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Per non dimenticare
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Pubblicato 2 set
Giuseppe La Franca "Vi voglio brevemente parlare di Giuseppe La Franca, ucciso nelle campagne di Partinico il 4 gennaio 1997 perché aveva osato non piegarsi ai voleri della locale famiglia mafiosa. Giuseppe La Franca era figlio di Gaspare La Franca, fratello di mia nonna paterna Margherita La Franca sposata De Francisci; era quindi primo cugino di mio padre. Nato a Partinico nel 1924 aveva compiuto studi di giurisprudenza, si era laureato, ma non aveva mai svolto la professione. Era un proprietario terriero, appassionato di campagna e aveva conciliato questa sua passione con l’impiego presso il Banco di Sicilia di Palermo. Ha lavorato per anni nel salone centrale del Banco in via Ruggero Settimo, conosciuto e apprezzato da tutti per la sua disponibilità e cortesia. Aveva sempre abitato a Partinico, viaggiando ogni giorno verso Palermo a bordo della “littorina” prima e di treni più moderni, ma meno fascinosi, dopo. Era infatti legatissimo ai suoi genitori che ebbero lunga vita. Ebbe una lunga storia d’amore, coronata col matrimonio, con una vedova, madre di tre figli, che egli crebbe come suoi. Una vita assolutamente normale, divisa tra campagna e città, forse faticosa per quel andare e venire da Palermo, interrotto solo con la raggiunta pensione. Fu la passione per la campagna a decretarne la fine. Difese strenuamente le sue proprietà e la sua libertà di coltivarle e frequentarle a fronte della protervia della famiglia mafiosa di Partinico, guidata dai Vitale, che frequentavano le stesse zone e avevano mire sui possedimenti di Giuseppe. Una fredda mattina di gennaio venne assassinato con alcuni colpi di pistola. Mi recai sul posto e vidi il suo corpo adagiato sul ciglio della strada provinciale, il viso appoggiato sulla fanghiglia causata dalle ingenti piogge del tempo. Faceva un gran freddo, pioggia e vento, ancora me lo ricordo. Io ero in Procura, all’epoca, e mi occupavo di mafia. Sin dall’inizio ebbi la sensazione che il fatto fosse sottovalutato da tutti e le indagini ne risentirono. Non voglio fare polemiche adesso, a Giuseppe non piacerebbero, rispettoso sempre delle Istituzioni e delle leggi. So solo che i parenti faticarono molto a ottenere la certificazione di vittime della mafia; per anni il povero Giuseppe fu un morto di serie B. Non ha avuto giustizia dagli uomini, nessuno è stato condannato per quel crimine, ma certamente siede tra i Giusti in Paradiso, lui che aveva anche studiato in Seminario ed era profondamente cattolico. Queste righe le ho scritte per dire che la lotta alla mafia non è un cammino facile, non è un ballo di gala. Ci sono anche le sconfitte, e bruciano tutte, questa in modo particolare. E’ per questo che voglio ricordare Giuseppe La Franca, mite eroe borghese, ucciso perché non ha voluto abbassare la testa." Ignazio De Francisci- 17 luglio 2013
Pubblicato 1 set
Per non dimenticare pinned «Dopo le varie richieste ricevute, sembrava doveroso creare un bot per il canale, dove potrete chiedere informazioni, richiedere qualche storia in più, qualche argomento che vorreste vedere nel canale o semplicemente per dire cosa ne pensate del canale. Approfitto…»
Pubblicato 1 set
Dopo le varie richieste ricevute, sembrava doveroso creare un bot per il canale, dove potrete chiedere informazioni, richiedere qualche storia in più, qualche argomento che vorreste vedere nel canale o semplicemente per dire cosa ne pensate del canale. Approfitto anche per ringraziare tutte le persone che unendosi hanno e stanno contribuendo a quello che è il vero obiettivo del canale: riflettere e ricordare; perché da una storia si passa ad un'altra, un'altra e un'altra ancora, ricostruendo lo scenario non solo delle situazioni relative alle associazioni criminali e terroristiche, ma anche e soprattutto portando il ricordo con nomi e vite reali fuori dalla piccola realtà che può essere telegram, quel ricordo che applicato alla vita di tutti i giorni, permette di conoscere, riconoscere... E NON DIMENTICARE Luca @pernondimenticare_bot
Pubblicato 1 set
https://youtu.be/Aw4fg5a9oh0
Pubblicato 1 set
Cocó di Bruno Palermo Gli occhioni neri spiritati, il sorriso da biricchino e una vita intera davanti. Ha solo tre anni Nicola Campolongo, che alcuni chiamano junior perché porta lo stesso nome del padre, e altri, quasi tutti Cocò. In tre di vita, però, a Cocò è stato fatto passare davanti agli occhi di tutto. La droga, i tossici, le forze dell’ordine che portano via in piena notte mamma e papà, le toghe dei giudici e degli avvocati e persino le sbarre del carcere e quelle della cella di sicurezza dell’aula bunker. Anzi Cocò c’è pure cresciuto per un breve periodo in carcere. Il 10 giugno del 2011 a Cassano allo Ionio, grosso centro della provincia di Cosenza a pochi chilometri dalla Basilicata, scatta l’operazione «Tsunami» contro diverse persone accusate a vario titolo di aver commesso reati legati al traffico di droga e di essere vicini alla cosca Abruzzese, detto «il clan degli zingari». In manette finiscono la mamma di Cocò, Antonia Maria Iannicelli, il papà Nicola Campolongo, la zia Simona, sorella della mamma, suo marito Roberto Pavone, la nonna Maria Rosa Lucera e altri componenti della famiglia Iannicelli. Cocò è il più piccolo di casa, prima ci sono altre due sorelle, una di due anni e l’altra di quattro. Giovedì 15 gennaio 2014 Cocò è seduto sul sedile posteriore della Fiat Punto guidata dal nonno Peppe Iannicelli, 52 anni; sul sedile del passeggero c’è la ragazza marocchina Ibtissam Touss, 27 anni, detta Betty, che per molti è la fidanzata di Peppe. È l’ultima volta che i tre vengono visti vivi. Venerdì mattina, 16 gennaio, scatta la denuncia di scomparsa. Cominciano le ricerche, ma dell’auto e del piccolo Cocò nessuna traccia, fino a domenica mattina. Un uomo ha segnalato la carcassa di un’auto bruciata in contrada Fiego, a Cassano allo Ionio. C’è qualcosa di strano in quella macchina, è una Fiat Punto. Quando gli investigatori arrivano in questa impervia zona, dietro un rudere lungo una strada sterrata, si trovano davanti una scena orribile. Dell’auto è rimasta solo la parte in lamiera e all’interno ci sono due scheletri, uno è piccolino, l’altro potrebbe essere di una donna. Durante i rilievi spunta un terzo scheletro che è nel cofano. La Punto ha bruciato per diverse ore, fino a consumare completamente i corpi dei tre. Avranno usato 10 o 15 litri di benzina per far ardere così a lungo quella macchina. Sul cofano anteriore c’è anche una moneta da 50 centesimi, un vero e proprio sfregio o un depistaggio? Saranno l’autopsia e gli esami del dna a stabilire che quei corpi sono di Betty, di Iannicelli e del piccolo Cocò Campolongo. Ma non sono morti nel rogo. Gli assassini, le bestie, hanno sparato in fronte a Cocò e Betty, mentre a Iannicelli è toccato un colpo alla testa e l’altro alla fronte; poi hanno appiccato l’incendio. Il 21 giugno del 2014, Papa Francesco si reca in visita pastorale in Calabria. Incontra i familiari di Cocò a Castrovillari dove sono detenuti, poi va a Cassano allo Ionio e durante la Santa Messa a Sibari, davanti a 250 mila persone, scomunica gli ‘ndranghetisti e i mafiosi.
Pubblicato 31 ago
https://youtu.be/IKO4g-1Z8ys
Pubblicato 31 ago
Salvatore Barbaro, ucciso dalla camorra per 800 euro. Salvatore Barbaro è stato ucciso dalla camorra per uno scambio di persona il 13 novembre 2009. I sicari, che hanno agito togliendogli la vita ad Ercolano, hanno scambiato la vettura del giovane per quella di un camorrista. "Funerali blindati e tutti che parlavano di camorra, ma mio figlio era un bravo ragazzo e con quegli ambienti non c’entrava niente", ha affermato in una intervista ad Amalia De Simone sul Corriere della Sera, Giovanna, la madre di Salvatore. La verità sul caso Barbaro è venuta fuori dopo le indagini compiute dai carabinieri di Ercolano e di Torre del Greco. Barbaro non era l'obiettivo dei sicari ed era un bravo ragazzo, come confermato anche dagli ex affiliati al clan vesuviano nelle loro deposizioni sul caso. I killer hanno ricevuto 800 euro ad omicidio compiuto perchè avevano sbagliato obiettivo, rispetto ai 3mila euro pattuiti. "Non c’è prezzo per la sua vita spezzata. Eppure abbiamo dovuto subire il rifiuto da parte del ministero del riconoscimento dei benefici per le vittime di mafia. Dicono che abbiamo parenti vicini alla camorra. Questi parenti esistono ma noi non li abbiamo mai frequentati, facciamo la nostra vita con sacrificio. E poi che c’entrano con mio fratello e con la sua morte da innocente? Se loro hanno scelto di avere a che fare con quella “merda”, noi non possiamo farci niente", ha dichiarato Agnese, sorella di Salvatore.
Pubblicato 30 ago
https://youtu.be/iw712BxyPMM
Pubblicato 30 ago
La strage di Ustica La sera del 27 giugno 1980, un aereo civile modello DC-9 della compagnia Itavia, decollato da Bologna e diretto a Palermo con a bordo 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio, sparì improvvisamente, all’altezza dell’isola di Ustica, dagli schermi di rilevamento radar del traffico aereo di Roma Ciampino, da dove gli operatori di volo ne stavano seguendo il regolare tragitto. Le ricerche dell’aereo proseguirono tutta la notte fino alle prime luci del mattino del 28 giugno, quando furono individuati i primi resti del velivolo. Le operazioni di soccorso portarono al recupero di alcuni rottami dell’aereo e dei corpi di 41 vittime su un totale di 81. Non vi fu nessun superstite.
Pubblicato 29 ago
https://youtu.be/Q3ikoLHUA1A
Pubblicato 29 ago
Primo Zecchi La sua “colpa” fu quella di annotare il numero di targa della macchina dei banditi che avevano appena rapinato e sparato ad un tabaccaio durante una rapina. Zecchi prima di essere ucciso aveva urlato alle persone affacciate alle finestre di chiamare il 113. I delinquenti della Uno Bianca lo finirono solo per questo
Pubblicato 28 ago
https://youtu.be/JPf6eejYaUY