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Per non dimenticare
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Politica"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa
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Pubblicato 1 apr
https://youtu.be/HE18Zmeme3Y
Pubblicato 1 apr
Seconda parte dell'inchiesta, incentrata sulla scuola di Montecchio Emilia (Re). Grazie a cortocircuito.re.it
Pubblicato 30 mar
https://youtu.be/QYXt277d6dY
Pubblicato 30 mar
Partiamo oggi con una serie di video inchieste su uno dei fenomeni che negli ultimi anni ha portato alla luce come la ndrangheta si sia infiltrata nel tessuto sociale del nord Italia. Con questi video si vuole sottolineare la genesi, la penetrazione e la difficoltà per tutti di riconoscere e combattere efficacemente questo cancro che attanaglia la società
Pubblicato 28 mar
https://youtu.be/4QCl7LwaJug
Pubblicato 28 mar
Paolo Giaccone È la mattina dell’11 agosto, il calendario è quello del 1982. Tre sicari si sono appostati tra i viali alberati all’ingresso del Policlinico di Palermo, aspettando la loro vittima: il medico legale Paolo Giaccone. Succede tutto improvvisamente: il professor Giaccone viene ucciso dal fuoco incrociato di proiettili esplosi mirando alla sua testa mentre si stava recando al lavoro all’Istituto di medicina legale di cui era primario. Il medico era tra i professionisti più esperti e ispirati nel suo campo e la sua profonda competenza nell’ambito delle tecniche della medicina legale lo aveva portato spesso a collaborare con il palazzo di giustizia siciliano come consulente. Nei mesi precedenti al suo assassinio, infatti, tra i vari casi aveva trattato anche l’indagine sulle impronte digitali rinvenute dopo la strage di Bagheria, avvenuta il 25 dicembre 1981 su mandato dei corleonesi. L’intenzione di questi ultimi era affermare il proprio controllo del territorio e per far questo decisero di impiegare un commando composto da tre auto per il paese che, sparando all’impazzata, avrebbe lasciato una sanguinosa scia di quattro vittime. Grazie al suo lavoro, il medico forense era riuscito a risalire all’identità di chi aveva lasciato quelle impronte, ovvero Giuseppe Marchese, nipote di Filippo Marchese, boss mafioso a capo della famiglia di Corso dei Mille, quartiere di Palermo. L’impronta digitale analizzata dal professor Giaccone era l’unica prova schiacciante che avrebbe condotto agli autori della strage del Natale precedente e Cosa Nostra era ben decisa a compiere qualsiasi mossa pur di evitare che si arrivasse alla verità. Paolo Giaccone inizia a ricevere pressioni e la richiesta è una, chiara e semplice: falsificare i risultati dell’esame, evitando così di svelare l’identità dell’assassino. Il periodo in cui questa vicenda ha avuto luogo era già carico e ricco di tensione. L’inizio degli anni Ottanta era stato caratterizzato da una nuova ondata di omicidi e violenze, e non passava inosservata la connivenza tra istituzioni e criminalità: in questo clima, Paolo Giaccone prende una decisione da uomo libero, da professionista, da medico che ha pronunciato il giuramento di Ippocrate, e declina la richiesta di insabbiare il proprio lavoro nonostante le numerose minacce. Questa scelta di correttezza verso il proprio lavoro e di fedeltà alla propria etica è stato ciò che ha decretato la sua condanna a morte. In una situazione normale il professor Giaccone avrebbe semplicemente adempiuto al proprio dovere, ma quella che è una scelta ordinaria in molte circostanze, nella sua vita si è rivelata essere la scelta eroica di non farsi calpestare dalla corruzione e dalla criminalità e di rispettare i propri valori e l’importanza del proprio ruolo. La storia di Paolo insegna come le scelte di ogni singolo essere umano che decida di fare della legalità e dell’onestà le proprie regole di vita possano essere vero e indispensabile strumento per combattere il malcostume, la corruzione e anche la criminalità. Non è necessario essere in particolari posizioni di potere per combattere contro l’illegalità. Chiunque è chiamato, da normale cittadino, attraverso l’adempimento del proprio ordinario dovere, a opporsi all’illegalità in generale, soprattutto sapendo che ci sono stati uomini che da “eroi borghesi” pur di tenere fede ai propri principi di etica hanno perso non solo la loro libertà ma la loro vita. Paolo Giaccone è, senza dubbio, uno di questi. Carolina Frati – Cosavostra.it
Pubblicato 26 mar
https://youtu.be/q2zIMa89nrU
Pubblicato 26 mar
Mario D'Aleo - Giuseppe Bommarito - Pietro Morici Gli omicidi di Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici La sera del tredici giugno del 1983, Mario D’Aleo si trova in compagnia dei suoi colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. L’uomo si sta recando a casa della sua fidanzata. Per farlo percorre la strada che, da Palermo, conduce a Monreale. I tre si trovano nei pressi di via Cristoforo Scobar quando, all’improvviso, giungono i killer. Un commando composto da circa dieci persone apre il fuoco nei confronti dei tre carabinieri. Per D’Aleo, Bommarito e Morici non c’è scampo. Le condanne per esecutori e mandanti Per l’omicidio di Mario D’Aleo e dei suoi colleghi verranno condannati all’ergastolo, in qualità di mandanti, Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Giuseppe Farinella e Nenè Geraci. Gli esecutori materiali del triplice omicidio sono stati individuati in Angelo La Barbera, Salvatore Biondino e Domenico Ganci. Francesco Paolo Anzelmo avrebbe guidato l’auto mentre in zona sarebbero stati presenti, per fornire ulteriore supporto ai killer, anche Calogero Ganci, Raffaele Ganci e Giacomo Giuseppe Gambino. mafieitaliane.it
Pubblicato 24 mar
https://youtu.be/mB_84DMhcgE
Pubblicato 24 mar
Salvatore Bartolotta L'appuntato dei carabinieri Salvatore Bartolotta era originario di Castrofilippo dove nacque il 3 marzo del 1945. Venne ucciso per l'esplosione di un'autobomba il 29 luglio 1983, sotto l'abitazione palermitana del giudice istruttore Rocco Chinnici. L'appuntato Bartolotta insieme al maresciallo ordinario Mario Trapassi componeva la scorta del magistrato. Il 27 aprile del 2015 è stata intitolata alla loro memoria la sede della caserma della stazione carabinieri di Palermo Uditore. L'appuntato Bartolotta ha ricevuto la medaglia d'oro al valor civile alla memoria con questa motivazione: "Preposto al servizio di tutela a magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, assolveva il proprio compito con alto senso del dovere e serena dedizione pur consapevole dei rischi personali connessi con la recrudescenza degli attentati contro rappresentanti dell'ordine giudiziario e delle Forze di Polizia. Barbaramente trucidato in un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la vita a difesa dello Stato e delle istituzioni". agrigentonotizie.it
Pubblicato 22 mar
https://youtu.be/PT185QQBpqU
Pubblicato 22 mar
Giuliano Guazzelli Il 4 aprile del 1992, il Maresciallo Maggiore Giuliano Guazzelli viene assassinato a colpi di mitra mentre è a bordo della sua Fiat Ritmo, sulla strada statale 115 quater tra Agrigento e Porto Empedocle. I responsabili del brutale omicidio (Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e Gerlandino Messina), tutti appartenenti a Cosa Nostra, vengono individuati anche grazie alla collaborazione del pentito Alfonso Falzone, e condannati all’ergastolo. Soprannominato “il mastino” per la sua abilità di investigatore, Giuliano Guazzelli, nato il 6 aprile 1933 a Gallicano, borgo della Garfagnana in provincia di Lucca, entra nell’Arma dei Carabinieri a 21 anni e si trasferisce a Menfi, in Sicilia, dove si sposa ed ha tre figli. Assegnato al Nucleo Investigativo di Palermo, lavora al fianco del colonnello Giuseppe Russo, anch’egli vittima di mafia, indagando sul clan dei Corleonesi. Dopo un breve periodo di servizio a Trapani, è chiamato a guidare la polizia giudiziaria presso il Tribunale di Agrigento, dove indaga, tra l’altro, sulle irregolarità nella gestione della banca di Girgenti, sull’omicidio di Salvatore Curto, politico del Partito Socialista Italiano alla Provincia di Agrigento, sulla strage di Porto Empedocle e sulla partecipazione dell’onorevole Calogero Mannino al matrimonio del figlio del boss Gerlando Caruana. Tra i suoi meriti, inoltre, quello di aver convinto Benedetta Bono, amante del boss Carmelo Colletti, a collaborare con la giustizia. All’epoca dell’omicidio, dopo venti anni di indagini tra Palermo e Agrigento, Guazzelli era considerato un esperto del fenomeno mafioso e dei rapporti tra mafia, politica e affari, in particolare della cosiddetta “Stidda”, e per questo motivo aveva subito numerose intimidazioni che, tuttavia, non erano mai riuscite a farlo desistere dal suo impegno per la giustizia. stradadegliscrittori.it