrk

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Pubblicato 31 gen

Carmine Tripodi A chi oggi possiede e coltiva una cultura civile e antimafiosa, che si tratti di giovani o meno, la Locride racconta storie di faide, terrore e morte. San Luca, Bianco, Locri, sono nomi che sentiamo risuonare continuamente, e che rappresentano una macchia accanto al candore dell’onestà di chi, contro alcune realtà, combatte ogni giorno. Ma se oggi movimenti e associazioni fanno un grandissimo lavoro di diffusione e protezione della memoria, vent’anni fa chi veniva ucciso dalla mafia era solo. Viveva da solo, moriva da solo, non gliene veniva riconosciuto onore e merito. Carmine Tripodi nel 1985 aveva ventiquattro anni. E ventiquattro anni sono pochi, in genere, per farsi troppe domande sul senso civico, su cosa è giusto o sbagliato. Sicuramente sono anni in cui si costruiscono sogni e non si va incontro – non consapevolmente almeno – a situazioni che quei sogni possono distruggerli. Ma Carmine Tripodi nel 1985 aveva ventiquattro anni e indossava la divisa. Carabiniere. A San Luca. Negli anni ’80 essere un carabiniere a San Luca non vuol dire combattere. Vuol dire essere una minoranza non considerata, senza voce e senza potere. Ma Carmine a San Luca ci va lo stesso, fresco di formazione in Accademia. La realtà è difficile più di quanto egli potesse immaginare. In quegli anni ciò che affolla i verbali sono liste di persone scomparse, oltre che uccise. L’Aspromonte è terra di covi e sequestri, di riscatti impossibili, di persone non restituite ai propri cari. Carmine comincia a seguire queste storie, a studiare quelle passate, a intrecciare fili. A seguire nomi, cognomi, relazioni, famiglie. Ma un carabiniere che prende troppo sul serio il proprio lavoro, a San Luca non può starci, non è terra sua. E la sera del 6 febbraio 1985, a un mese dal suo matrimonio, Carmine Tripodi viene raggiunto mentre si trovava nella sua auto e ucciso da colpi di fucile e pistola, e a nulla è servito in questo caso il coraggio di fare il proprio mestiere fino all’ultimo. La memoria che oggi si fa così forte non ebbe coraggio a mostrarsi ai suoi funerali. Il paese non piange un carabiniere, non rimpiange un disturbatore di un ordine precostituito e intoccabile. Piuttosto distrugge anche una stele commemorativa. C’è voluto il 2011 per ascoltare un messaggio di scuse e un ricordo sincero da parte del sindaco di San Luca. Possiamo immaginare la difficoltà di certe affermazioni in un certo contesto, ma quello che ci si deve sforzare di comprendere, invece, sono le condizioni in cui carabinieri e forze dell’ordine devono operare, quando il contesto rifiuta l’arma e non riconosce la legge. Se già, a volte, nell’immaginario comune, la divisa è associata a soprusi e abusi (fermo restando che alcuni episodi della nostra cronaca confermino assolutamente questa immagine), si può solo immaginare il rifiuto e il senso di impotenza che doveva e deve provare, oggi, un operaio della giustizia in alcuni luoghi. I territori ad alta densità mafiosa non riconoscevano altra legge dalla propria ieri come non lo fanno oggi. L’unico sostegno a chi queste “non leggi” combatte può venire solo da un riconoscimento a livello più ampio di un ruolo e di un coraggio che non può essere riassunto in dieci righe di cordoglio in occasione dell’anniversario di un assassinio, perché la memoria è rispetto, e il rispetto è soprattutto, in questo caso, azione e coscienza civile. di Giusy Patera Stampacritica.org

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