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Politica

"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa

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Pubblicato 23 ago

Michele Reina Michele Reina ha 47 anni. Da tre è segretario provinciale della Dc. È Il 9 marzo 1979. Sono le 22.20 quando il politico sta per accomodarsi nella sua Alfetta 2000 con la moglie Marina, di 35 anni, e una coppia di amici, Mario Leto (ex direttore amministrativo della più grande casa vinicola siciliana, la Corvo), 43 anni - amico d'infanzia - e la moglie. Siamo in via Principe di Paternò: Reina ha da poco lasciato la casa di un amico dove ha cenato. All'improvviso una Ritmo grigia affianca l'Alfetta. Scendono due giovani a volto scoperto, mentre un complice rimane al volante. E' appena scattato l'agguato. Il commando inizia a sparare a raffica da distanza ravvicinata. Tre colpi secchi di calibro 38: Reina viene fulminato all'istante. E' colpito al collo, alla testa e al torace. Mario Leto, ferito a una gamba, estrae la pistola che portava con sé, una Colt 38 special con pallottole imbottite e doppio caricatore e malgrado violente fitte di dolore si lancia in strada sparando contro i sicari. "Non abbiamo più capito niente - racconta Leto ai cronisti -. Uno dei due killer mentre sparava ghignava tanto che m'è parso ridesse". La Fiat Ritmo sgomma lontano: l'auto risulterà rubata poche ore prima. La targa applicata appartiene a una Fiat 128, anch'essa rubata intorno alle 19 del giorno stesso del delitto.

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Pubblicato 22 ago

https://youtu.be/xv7L50oNnjo

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Pubblicato 22 ago

Mario Amato È il 23 giugno 1980 quando, di buon mattino, Amato esce di casa per dirigersi a Piazzale Clodio. Mentre cammina sul marciapiede, due terroristi dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), espressione dello spontaneismo armato di estrema destra, ne decretano la morte sparandogli alle spalle un colpo di rivoltella. Dichiarerà agli inquirenti un testimone oculare : «Intorno alle 7.55 ho visto il dottor Amato che scendeva per via Monte Rocchetta e svoltava per viale Ionio. Ho avuto la sensazione che un uomo vestito di beige Io stesse seguendo». Quell'uomo, alto circa un metro e 75, viso scoperto, capelli bruni e abiti da travet, appare sulla scena con fredda determinazione alle spalle dal giudice. Estrae una calibro 38 e gli esplode un solo colpo alla nuca. Fu Sergio, il figlio piccolo del giudice, ad avvertire la sorella Cristina che era successo qualcosa al loro papà: allora lui aveva sei anni e ricorda di aver sentito la mamma piangere e urlare. Ma la verità la verranno a sapere solo più tardi; sul momento Cristina pensò si trattasse solo di un incidente: "L'ho pensato tutto il giorno, finché mio fratello è arrivato e mi ha detto: «Papà l'hanno ucciso con la pistola»". Amato è titolare di tutte le inchieste sull'eversione nera a Roma e nel Lazio e la sua morte serve a bloccarle. Questa la spiegazione del delitto che viene data nella immediatezza Al Palazzo di Giustizia la notizia della morte di Mario Amato dà vita a una protesta senza precedenti e, finalmente, alla istituzione di un pool per le indagini sull'antiterrorismo di destra che, negli anni successivi, riuscirà a ricomporre "l'arcipelago dei guerrieri fascisti romani".

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Pubblicato 21 ago

https://youtu.be/8qxcTyxLDOs

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Pubblicato 21 ago

Carlo Casalegno Alle 13,40 del 29 novembre 1977 cessarono 13 giorni di sofferenza. Il 16 novembre all’ora di pranzo quattro giovani terroristi avevano atteso il vicedirettore della Stampa nell’androne di casa, in corso Re Umberto 54 a Torino. Quattro colpi di rivoltella Nagant calibro 7,62 al volto, tutti andati a segno, avevano dato agli assalitori la certezza di averlo ucciso. Alle 14,05 uno sconosciuto telefonava all’agenzia Ansa: «Qui le Brigate rosse. Abbiamo giustiziato il servo dello Stato Carlo Casalegno». Sessantun anni, solo, disarmato. Sapendolo minacciato, ogni giorno il direttore Arrigo Levi lo accompagnava a casa con la scorta. Aveva insistito anche quel mercoledì, ma Casalegno era rimasto al giornale: doveva finire il lavoro con il caposervizio della terza pagina. Insieme portarono in tipografia gli articoli da comporre. Presero un caffè alla macchinetta parlando dell’intervista che nel pomeriggio «il professore» avrebbe registrato alla Rai sul presidente Arafat in visita a Gerusalemme. Uscì alle 13,30.

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Pubblicato 20 ago

https://youtu.be/13rskuJKvrY

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Pubblicato 20 ago

La strage del Pilastro Era il 4 gennaio 1991 quando tre carabinieri poco piu' che ventenni - il capo pattuglia, Otello Stefanini effettivo alla Stazione Carabinieri Bologna Mazzini e i due membri dell'equipaggio, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, appartenenti alla Stazione Carabinieri Bologna Porta Lame - caddero trucidati al Pilastro sotto i colpi dei killer della Banda della Uno Bianca, che si scopri' poi in gran parte formata da poliziotti. I tre giovani militari di pattuglia in zona, investiti da una valanga di fuoco, furono poi finiti con un colpo alla nuca.

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Pubblicato 19 ago

https://youtu.be/HKU-k-Yc_0Y

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Pubblicato 19 ago

La strage del bar Sayonara Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera furono uccisi a Ponticelli, quartiere di Napoli, l’11 novembre del 1989 in quella che è passata alla storia come la Strage del bar Sayonara. In quel periodo gli «alleati» del clan Sarno/Aprea e quello degli Andreotti si scontrarono per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell’occasione furono uccise sei persone, quattro delle quali (appunto Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera) risultate del tutto estranee alla camorra.

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Pubblicato 18 ago

https://youtu.be/AwNW4wYpuHg

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Pubblicato 18 ago

Gaspare Palmeri “Mio padre e tutta la nostra famiglia siamo stati additati per 12 anni come mafiosi perché mio padre si trovava a bordo di quella macchina. Abbiamo trascorso 12 anni a farci domande senza risposta. Sono stato troppo in silenzio. Avevo paura che avessero ucciso mio padre perché aveva visto qualcosa. Avevo questa paura dentro che mi bloccava”. La verità si seppe al processo con la testimonianza di Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia. “Disse che il movente del triplice omicidio era colpire una sola persona, che era parente di un mafioso”. Gaspare Palmeri non c’entrava nulla: era vittima innocente. Per il triplice omicidio vennero condannati all’ergastolo Totò Riina, Salvatore Madonia (“colui che mi vendette la bara per mio padre”) e i tre “soldati” alcamesi Giuseppe Agrigento, Antonino Alcamo e Simone Bennati. Filippo Palmeri, nonostante la riabilitazione del padre dopo le testimonianze al processo, per 20 anni ha taciuto. “Per 20 anni sono rimasto in silenzio perché non avevo a chi raccontare la mia storia. Soffrivo dentro di me maledettamente, perchè non potevo mettere in un cassetto la memoria di mio padre: sarebbe stata un’offesa che gli facevo. Mio padre è una persona onesta. Poi ho conosciuto Libera, altri familiari con cui ho condiviso la sofferenza, altre vittime innocenti e mi è scattata la volontà di fare testimonianza. Nel 2012 con Libera ho parlato per la prima volta in una scuola. E’ stato come far rivivere mio padre. E’ stata una liberazione ed anche una felicità. Per la prima volta potevo raccontare l’innocenza di mio padre. Quello che voglio dire ai giovani è che il silenzio alimenta le mafie. Con la vita di tutti i giorni, con le piccole cose, riusciamo a fare grandi cose. Peppino Impastato diceva: La mafia è una montagna di merda. E’ proprio così. La mafia mi ha ucciso il padre e mi ha venduto la bara. La mafia è proprio una montagna di merda”. Da antimafiaduemila.it

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Pubblicato 17 ago

https://youtu.be/kveDfO25sSQ

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