TGINSIGHT CHAT
Per non dimenticare
@PerNonDimenticare
Politica"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola" Info e richieste @pernondimenticarebot 👣@disagioinunclick Membro di: @networklamusa
Post recenti
Pag. 53 di 80 · 952 post
Pubblicato 20 dic
Gianluca Congiusta Intercettazioni, testimoni di giustizia, collaboratori. Niente ha convinto la Corte di Cassazione sulla colpevolezza del boss della Locride. Neanche le lettere intercettate in carcere e che, secondo la Procura, avrebbero consentito a Tommaso Costa di continuare a comandare la cosca mentre era detenuto. Missive che, in un’aula di tribunale, non possono rappresentare una prova a causa di un vuoto legislativo da anni denunciato da Mario Congiusta, il padre di Gianluca, che nel 2014 per protesta ha restituito la tessera elettorale al ministero della Giustizia Andrea Orlando dopo aver scritto anche all’ex premier Matteo Renzisenza ricevere risposta. “Gianluca – disse all’epoca il padre – è stato ucciso da un indultato per cui è vittima della mafia e dello Stato”. Da anni Mario Congiusta chiede giustizia per un figlio ammazzato dalla ‘ndrangheta. Da quel 25 maggio in cui Gianluca è stato ucciso con un colpo di lupara sono passati 13 anni. Undici di questi, Mario li ha trascorsi in Tribunale per chiedere giustizia. Al suo fianco c’è stata sempre la figlia Roberta che, appresa la sentenza della Cassazione sull’omicidio del fratello, su Facebook ha scritto: “Oggi il dubbio che essere onesti sia inutile diventa certezza. Oggi Luca lo hanno ucciso per la seconda volta, oggi niente ha più senso…oggi siamo morti tutti!”. Una frase che fa il paio con una domanda che, nel 2014, si fece Mario Congiusta: “Mi chiedo – disse ai microfoni de ilfattoquotidiano.it – quanto tempo devo aspettare per avere giustizia o se devo prima morire e averla dopo morto?”.
Pubblicato 18 dic
Solo da ascoltare, per un momento più leggero
Pubblicato 18 dic
https://youtu.be/wSws3FUE0UQ
Pubblicato 18 dic
Gennaro Musella Era il 3 maggio 1982 quando Gennaro Musella, ingegnere salernitano trapiantato in Calabria per lavoro, veniva ucciso a Reggio Calabria. Erano circa le 8 del mattino in via Apollo. Subito dopo aver aperto la portiera della propria auto, Musella saltava in aria con essa. Vi era stata piazzata una bomba pronta ad innescarsi al primo contatto. Di lui non rimase quasi nulla: una mano fu ritrovata in fondo alla via luogo della tragedia, addirittura parti di materia cerebrale imbrattarono le pareti dei palazzi limitrofi. Uno spettacolo da fronte bellico. Uno scenario che appare sin da subito alimentato dalla mano della ‘ndrangheta. Da allora, la sua famiglia, soprattutto sua figlia Adriana, che porta avanti quotidianamente il ricordo del padre attraverso il coordinamento nazionale antimafia Riferimenti, cerca ostinatamente giustizia. Perchè venne ucciso Gennaro Musella? Anni ’80: il decennio del ‘grande balzo in avanti’ della ‘ndrangheta: droga e, in questo caso, appalti. Musella aveva trasferito la sua azienda dalla Campania alla Calabria per la costruzione di alcune opere marittime. Un’ottima occasione per il suo lavoro si presentò allorquando, nel marzo 1981, venne indetta una gara d’appalto per la costruzione del porto di Bagnara; Musella possedeva proprio a Bagnara una cava di massi e un’impresa estrattiva. Tentò di prendere parte all’appalto, ma la mano invisibile della ‘ndrangheta, intrecciata con quella di una parte connivente della politica, gli impedirono di partecipare alla gara. Coraggiosamente, l’imprenditore salernitano denunciò il fatto con un esposto alla Procura di Reggio Calabria. Una reazione che gli costò la vita. A un mese circa dalla sua morte, si svolse la gara d’appalto, vinta dai ‘cavalieri del lavoro’ di Catania Costanzo e Graci. Ma i Carabinieri del Nucleo Operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all’autorità giudiziaria riguardante proprio l’appalto sul porto di Bagnara, denunciarono forti irregolarità e condizionamenti causati da un’associazione tra ‘ndrangheta reggina e mafia catanese capeggiate rispettivamente da Paolo De Stefano e Nitto Santapaola. Nel rapporto venivano menzionati anche i nomi di politici, imprenditori e funzionari del Genio Civile di Reggio Calabria. Le indagini sul delitto Musella furono archiviate nel 1988 contro ignoti. La Direzione Distrettuale Antimafia, poi, grazie al lavoro del Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria Salvatore Boemi, in coordinamento con la CriminalPol, riaprì il fascicolo nel 1993. L’inchiesta fu completata, ma non portò mai ad un processo. Solo nel 2008, Gennaro Musella è stato riconosciuto ‘vittima di ‘ndrangheta’.
Pubblicato 16 dic
https://youtu.be/xu59mwCsHGw
Pubblicato 16 dic
Antonino Burrafato Trentasei anni fa la mafia uccise a Termini Imerese il brigadiere della polizia penitenziaria Antonino Burrafato, in servizio nel carcere termitano. Condannati all’ergastolo lo stesso Bagarella e Antonino Marchese. Salvatore Cucuzza, che ha collaborato con la giustizia, e’ stato condannato a dieci anni. Il 29 giugno del 1982 Burrafato e’ stato bloccato da un commando di quattro uomini a poche decine di metri dal carcere. Raggiunto da piu’ colpi di arma di fuoco, mori’ poco dopo all’ospedale di Termini Imerese. Le vere ragioni del suo omicidio si conobbero solo parecchi anni dopo quando il pentito rivelo’ di essere stato lui stesso parte del gruppo di fuoco e che l’agguato era stato voluto dal boss Bagarella, cognato di Toto’ Riina. Burrafato e’ stato punito perche’, applicando il regolamento carcerario al boss, assicuro’ la regolare notifica di una nuova ordinanza di custodia cautelare al boss che, quindi, non pote’ piu’ recarsi in visita dal padre in fin di vita. Per quel diniego, scatto’ la sua condanna a morte. Antonino Burrafato, a soli 49 anni, lasciava la moglie ed un figlio non ancora diciassettenne. Lo ricorda il presidente dell’Ars, Gianfranco Micciche’: “Antonino Burrafato era uno di quei siciliani per i quali le leggi sono uguali per tutti, soprattutto per i mafiosi come Leoluca Bagarella. Oggi, a 36 anni dalla sua morte, dobbiamo ricordarlo per non dimenticare la sua scelta coraggiosa e non far cadere nell’oblio la memoria di questa ennesima vittima della guerra contro il sistema mafioso”.
Pubblicato 14 dic
Buongiorno a tutti, in vista del nuovo anno e dal momento che stiamo crescendo tantissimo (e di questo possiamo solo andarne fieri e ringraziarvi tantissimo per i commenti che arrivano costantemente al bot @pernondimenticarebot) abbiamo pensato di dedicare alcuni post, con cadenze setimanali, non solo al ricordo delle persone da non dimenticare, ma anche alla conoscenza vera e propria del fenomeno "mafie e criminalità organizzata in genere". Ci saranno approfondimenti su cosa sono le mafie, come si sono sviluppate e perché, come riconoscerle e soprattutto come combatterle, grazie ad articoli e video di persone che sono in prima linea ogni giorno contro ogni forma di criminalità presente sul territorio nazionale ed estera. Intanto lasciamo un piccolo sondaggio per capire se può interessarvi oppure no, così da calibrare insieme il tipo e la quantità di approfondimenti che andremo a postare. Fateci pervenire al bot qualsiasi suggerimento o consiglio, ogni richiesta avrà risposta e verrà vagliata, ovviamente. Grazie a tutti, Luca
Pubblicato 14 dic
https://youtu.be/rTcVdlfVQQo
Pubblicato 14 dic
Emanuela Sansone Emanuela Sansone è la figlia diciassettenne dell’oste Giuseppa Di Sarno, venne uccisa dalla mafia per una ritorsione nei confronti della madre, che restò gravemente ferita, sospettata di aver denunciato episodi criminali. L’agguato fu compiuto nel magazzino di famiglia, adibito a “merceria, pasteria e bettola, oltre che ad abitazione”. Due colpi di fucile ferirono gravemente la madre, colpita al braccio e al fianco, mentre ad avere la peggio fu Manuela, raggiunta da un proiettile alla tempia. I mafiosi sospettavano che la madre li avesse denunciato un giro di fabbricazione di banconote false. Dopo l’omicidio della figlia, Giuseppa Di Sarno divenne la prima donna collaboratrice di giustizia.
Pubblicato 12 dic
https://youtu.be/GX4w2V35Zzg
Pubblicato 12 dic
Adolfo "Lolló" Cartisano Adolfo Cartisano, chiamato da tutti Lollò, è un fotografo di Bovalino, nella provincia di Reggio Calabria. Un uomo buono, caparbio e coraggioso che ama la sua terra e rivendica il diritto a vederla libera. Sorriso accennato, occhi profondi e felici, il volto fiero di chi non si piega alla protervia mafiosa ma la affronta a viso aperto certo, che ci possa essere un futuro diverso. Quando bussano alla porta del suo negozio di fotografia per chiedere il pagamento del pizzo, quest’uomo ostinato e profondamente libero, non ha bisogno neppure di pensarci. Denuncia. Denuncia in anni in cui farlo era impensabile, quando la signoria territoriale della ‘ndrangheta aveva un elevato grado di fidelizzazione di un territorio succube e silente. Lollò denuncia e rende partecipe tutta la famiglia di questa sua piccola grande rivoluzione. Era il 22 luglio di una calda sera d’estate del 1993, quando Lollò viene sequestrato mentre stava rincasando con la moglie Mimma, stordita anch’essa, abbandonata e legata ad un albero. Da quel momento, sul fotografo grande appassionato di calcio, cade un buio silenzioso, la disperazione della famiglia si acuisce giorno dopo giorno, ma non pietrifica le loro speranze. La figlia Deborah tenace e ostinata proprio come il papà, tira le redini del comitato “Per Bovalino Libera”, che riversa nelle strade della città, allora conosciuta come la capitale dei sequestri di ‘ndrangheta, tantissimi giovani stanchi della paura, del silenzio e dell’omertà, stanchi dello stigma schiacciante della criminalità organizzata. Mostrano il dissenso, mostrano un altro volto di quella terra, quello fresco e genuino di chi si ribella. Nonostante il pagamento del riscatto da parte della famiglia, di Lollò nessuna notizia. Dopo le lettere aperte che ogni anno Deborah mandava ai sequestratori del padre, affinchè rivelassero il luogo in cui giaceva il suo corpo, in un giorno di giungo del 2003 arrivò una risposta che forse, in cuor loro, temevano di non ricevere mai. E’ del carceriere di Lollò che pentito, chiede perdono, rivelando il luogo che custodiva il corpo esanime del fotografo. Quel luogo è Pietra Cappa, monolite cangiante che sovrasta l’Aspromonte, soggetto prediletto dello stesso fotografo che amava immortalare questo immenso gigante buono, attraverso diverse prospettive.
Pubblicato 10 dic
https://youtu.be/NG7WzGBZn1Y