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Pubblicato 18 nov

https://youtu.be/1Lje5WPC02w

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Pubblicato 18 nov

Francesco Vecchio «Come erano quei giorni? Difficili. Lui cercava di non allarmarci, ma ave­vamo paura. Una volta fui io a rispon­dere al telefono e ad ascoltare le minac­ce». Salvatore, figlio di Francesco Vec­chio, l’imprenditore originario di Aci­reale che venne crivellato di colpi di arma da fuoco il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania, oggi vive e lavora lontano dalla Sicilia ma non per questo si è messo dietro le spalle quella terra che oltre ad avergli dato i natali gli tolse il padre, ucciso dalla mafia. «So chi ha ordinato la morte di mio pa­dre, ma probabilmente non verrà mai con­dannato» dichiara al telefono Salvatore. L’assassinio di Vecchio – ucciso di ri­torno dal lavoro insieme ad Alessandro Rovetta, l’amministratore delegato dell’Acciaieria Megara, la società per la quale l’impren­ditore acese lavorava come direttore del personale – è infatti uno dei pochi delitti eccellenti che negli anni non hanno regi­strato un passaggio giudiziario. Nessun processo, nessun imputato. Sol­tanto delle indagini finite ben presto nel dimenticato­io. Eppure, che dietro l’omicidio dei due ci fosse stata una regia mafiosa lo si era pen­sato sin da subito: nei mesi precedenti, di­versi erano stati gli episodi intimidatori attraverso i quali ignoti avevano avvertito Vecchio di smetterla, di farsi gli affari propri se non voleva che finisse male. «Quella volta in cui fui io a prendere la cornetta – ricorda Salvatore – mi dissero che mio padre era un ‘cornuto’, che ci avrebbero ammazzati». Per capire i motivi che portarono Vec­chio a rendersi inviso agli occhi di chi di lì a poco sarebbe passato dalle parole ai fatti, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo: l’Acciaieria Megara già da tempo era entrata tra gli interessi della malavita organizzata, grazie all’aggiudicazione di un finanziamento di 60 miliardi di lire con il quale la ditta, che già occupava un po­sto di rilievo nel settore, avrebbe puntato a un ulteriore ampliamento. A lavorare nei cantieri erano diverse cooperative che – a detta di Salvatore Vecchio – non erano esenti dalle infiltra­zioni mafiose: «I problemi per mio padre iniziarono quando gli viene affidata anche la gestione del personale delle cooperati­ve, che fino a quel momento era stato sot­to il controllo del direttore dell’ufficio tecnico. In quelle cooperative – spiega il figlio della vittima – lavoravano anche di­versi detenuti con permessi speciali; per­sone che fino a quel momento avevano avuto la libertà di non presentarsi al lavo­ro senza che nessuno obiettasse alcunché». Fino a che Vecchio non decise di inter­venire. Da lì in poi, la vita dell’imprenditore acese fu un susseguirsi di preoccupazioni e minacce fino all’epilogo più tragico. «In realtà mio padre denunciò quelle minacce – dichiara Salvatore – ma, quan­do andam­mo in questura dopo l’omicidio, ci dissero che a loro non risultava nulla». Le indagini si sarebbero arenate poco dopo lasciando a carico di ignoti la re­sponsabilità del gesto, ma nonostante ció la famiglia di Vecchio ha continuato per anni a cercare qualche brandello di verità, qualche elemento utile che potesse ridare respiro all’attività dei magistrati

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Pubblicato 16 nov

https://youtu.be/R0JLRFHzsWs

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Pubblicato 16 nov

Giovanni Bonsignore Giovanni Bonsignore è stato un funzionario della Regione Sicilia. Svolgeva il proprio ufficio all’interno della sezione commercio presso l’assessorato alla Cooperazione. Un innato senso morale nella condotta e nella supervisione delle dinamiche economiche dell’amministrazione gli è costato, prima, un trasferimento in un’altra sezione dell’amministrazione, poi la vita. Barbaramente ucciso a colpi di pistola nei pressi della propria abitazione il 9 maggio del 1990. Rimane esemplare il fatto che un comportamento professionale, nella maggior parte dei casi, considerabile come “normale”, divenga eroico in una condizione di vita dove la prassi politica ed amministrativa è segnata dalla convergenza degli interessi illegali.

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Pubblicato 14 nov

https://youtu.be/ZDvAPgZVjaI

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Pubblicato 14 nov

Antonino Marino Il Brig. Antonino Marino, nato a San Lorenzo (RC) il 5 ottobre 1957 e arruolatosi nell’Arma dei Carabinieri nel 1975, prima del suo assassinio si era occupato di varie indagini su traffici illeciti. Profondo conoscitore della criminalità, in qualità di comandante della Stazione di Platì aveva collaborato nelle indagini su vari sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali sul versante Ionico della Provincia di Reggio Calabria. Da poco tempo era stato trasferito alla Stazione di San Ferdinando. La sera del 9 settembre 1990, il sottufficiale, mentre si trovava a Bovalino Superiore con la propria famiglia, in occasione della festa patronale, fu avvicinato da un killer, il quale, approfittando della confusione che regnava in paese e della concomitante esecuzione dello spettacolo pirotecnico, gli esplose contro alcuni colpi di pistola, colpendolo in parti vitali e dileguandosi poi nel buio. Nell’agguato furono colpiti, oltre al militare, all’epoca trentenne, anche la moglie incinta Signora Rosetta DAMA e il figlio Francesco di appena un anno, Francesco oggi è Ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Il 2 settembre 1993 al Brig. Marino è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile con la seguente motivazione “Comandante di Stazione impegnato in delicate attività investigative in aree caratterizzate da alta incidenza del fenomeno mafioso, operava con eccezionale perizia, sereno sprezzo del pericolo e incondizionata dedizione, fornendo determinati contributi alla lotta contro efferate organizzazioni criminali fino al supremo sacrificio della vita, stroncata da vile agguato. Splendido esempio di elette virtù civiche e di altissimo senso del dovere”.

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Pubblicato 12 nov

https://youtu.be/YZHpoO8hpUI

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Pubblicato 12 nov

Gelsomina Verde Il mio cognome era il nome di un colore: Verde, il mio nome invece quello di un fiore: Gelsomina. Ma per gli amici ero Mina. Avevo 22 anni quando fui uccisa. Era il 21 novembre 2004. Sul mio corpo tumefatto dai pugni e dai calci avevo i segni di una violenza inaudita. Ma ero rimasta viva. Ho urlato a lungo, ho pianto. Ho sperato mi salvassero. Poi un colpo di pistola venne sparato alla mia nuca. Fu in quel momento che morii. E allora non ho sentito più male, non ho sentito più il sapore ferroso del sangue misto alle lacrime. Era scomparso pure il dolore atroce alle estremità delle mie mani. Avevo i polsi spezzati, le dita frantumate. Mi avevano rotto anche le caviglie, ma quasi non lo ricordavo. Perché tutta quella sofferenza era scomparsa in un attimo. Altri due colpi esplosi. Poi il mio corpo era stato messo in un’auto. Non per essere ritrovato. Un’esplosione lieve e poi il fuoco. Non potevo comunque sentire il calore che si sprigionava dalle fiamme. L’autopsia svelò l’atrocità che avevo subito alla mia famiglia, a mia madre Anna, che quasi morì per il dolore. Ed era la cosa più brutta che potessi sapere. Perché io ero morta senza un perché. Da cosavostra.it

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Pubblicato 10 nov

https://youtu.be/OtCzy3LBogo

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Pubblicato 10 nov

Diego Passafiume Diego era stato freddato nel giorno del suo anniversario di matrimonio: aveva 41 anni ed era un onesto imprenditore nel settore del movimento terra. Mentre era alla guida della sua auto, era stato colpito da alcune fucilate sparategli da un ignoto che si era subito dileguato con altri complici a bordo di un'autovettura. I Carabinieri di Agrigento e i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo hanno individuato l'esecutore materiale del delitto in Filippo Sciara, agrigentino, 54 anni, già affiliato alla «famiglia» mafiosa di Siculiana (Ag) e coinvolto anche nella nota vicenda del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito di Cosa Nostra ucciso a 15 anni e sciolto nell'acido, uno degli omicidi più cruenti della storia italiana. Durante le immediate ricerche, i Carabinieri ritrovarono, in fiamme, l'auto utilizzata dai killer. L'autopsia confermò che l'imprenditore era stato colpito da tre fucilate, di cui una in pieno volto. Le indagini, sin da subito, si mostrarono alquanto difficili. Venne privilegiata la pista che portava ai sub appalti, settore in cui risultava ben inserito Passafiume. Dalle indiscrezioni allora raccolte, era emerso che l'imprenditore non aveva voluto piegarsi alle regole imposte dalle cosche mafiose in ordine alla spartizione dei sub appalti nel settore del movimento terra e del trasporto di inerti.

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Pubblicato 8 nov

https://youtu.be/zgdKYkxA8cA

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Pubblicato 8 nov

Roberto Mancini Il commissario Roberto Mancini è un eroe moderno, morto per mano di un cancro diagnosticato mentre stava portando avanti le indagini sullo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania, nelle zone ormai diventate celebri con il nome di “terra dei fuochi”. Mafia, camorra, massoneria e politica si sono intrecciati in modo tale che ancora oggi è difficile trovare tutti i nomi dei responsabili della dell’avvelenamento di queste terre. Quando il commissario Mancini, “vittima del dovere”, è entrato in Polizia di Stato, era il 1980. Fin da subito è chiara a tutti la passione per il suo lavoro e l’onestà che lo condurrà a sfidare più volte i poteri forti per tutelare i diritti dei cittadini. Entra nell’anticamorra della Criminalpol nel 1986, porta avanti diverse indagini sui clan Moccia, che lo condurranno nel basso Lazio. Fece parte anche della squadra Catturandi, partecipando alle indagini che portarono all’arresto di Salvatore e Ciro Mariano, esponenti del clan dei Quartieri spagnoli di Napoli. Nel 1994 l’agente inizia ad indagare sui Casalesi ed è in questo periodo che entra in contatto con l’ecomafia della Campania. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nel 1996, riceve tutti i documenti delle ricerche portate avanti dal poliziotto che aveva scoperto il disastro ambientale causato dai rifiuti tossici. Come rivela il libro “Io, morto per dovere” sulla vita di Roberto Mancini, al centro delle sue indagini sulla Terra dei Fuochi ci sono numerosi esponenti della camorra, che intrattenevano rapporti con l’avvocato Cipriano Chianese. Prima che lo scandalo dei rifiuti tossici fosse scoperto dall’agente-eroe, nel 1992 il boss pentito Nunzio Perrella aveva già avvertito gli inquirenti che stavano svolgendo alcune indagini parallele. Le parole di Perrella “La monnezza è oro, dotto’, e la politica è una monnezza” avevano annunciato quello che da lì a poco si sarebbe scoperto essere uno dei più grandi disastri nazionali italiani. Il commissario Roberto Mancini forma quindi una squadra di pochi ma valorosi agenti per condurre le sue indagini, nonostante l’incredulità generale di quanti non sospettavano minimamente del disastro ambientale su cui camminavano. Il primo passo importante per le indagini sui rifiuti tossici della Campania è stato quello di smascherare l’avvocato Chianese, che si rivelò essere un vero e proprio “broker dei rifiuti”: gestiva il rapporto con le aziende e organizzava il trasporto e lo sversamento dei rifiuti nelle discariche. Il poliziotto scava personalmente nelle terre avvelenate, scopre dell’esistenza di fossi avvelenati da rifiuti nucleari e produce un’informativa di diverse centinaia di pagine che è rimasta sepolta per numerosi anni. Nelle diverse dichiarazioni che ha rilasciato, come nell’intervista a Le Iene Roberto Mancini sulla Terra dei Fuochi dichiara: “NeL 1996 portammo il pentito Carmine Schiavone in volo sul casertano e individuammo un allevamento di bufale i cui terreni erano contaminati. Sequestrammo cinque siti, a distanza di due ore la camorra ci bloccò la strada che portava in quei luoghi con cumuli di monnezza. Sapevano tutto, erano potentissimi. Interravano i rifiuti a 20 metri, ma i carotaggi sono stati fatti a sette metri, dove c’era solo terra di riporto“. Nel 2002 gli viene diagnosticato un linfoma non Hodgkin. Il Comitato di verifica del ministero delle Finanze certifica che il suo tumore del sangue dipende da “causa di servizio”. Ma l’indennizzo è di 5mila euro. Il poliziotto, dopo aver ricevuto un indennizzo, presenta quindi una richiesta di risarcimento danni, ma la Camera però esclude “una qualsiasi responsabilità risarcitoria”. Anche se si sapeva chi è Roberto Mancini e quanto è stato prezioso il suo contributo per le indagini sui rifiuti tossici, non è stato possibile evitare che l’agente iniziasse un ennesima lotta per il riconoscimento dei propri diritti. Roberto Mancini è morto il 30 aprile 2014, all’età di 53 anni. Aveva una moglie e una figlia.

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