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Per non dimenticare
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Pubblicato 10 dic
Simonetta Lamberti È una storia, quella di Simonetta Lamberti, che ha rischiato di perdersi negli alveoli del tempo. È una storia affidata ad immagini di una vita che non c’è più, un album fotografico interrotto e mai completato. Perché la vita di Simonetta fu fermata un giorno di calda primavera. In questo album immaginario che scorriamo, c’è una foto che non è mai stata scattata da nessuno e che fa iniziare questa storia da un lontano 29 maggio di tanti anni fa. È la foto in cui il corpo ancora caldo di Simonetta, bambina di appena undici anni, giace sul sedile accanto al conducente, con la testa appoggiata al finestrino. Come se ancora dormisse. Simonetta Lamberti è figlia del giudice Alfonso, uomo perbene, sempre composto, magro, con degli occhiali dal vetro assai spesso che lo rendono quasi buffo. È il procuratore di Sala Consilina, in Campania, e dalla fine degli anni Settanta si occupa di casi di criminalità organizzata. Il 29 maggio Alfonso ha deciso di trascorrere una giornata di meritato riposo. Dedicarsi alla famiglia. Porta la figlia, Simonetta, in spiaggia. Le ore spensierate trascorse a Vietri sul Mare – piccolo gioiello dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità – possiamo solo immaginarle. E ritraggono l’amore, quello di un padre per una figlia tanto desiderata e altrettanto coccolata. Poi, il ritorno a casa, alla quotidianità lavorativa. E sulla strada per Cava de’ Tirreni, esausta, come ogni bambino dopo ripetuti bagni e tanto sole, Simonetta si addormenta sedendo sul sedile accanto al papà Alfonso, che, intento a guidare la macchina, torna a immergersi coi pensieri sugli impegni che lo aspettano. Poi, improvvisamente, accade l’irrimediabile. Una macchina affianca quella del giudice. Una raffica di proiettili diretti verso di lui partono da armi tenute in pugno da persone sconosciute e che tali rimarranno per lungo tempo. Quel 29 maggio del 1982 l’auto di Alfonso Lamberti si ferma d’improvviso. I vetri sono in frantumi. Uno dei proiettili ferisce il giudice alla testa. Ma la pioggia assassina dei sicari della Camorra quel 29 maggio ha reciso una vita: quella di Simonetta. E l’ha recisa per sempre. Da cosavostra.it
Pubblicato 8 dic
https://youtu.be/h5Yv6bV7Exg
Pubblicato 8 dic
Gaetano Marchitelli La sera del 2 ottobre 2003 a Bari, nella zona di Carbonara, un commando di malavitosi appartenenti alla criminalità organizzata locale entra in una pizzeria facendo fuoco contro le persone presenti nel locale al fine di colpire alcuni membri di un clan rivale. Nella scellerata raffica di fucile, Gaetano Marchitelli – un innocente ragazzo di 15 anni – rimane ucciso. Gaetano Marchitelli era un ragazzo mite e perspicace; aveva deciso di lavorare la sera in pizzeria per aiutare la propria famiglia nel sostenere gli studi, ma soprattutto perché, dando prova di grande maturità, già comprendeva l’importanza del lavoro e la sua “sacralità”.
Pubblicato 6 dic
https://youtu.be/Bvyq9CLFT5c
Pubblicato 6 dic
Graziella Campagna Graziella Campagna aveva solo diciassette anni quando fu ammazzata a Forte Campone, collina nei pressi della città di Messina. Nata il giorno 3 luglio 1968, lavorava come stiratrice in una lavanderia a Villafranca Tirrena. Guadagnava 150.000 lire al mese e con quel denaro contribuiva ad aiutare la propria famiglia, composta da padre, madre e sette tra fratelli e sorelle. La sua giovane vita è stata stroncata la sera del 12 dicembre 1985: mentre attendeva l'autobus che l'avrebbe riportata a casa a Saponara, intorno alle ore 20:00 fu caricata sopra un'auto. Pioveva. Dopo pochi chilometri si ritrovava lungo una strada sterrata lontana dalle luci del paese. In un prato, con indosso un giubbotto rosso, una maglia a righe, un paio di pantaloni neri e gli stivaletti, cinque colpi di un fucile a canne mozze la trucidarono frontalmente, da una distanza inferiore a due metri. Inutile il suo tentativo di coprirsi con il braccio; dilaniati furono l'arto, il volto e lo stomaco. Nonostante fosse a terra un ultimo colpo alle testa la finì. Fu una vera e propria esecuzione e nessuno sa perché quel delitto fu tanto violento, quali furono le domande alle quali venì sottoposta e nemmeno quanto durò l'agonia. Il cadavere di Graziella sarebbe stato ritrovato due giorni dopo da un giovane medico. Insieme con la polizia arrivò Piero Campagna, il fratello carabiniere, per il riconoscimento formale. L'orologio giallo di Graziella era fermo alle 21:12, l'ora della morte. Il medico legale si sarebbe accertato dell'assenza di violenze e percosse e dell'assenza di alcool e droghe. Qualche giorno prima della sua morte, Graziella sul lavoro aveva estratto da una camicia sporca un'agendina di un boss mafioso. Tra le mani di Graziella passarono i segreti che nessuno doveva sapere.
Pubblicato 4 dic
https://youtu.be/jXLTnP2iiv0
Pubblicato 4 dic
Mario Diana Sono le 8,30 del 26 giugno 1985. Mario Diana arriva al bar "Oreste", nella piazza di Casapesenna, a bordo della sua “Citroen Bx”. Scende dall’auto dopo averla parcheggiata dall’altro lato della strada. I suoi assassini lo hanno seguito da quando è uscito di casa. Lo stavano aspettando con le armi da fuoco già pronte all’uso. Mario Diana fa pochi passi per salire i quattro gradini che separano la strada dall’ingresso del bar. Con le armi in mano i suoi assassini fanno segno agli altri clienti di entrare. Poi lo chiamano per nome, per essere certi di non commettere errori: “Mario! Mario Diana…”. Mario si gira. Aspettava di sentire altre parole, ma non ha il tempo di rendersi conto di quello che gli sta per accadere. Crepitano solo le armi: due colpi di un fucile semiautomatico calibro 12 squarciano il silenzio e il tepore di quella mattinata. Rimbombano nell’aria spargendo per centinaia di metri il messaggio di morte. Il primo colpo lo raggiunge al torace. Mario cade a terra. Uno solo dei killer scende dall’auto e si avvicina. Gli spara un secondo colpo alla tempia, sfigurandogli la faccia. E’ un ulteriore sfregio alla vittima. La morte arriva veloce e non fa fatica a portarselo via. La vita di Mario Diana, 49 anni, imprenditore nel settore dei trasporti, finisce quella mattina all’entrata del bar di ”Oreste”, nella piazza di Casapesenna. Mario Diana era sposato con Antonietta Cirillo, da cui ha avuto quattro figli: Teresa, due gemelli maschi, Antonio e Nicola, e Luisa. Proveniva da una famiglia di agricoltori. Cominciò a fare l’autotrasportatore da giovanissimo, proprio nel settore agricolo. Nel 1962 aveva comprato il suo primo camion. Un po’ con il supporto della sua famiglia, un po’ con l’aiuto della famiglia di sua moglie. Poi l’attività cominciò a crescere ed entrò nel settore del trasporto delle pietre, sabbia e del calcare. Ben presto diversificò l’attività affacciandosi al settore industriale ed iniziò a collaborare con la Montedison nei servizi di trasporto merci nazionale. “Ricordo tutti i particolari di quella giornata. Ricordo anche bene i giorni precedenti, perché io e mio fratello gemello, Nicola, compimmo diciotto anni quarantotto ore prima che lo ammazzassero - racconta con una vena di tristezza negli occhi il figlio Antonio, oggi 45enne e affermato imprenditore nel settore del recupero e del riciclo della plastica - uscii di casa prima di papà per andare a Cassino con mio zio Armando. Dovevamo comprare dei cassoni grandi. Arrivammo che erano le 9,30 e poco dopo mio zio ricevette una telefonata. Qualcuno lo avvisò di quello che era accaduto a mio padre. A me, però, non disse niente, ma cambiò completamente espressione. Notai soltanto che era molto turbato. “Dobbiamo tornare immediatamente a casa. C’è un problema. C’è un grosso problema”. Solo questo riuscì a dire mio zio con un filo di voce. Durante il tragitto per il ritorno non parlammo e io non gli chiesi niente, ma sentivo che il qualcosa era accaduto alla mia famiglia." “Mario Diana? L’abbiamo ammazzato io, Dario De Simone e Antonio Iovine” ha confessato Giuseppe Quadrano, al processo di primo grado che si è celebrato dopo vent’anni, presso la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere. Un processo nato dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Giuseppe Quadrano e Dario De Simone. Fu Quadrano, arrestato per l’uccisione di don Giuseppe Diana , a parlare nel 1995 dell’uccisione di Mario Diana. Le sue dichiarazioni furono confermate un anno dopo da Dario De Simone, altro killer del clan de casalesi che a sua volta divenne collaboratore di giustizia.
Pubblicato 2 dic
https://youtu.be/ry1t2XR4oDc
Pubblicato 2 dic
Paolo Castaldi e Luigi Sequino Era la sera del 10 agosto di 18 anni fa. Luigi Sequino e Paolo Castaldi, 21 e 20 anni, erano fermi in macchina, una Lancia Y nera, sotto casa di Gigi, a Pianura. Ascoltavano musica e parlavano della vacanza che di lì a poco avrebbero fatto in Grecia. Non l’avrebbero mai fatta quella vacanza, non avrebbero passato più del tempo insieme a chiacchierare: Gigi e Paolo furono ammazzati quella sera, raggiunti da una grandinata di colpi di pistola. La loro ‘colpa’ fu quella di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato: avevano parcheggiato l’auto nel luogo di residenza di Rosario Marra, genero del capoclan Pietro Lago. I sicari, appartenenti al clan Pesce-Marfella, furono inviati a fare un giro di perlustrazione nella zona a caccia di appartenenti al clan rivale per vendicare la morte di un loro affiliato, Vincenzo Giovenco, ucciso dai Lago solo pochi giorni prima. Gigi e Paolo furono scambiati per guardaspalle di Rosario Marra. Morirono sul colpo sotto una pioggia di proiettili. Furono le dichiarazioni di due pentiti, Raffaele Bavero ed Eduardo Criscuolo, ex affiliati al clan Marfella, a fare luce sulla morte dei due ragazzi. Tra dicembre 2004 e febbraio 2005 furono arrestati i fratelli Pasquale e Luigi Pesce e il loro cugino Eugenio. Un altro loro parente, Carmine Pesce, componente del commando, non venne mai processato perché morì prima, ucciso in un agguato di camorra. A fornire i dettagli della preparazione e dell’esecuzione del delitto fu Luigi Pesce che, confessando, fece anche i nomi di Luigi Mele e degli altri complici. Al novembre del 2007 risale la prima sentenza di condanna all’ergastolo per Pasquale ed Eugenio Pesce, individuati come esecutori materiali del delitto. Il processo per Luigi Pesce, invece, svoltosi con rito abbreviato, si è concluso con la condanna a 18 anni di reclusione. Nello stesso periodo fu data esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare a carico di Luigi Mele, presunto mandante dell’agguato. Accusa dalla quale Mele fu successivamente assolto per incompletezza della prova. Fu invece condannato a otto anni di reclusione per la detenzione e la successiva cessione di una pistola calibro 9 a Pasquale Pesce. La condanna all’ergastolo per i cugini Pasquale ed Eugenio Pesce fu confermata nel 2008 dalla terza sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli. Per la camorra Gigi e Paolo, probabilmente, sono stati solo un ‘incidente di percorso’. E invece no: Gigi e Paolo si stavano affacciando alla vita. Erano amici da sempre: avevano vissuto nello stesso quartiere, Pianura, nella stessa strada, per anni, fino a quando Paolo non si trasferì a Quarto. Una distanza che non aveva mai scalfito la loro amicizia, anzi. Avevano tanti sogni, avevano progetti per il loro futuro. Un futuro che, per colpa della camorra, non avrebbero mai conosciuto. Paolo lavorava al banco macelleria di un supermercato, aveva una grande passione per gli animali e per la musica. Gigi era iscritto all’Università, voleva diventare un aviatore, amava il rock e le motociclette. La loro morte colpì profondamente la gente di Pianura e di tutta Napoli: tante le associazioni nate nel nome dei due ragazzi, associazioni che lottano contro la criminalità organizzata e che tengono vivo il ricordo di due vittime di un sistema, quello dello strapotere della camorra, dove lo Stato ha fallito. Oggi, nel 18esimo anniversario della morte di Gigi e Paolo, alle 18:15, presso i murales a loro dedicati in via Montagna Spaccata a Pianura ci sarà un lancio di palloncini. A seguire, alle 19, don Vittorio Zeccone celebrerà una Santa Messa presso la Casa del Giovane in via Pignatiello. Non dimenticare: questo l’imperativo morale che anima la comunità cittadina: Gigi e Paolo vivono ancora. E finché loro vivranno, vivrà anche la speranza che un giorno, a Napoli, nessuno dovrà più piangere la morte assurda e spietata di chi ha pagato con la vita il prezzo di essere nato in una delle città più belle e allo stesso tempo maledette al mondo.
Pubblicato 30 nov
“Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell'aldilà. Ma l'importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento... Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.” Paolo Borsellino
Pubblicato 30 nov
https://youtu.be/HWd63onGBbE
Pubblicato 30 nov
Giuseppe Montalbano Stimato e conosciutissimo in paese, Giuseppe Montalbano, ex medico condotto di Camporeale, è stato ucciso con numerosi colpi di pistola di grosso calibro e di fucile a lupara in un tipico agguato mafioso. E’ stato uno dei figli che, preoccupato del mancato rientro in casa del padre, ne ha scoperto il cadavere in contrada Vallefondo, a quattro chilometri dal paese dove il medico aveva un podere di sua proprietà. Il corpo senza vita dell’uomo venne trovato nei pressi della sua casa rurale, in una pozza di sangue. La notizia si sparse subito in paese e destò oltre che preoccupazione anche perplessità. Il dottor Giuseppe Montalbano non era chiacchierato, non aveva amicizie particolari, e per tanti anni aveva svolto la sua professione a Camporeale ed era stimato dai suoi compaesani. Ma perché allora ha fatto quella morte orribile? Una delle prime ipotesi avanzate dagli inquirenti fu quella che il medico si fosse rifiutato di soccorrere un latitante ferito e che questo avesse provocato una vendetta. Il suo omicidio serviva per testimoniare alla società di allora che non ci si poteva opporre a cosa nostra. Gli investigatori che indagarono sull’omicidio seguirono quella pista anche perchè Giuseppe Montalbano non aveva mai accettato compromessi. Quando divenne medico della mutua affermò che “si può fare questa professione solo per una grande passione per la vita e per la dignità della persona umana”. Fare il medico per lui era una vera e propria missione.