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"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa

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Pubblicato 27 ott

Antonio Landieri «Vedere il viso di Antonio ancora una volta accostato a quello dei killer della camorra riapre una ferita profonda. Il nome di mio cugino, vittima innocente delle faide criminali, è di nuovo sulle pagine dei giornali, la sua foto accanto a quella dei camorristi. È cosa assai difficile da accettare». Lo scrittore Rosario Esposito La Rossa presta le sue parole alla famiglia dei suoi zii e dei cugini. Una famiglia piegata, 13 anni fa, dall’omicidio di Antonio Landieri, 25 anni. Morto a Scampia perché la sua disabilità gli impedì di scappare quando i killer inviati dal boss Cesare Pagano fecero fuoco contro quelli che credevano i gestori della piazza di spaccio dei Sette Palazzi. E invece erano sei amici che si trovavano lì per caso. Furono feriti in cinque, e fu ucciso Antonio, impossibilitato a scappare per via di una paralisi che, sin dall’infanzia, ne impediva i movimenti agili.

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Pubblicato 25 ott

https://youtu.be/3yRs2secZOY

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Pubblicato 25 ott

Maurizio Estate E’ il 17 maggio del 1993, siamo in vico Vetriera a Chiaia a Napoli. Giuseppe Estate ha un auto-lavaggio, è venerdì e il lavoro procede come sempre. Un cliente ha appena terminato di farsi lavare la macchina, ma mentre sta andando via viene fermato da due malfattori a bordo di una moto che tentano di strappargli l’orologio. Giuseppe urla, richiama l’attenzione del figlio di 17 anni Maurizioche mette in fuga i malviventi, commettendo, però, un solo “errore”: vedere in faccia quello seduto sul sellino posteriore. Lo sgarro è troppo grande da poter essere accettato, così i due scippatori si recano dal boss dei Quartieri Spagnoli, al quale avevano chiesto protezione, e sentenziano la meritata punizione. Dopo qualche ora all’auto-lavaggio si presenta così una Vespa con a bordo due killerche non lasciano scampo al giovane Maurizio che cade sotto i loro colpi d’arma da fuoco.

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Pubblicato 23 ott

https://youtu.be/jrkkcv7G5to

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Pubblicato 23 ott

Alberto Vallefuoco Il 20 luglio 1998, Alberto Vallefuoco, insieme a due amici e colleghi del pastificio Russo, Rosario Flaminio e Salvatore De Falco, viene assassinato davanti al bar Manila di Pomigliano D’Arco, durante l’ora di spacco. I giovani stavano per entrare in macchina quando tre sicari a bordo di una ‘Lancia Y’ con in pugno revolver e kalashnikov ed il volto coperto da cappucci, spararono circa quaranta colpi uccidendo all’istante Alberto e Rosario. Salvatore, che tentò la fuga, fu raggiunto e finito dai killer. Per questo triplice omicidio furono condannati all’ergastolo Modestino Cirella, Giovanni Musone, Pasquale Cirillo, Pasquale Pelliccia eCuono Piccolo come mandanti ed esecutori. “Quel giorno la camorra sbagliò due volte…” L’assessore alla Cultura Mario Imbimbo, rilasciò le seguenti dichiarazioni in merito: “Alberto Vallefuoco era prima di tutto un amico, che ricordo con affetto. Quel giorno la camorra sbagliò due volte. Sbagliò ad uccidere perché mai dovrebbe accadere e sbagliò ancor di più ad uccidere Alberto e i suoi amici, degli innocenti. Noi terremo viva la sua memoria. Lo dobbiamo non solo alla sua famiglia, ma innanzitutto alla nostra comunità, ai nostri ragazzi”.

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Pubblicato 21 ott

https://youtu.be/v9HY6wX-9VM

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Pubblicato 21 ott

Hiso Telaray La storia di Hiso è sempre stata cara a noi tutti di Libera, anche se ne sapevamo poco. Se non che l’8 settembre del 1999 questo ragazzo albanese muore a soli 22 anni, perché aveva avuto il coraggio di pronunciare un no, un no forte al sopruso e alla violenza dei caporali. Il suo nome diventa un simbolo e viene scelto nel 2004 per dare il nome al primo vino prodotto sui terreni confiscati alla mafia nel brindisino dalla Cooperativa Terre di Puglia - Libera Terra e dal presidio di Libera di Cerignola, a cui lo stesso è intitolato. Un nome che vuole comunicare un messaggio diverso, che vuole raccontare una scelta in una terra ancora afflitta da una forma di schiavitù moderna, che fa paura e che uccide. Hyso parte dall’Albania con il sogno di studiare e diventare un geometra. Inizia a lavorare alla raccolta dei pomodori tra Cerignola e Borgo Incoronata per mettere da parte i soldi. Ma Hyso, sempre gentile con tutti, sempre allegro, non sa che la vita dei braccianti agricoli pugliesi è scandita da regole ferree, che non si può sfuggire a un sistema di controllo quale il caporalato che impedisce di scegliere per sé. E così si rifiuta di cedere ai ricatti dei caporali e di consegnare parte dei suoi guadagni. Non si rende conto del pericolo, quasi sicuramente non sa che il suo gesto è un atto di rottura e che non può passare il messaggio che qualcuno si ribella a chi comanda. La sera del 5 settembre 1999, è in Italia da pochissimi mesi, viene avvisato che le persone a cui si è opposto stanno venendo a cercarlo nel casolare in cui vive, nelle campagne vicino a Borgo Incoronata. Qualcuno gli suggerisce di fuggire, ma lui non lo fa. Morirà pochi giorni dopo, l’8 settembre, dopo tre giorni di agonia perchè ferito a morte dai caporali. Aveva due profondi occhi neri Hyso e un sorriso che si allargava su tutto il suo volto. Un ragazzo giovane e pieno di vita, ricco di sogni e progetti che qualcuno la sera del 5 settembre 1999 ha deciso di spezzare. Ed è grazie all’incontro con i suoi fratelli, venuti in Italia, in Puglia, nel 2016 che abbiamo per la prima volta conosciuto la sua storia di vita. Ora Hyso ha per noi anche un volto perché la sua famiglia ci ha donato una fotografia. Non è più “solo” Hyso Telharaj, 22 anni, vittima di mafia. Ma Hyso, 22 anni, giovane albanese che ha portato le sue speranze in Italia, in una terra fertile ma amara, ed è stato ucciso dai caporali perché si è ribellato alle dinamiche che tanti, troppi altri inermi braccianti, sono stati costretti ad accettare e continuano a farlo.

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Pubblicato 19 ott

https://youtu.be/wP4hPTG6UTE

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Pubblicato 19 ott

Domenico Noviello Nel 2001 io e mio padre denunciammo alla Questura di Caserta un tentavo di estorsione per gli introiti della nostra autoscuola a Castel Volturno. Con la nostra scelta contribuimmo alla cattura e alla successiva condanna di cinque affiliati al feroce “clan dei casalesi”. Qualche anno dopo, esattamente il 16 maggio del 2008, arrivò la spietata vendetta. Mio padre Domenico Noviello fu barbaramente ucciso da un commando di dieci persone con ventidue colpi di pistola. La spietatezza del delinquenti doveva servire, oltre che a punire in maniera “spettacolare” con una scenografica dimostrazione di forza chi aveva osato dire "no" al clan, anche come eclatante atto dimostravo per terrorizzare tu gli altri commercianti, riaffermando il loro dominio sul territorio. Da quel tragico giorno vivo sotto scorta. Sono grato con tutto il cuore a coloro che mi tutelano, ringrazio veramente tutti, dalle autorità che lo hanno deciso, agli agenti che scrupolosamente mi accompagnano nella mia quotidianità. Ma devo prendere atto, con rammarico, che la mia vita è comunque priva di libertà. Vivo con la costante preoccupazione che possa sempre accadere qualcosa alla mia famiglia, ma mai e dico mai ho avuto il minimo ripensamento sulle mie scelte. Non mi è stato possibile continuare l'attività di famiglia, ma grazie all’interessamento della Federazione Antiracket FAI, ho avuto subito dallo Stato un sostegno per intraprendere una nuova attività. La mia storia, a differenza di quella di mio padre, non è più una storia di solitudine. Nell'immediato la FAI, e nello specifico Tano Grasso, mi hanno aiutato a rialzarmi quando tutto mi sembrava finito. Mi sono stati vicino in tribunale, per il processo agli assassini di mio padre Domenico Noviello. A ogni udienza ero circondato dalla solidarietà e dall’affetto degli imprenditori aderenti alla FAI, dagli amici di “Libera” e del Comitato “don Peppe Diana" ed è per queste persone "speciali” che scrivo, per esprimere il mio profondo disagio, anzi paura, per questo clima ostile verso chi ha scelto di dedicare la propria vita alla lotta contro la camorra e le mafie. Il 10 maggio scorso sono rimasto sconvolto dalla lettura di un articolo che gettava ombre sull’operato della FAI e sul suo Presidente Onorario Tano Grasso. Essendo in prima persona impegnato nel Direttivo dell’Associazione Antiracket di Castel Volturno, simbolo del riscatto di questo luogo, mi sento direttamente coinvolto nelle vicende della FAI. Non sono così ingenuo da ignorare i possibili pericoli di infiltrazione nelle associazioni che si battono per la legalità ma ciò non significa che deve essere motivo per denigrare tutti e costringerci a una resa. Conosco bene Tano Grasso e gli amici della FAI, sono legato a loro da vincoli di profonda amicizia, e dico in piena coscienza che senza la competenza e l’umanità di queste persone non mi sarei mai liberato dalle angosce che mi hanno a attanagliato per un lungo periodo. Non ho paura quindi diesprimere la mia solidarietà e la mia incondizionata fiducia sul loro operato. Ciò che più mi preoccupa, invece, è che si possa distruggere il tanto lavoro fatto in questi anni. Massimiliano Noviello, figlio di Domenico Noviello, ucciso dal “clan dei casalesi” il 16 maggio 2008 a Castel Volturno per essersi rifiutato di pagare il pizzo.

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Pubblicato 17 ott

https://youtu.be/6ZW1jtv1pg0

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Pubblicato 17 ott

Prima del video di oggi, un po' diverso dal solito, una citazione che bene rappresenta lo scopo del canale, grazie a tutti voi che ci seguite e date fiducia. “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.” Giovanni Falcone

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Pubblicato 15 ott

https://youtu.be/mKzgSK-mPgU

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