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Per non dimenticare
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Pubblicato 29 gen
https://youtu.be/N5RzQh7GERs
Pubblicato 29 gen
Carlo Cannavacciuolo All'auto si sono avvicinati i banditi, almeno due, uno dei quali armato di pistola. Dopo aver bussato violentemente a entrambi i finestrini, i rapinatori hanno infranto il vetro dal lato dello studente, intimando ai due di scendere. Cannavacciuolo, secondo la ricostruzione delle forze dell' ordine, ha ingranato la retromarcia cercando di allontanarsi. E' stato allora che uno dei malviventi ha esploso un colpo di pistola contro il ragazzo, colpendolo al cuore. Il proiettile è poi andato a conficcarsi nella lamiera. Il giovane è morto prima dell'arrivo dei soccorsi. Carlo, neo laureato in veterinaria, aveva trascorso la serata festeggiando il suo onomastico. Era poi uscito con la fidanzata, studentessa universitaria alla Federico II, e aveva fermato l'auto in via Ponticelli, una stradina di campagna, adiacente un orto di proprietà della sua famiglia. L' aggressione è scattata - secondo la ricostruzione dei carabinieri - poco dopo mezzanotte. I due banditi avevano il volto incappucciato e sono giunti e fuggiti a piedi. Sul territorio del comune di Santa Maria La Carità c'è un circuito di tredici telecamere: i rapinatori, scappando, potrebbero essere passati davanti ad alcune di esse ed essere stati ripresi. La fidanzata del giovane, in forte stato di choc, è stata ascoltata dai carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia, che conducono le indagini. Una delle piste seguite dagli investigatori è quella di un tentativo di rapina attuato da tossicodipendenti, forse giunti da un comune vicino. "Quello è un posto maledetto, dove sono state fatte molte rapine. A terra è pieno di siringhe". Giovanni Cannavacciuolo, ispettore di polizia in pensione, commenta così l'uccisione del figlio Carlo. Il padre del ragazzo, che ha lavorato per anni all'ufficio denunce della Questura di Napoli, ha reagito con compostezza. Carlo Cannavacciuolo stava compiendo il tirocinio da veterinario a Pompei. Era il penultimo di quattro figli. I fratelli sono emigrati a Milano, Treviso, e in Sardegna. La madre, Carmela, è impiegata al comune di Gragnano. Carlo, oltre a suonare la tromba, era appassionato di ballo e campione di liscio. "Mi ha riempito la casa di trofei", dice il padre. "Ho sentito due colpi di pistola". Così un residente nella zona dell'agguato. "Questa è una zona a rischio. Già in passato ci sono state altre rapine. Anch'io sono stato derubato due volte, in casa mia, con la tecnica dello spray al sonnifero". Il sindaco di Santa Maria La Carità, Francesco Cascone, è intenzionato a decretare il lutto cittadino. E il procuratore di Torre Anunziata, Diego Marmo, si è impegnato a fare modo che la salma del giovane venga al più presto restituita alla famiglia dopo gli accertamenti del caso, come richiesto dal padre. Sulla pagina Facebook di Carlo, agli auguri degli amici per l'onomastico appena festeggiato, si aggiungono i messaggi di rabbia e di dolore per la sua morte. Nel primo pomeriggio, qualcuno ha lasciato un mazzo di rose bianche sul luogo del delitto. https://napoli.repubblica.it
Pubblicato 27 gen
https://youtu.be/AeXTZItW4xg
Pubblicato 27 gen
Maria Concetta Cacciola Voleva svelare i segreti dei clan della 'ndrangheta della piana di Gioia Tauro. Ma, per impedirle di collaborare con la giustizia, sarebbe stata uccisa dai genitori e dal fratello. L'omicidio sarebbe stato camuffato con un suicidio. Alla vittima, Maria Concetta Cacciola, madre di tre bambini, il 20 agosto 2011 sarebbe stato fatto bere dai familiari acido muriatico per simulare il suicidio e tapparle definitivamente la bocca. Su questo omicidio hanno indagato a lungo i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, coordinati dai pm della procura antimafia. Adesso, dopo lunghi accertamenti e intercettazioni ambientali, è emerso un quadro sconcertante. I giudici hanno stabilito che per impedire la collaborazione con la giustizia di Maria Concetta Cacciola si era mossa una squadra criminale. Uomini al servizio dei clan della 'ndrangheta che avevano l'obiettivo di impedire che la donna continuasse a parlare ai magistrati svelando i segreti dei boss. I capimafia temevano soprattutto la possibile emulazione di altre donne, segregate e costrette a vivere in famiglie mafiose, che avrebbero potuto seguire la strada tracciata da Maria Concetta Cacciola https://espresso.repubblica.it
Pubblicato 25 gen
Solo un piccolo filmato del piccolo, perché quando a morire è un bambino, altre parole non servono, riportiamo solo le poche immagini che servono al ricordo, stavolta ancora più silenzioso e doloroso https://m.quotidianodipuglia.it/video/-136920.html
Pubblicato 25 gen
Domenico Petruzzelli Il più piccolo si è accasciato sul sedile e ha chiuso gli occhi. "Ho fatto finta di morire" ha detto alla zia. Il più grande, invece, ha provato ad aprire lo sportello. Pensava che la mamma fosse svenuta. Sono stati fortunati i piccoli superstiti dell'agguato commesso lunedì sera a pochi chilometri da Palagiano. Cosimo Orlando, 43 anni, la sua compagna Carla Maria Fornari, di 30 ed il figlio di quest'ultima Domenico, 3 anni ad agosto, sono stati uccisi da una pioggia di proiettili. Altri due bambini, di 7 e 6 anni, figli della donna e fratelli della piccola vittima, si sono salvati. Il padre Domenico Petruzzelli era stato ucciso nel 2011. È un triplice omicidio di mafia, gli investigatori non hanno dubbi. Una strage che poteva avere conseguenze ancora più tragiche. Sono le 21,30. Carla Maria Fornari guida la sua Daewoo Matiz. Accanto c'è il compagno Cosimo Orlando, una condanna per un duplice omicidio, da poco in semi libertà. In braccio ha il piccolo Domenico. Dietro, sul sedile posteriore, ci sono i due bambini più grandi. La famiglia è di ritorno da Taranto, sulla statale ionica. È quasi arrivata a Palagiano. Mancano pochi chilometri quando all'improvviso l'auto viene speronata, costretta a fermare la sua corsa contro il guard rail. Carla Fornari, con ogni probabilità, intuisce che non è un semplice incidente. Prova ad ingranare la retromarcia. E' un tentativo disperato. Il killer spara, forse esce anche dall'auto. Almeno quindici i proiettili che vengono recuperati sulla scena del delitto. Due o al massimo tre hanno raggiunto il bambino. Un maggior numero di colpi, invece, con un primo esame necroscopico, è stato isolato sul corpo della donna. Quando al 112 arrivano le prime telefonate, gli automobilisti di passaggio parlano di un incidente stradale, di un'auto rossa finita contro il guard rail. Sono gli operatori del 118 e i carabinieri a scoprire che ad uccidere Cosimo, Carla e Domenica è stata una pioggia di proiettili. I due bambini sono spaventati, ma per fortuna stanno bene. Un agguato, commesso con modalità mafiose, di questo non hanno dubbi i carabinieri. E con ogni probabilità Domenico è stato ucciso per errore perché era in braccio a Cosimo Orlando. Ed era lui, non escludono ora gli investigatori, coordinati dalla procura di Taranto, l'obiettivo dell'agguato. L'uomo era in semilibertà perché stava scontando una condanna per il duplice omicidio di due ragazzi, uccisi nelle campagne di Palagianello il 4 novembre 1998. Un omicidio maturato per contrasti nel mondo dello spaccio di droga per il quale Orlando aveva già scontato 16 anni. L'uomo, da poco uscito dal carcere, potrebbe aver tentato di recuperare una posizione di rilievo nel mondo della criminalità organizzata, dello spaccio e delle estorsioni. E a firmare l'agguato potrebbero essere stati gli uomini che appartengono al gruppo di Giuseppe Coronese, di Massafra, da sempre in contrasto con quello dei Putignano di Palagiano, a cui secondo gli inquirenti, invece, faceva capo Orlando. E questa è solo una delle ipotesi. C'è poi quella che conduce al passato dell'uomo, all'omicidio di due giovani, commesso 26 anni fa, ad una possibile vendetta che sarebbe maturata nel tempo. Ed ancora: Carla Maria Fornari aveva testimoniato nel processo, conclusosi due mesi fa con una condanna all'ergastolo per i due esecutori dell'omicidio del marito Domenico Petruzzelli. La donna si era costituita parte civile e attendeva per questo di essere risarcita. È ritenuta invece una pista secondaria quella che porta alla vita privata della coppia. Da repubblica.it
Pubblicato 23 gen
https://youtu.be/aUu72YtUQf8
Pubblicato 23 gen
Antonino e Stefano Saetta Antonino Saetta era un uomo e un magistrato schivo e riservato, che amava e svolgeva in silenzio il suo mestiere. Proprio la sua poca notorietà da vivo, probabilmente, ha reso poco noto anche il suo sacrificio per essersi opposto alla mafia: sarà il primo magistrato giudicante ucciso in Italia e in Sicilia. La sua carriera giuridica inizia nel 1948 come Pretore e poi Giudice Istruttore presso il Tribunale di Acqui Terme. Successivamente si trasferisce a Caltanissetta, dove diviene Presidente della Corte d’Assise, e poi ancora a Palermo, in qualità di Consigliere di Corte d’Appello. Proprio a Caltanissetta si occupa per la prima volta di un processo di mafia, che vede imputati i responsabili dell’attentato al giudice Rocco Chinnici; dopo la sorprendente assoluzione in primo grado, il processo d’appello ribalta la sentenza con una condanna alla massima pena. Anche a Palermo, il magistrato ha inevitabilmente a che fare con la criminalità organizzata, a cui reagisce con imperturbabilità: per l’uccisione del capitano Basile, nonostante minacce e intimidazioni, vengono condannati Vincenzo Puccio , Armando Bonanno e Giuseppe Madonia. Tale condanna segnerà la fine del magistrato. Il 25 settembre 1988, a pochi giorni dal deposito della motivazione all’ergastolo per i tre, Saetta viene assassinato insieme al figlio Stefano: di ritorno a Palermo dopo un battesimo, sulla strada che collega Agrigento a Caltanissetta, i due vengono raggiunti da una scarica di spari provenienti dalla vettura che li affianca. Saetta guidava l’auto di famiglia, e non aveva mai chiesto né scorta né vettura blindata: la sua umiltà e la sua consapevole accettazione del pericolo l’hanno reso un eroe moderno, che ha pagato con la vita il rifiuto a piegarsi alla mafia. Per il duplice efferato omicidio sono stati condannati all’ergastolo Salvatore Riina, Francesco Madonia e Pietro Ribisi quale esecutore materiale. Molteplici i moventi: in primo luogo punire la giustizia del magistrato che non si era sottomesso alle pressioni, e prevenirne la nomina a Presidente del “Maxiprocesso” alla mafia; secondariamente, inoltre, la sua esecuzione avrebbe fatto da monito per tutti gli altri giudici. Il suo carattere mite e schivo ha fatto sì che ci si dimenticasse presto della sua morte; Saetta è però ricordato ogni anno nel giorno del 21 marzo, dedicato dall’associazione “Libera” alle vittime di mafia. E proprio al giudice e al figlio è dedicato il presidio di Libera di Acqui Terme, punto di partenza della sua carriera. Da cosavostra.it
Pubblicato 21 gen
https://youtu.be/bc2SAW24hBc
Pubblicato 21 gen
L'ultima puntata delle lezioni affronta il connubio spesso presente e difficile da contrastare delle "alleanze" tra le varie organizzazioni criminali di stampo mafioso. Le joint venture del terrore e della violenza, che in questo video ci portano da Cosa Nostra alle altre mafie, come la camorra e la 'ndrangheta, organizzazioni che negli anni hanno preso potere in tutta Italia e che andremo ad analizzare nei nostri prossimi post. Luca
Pubblicato 20 gen
Modifica Sondaggio Stato: Aperto Voti totali: 37 Risultati: • Camorra 8 • N'drangheta 12 • Persone 17
Pubblicato 19 gen
Per proseguire nell'attività del canale, siccome nel bot @pernondimenticarebot sono arrivate tante richieste su video, notizie ed approfondimenti, vorrei far scegliere direttamente voi le prossime "uscite". Basta semplicemente cliccare nel sondaggio quale delle alternative vorreste vedere sviluppate prima. Son state scelte le tre più richieste nel bot. Grazie in anticipo, nella speranza di portare ancora oltre la voglia di sapere e di Non Dimenticare