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Pubblicato 23 set

Cosimo Cristina Gli atti processuali parlano di suicidio. La storia di Cosimo Cristina invece è quella di un giornalista attento, scrupoloso e coraggioso, ucciso dalla mafia in una Sicilia immobile e silenziosa. Cronista e corrispondente di numerosi quotidiani come L’Ora, ma anche testate nazionali come Il Giorno di Milano, l’agenzia Ansa, Il Messaggero di Roma e Il Gazzettino di Venezia, dopo i primi anni da corrispondente nel 1959 Cosimo Cristina, insieme a Giovanni Cappuzzo, fonda un settimanale di approfondimento “Prospettive Siciliane” . Da subito la testata comincia a pubblicare denunce, inchieste, scavando dietro la realtà, indagando su omicidi e fatti di mafia facendo nomi e cognomi “importanti” già all'epoca senza lasciarsi intimidire dalle minacce. Erano anni quelli in cui Cosa nostra stava cambiando volto. Cosimo Cristina aveva colto i segnali di questo cambiamento e aveva intenzione di raccontarli prima che fosse troppo tardi. Il 3 maggio 1960, a soli 24 anni, scompare. A distanza di due giorni, il 5 maggio 1960, il suo corpo viene trovato dilaniato con il cranio sfondato sui binari ferroviari di Terme Imerese, a pochi kilometri dal capoluogo siciliano. Nelle sue tacche vengono ritrovate due lettere di addio, una alla fidanzata Enza e l’altra a Cappuzzo. Così iniziano le indagini: depistaggi e rallentamenti caratterizzano le operazioni di polizia, non viene eseguita nessuna perizia calligrafica sui biglietti. Non se ne viene a capo, il delitto rimane impunito e gli atti processuali parlano di suicidio e il caso è archiviato. Immediatamente si comincia a parlare di “suicidio mafioso”, i parenti non si rassegnano, i colleghi dell’Ora di Palermo insorgono in particolare l’amico giornalista del Giornale di Sicilia, Mario Francese. Sei anni dopo il caso viene riaperto dal funzionario di polizia Angelo Mangano, convinto che ad uccidere il giornalista siano state le cosche mafiose termitane, e che il movente sia da cercare in un articolo che scava dietro all’uccisione del pregiudicato Agostino Tripi, denunciato per un attentato dinamitardo a una gioielleria e poi eliminato dalla mafia perché parlava troppo. Purtroppo l'apertura delle nuove indagini e la riesumazione del cadavere per l'autopsia non porta a risultati sperati. Ancora oggi, nonostante il caso sia stato chiuso permangono molti dubbi e interrogativi.

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Pubblicato 21 set

https://youtu.be/lxzxCQ67qs4

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Pubblicato 21 set

Giuseppe Di Matteo Era l'11 gennaio 1996, quando Vincenzo Chiodo, Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo eseguirono l'ordine di morte nei confronti del piccolo Giuseppe Di Matteo, prigioniero dei corleonesi da 779 giorni. Tutto si svolse in fretta. Chiodo disse al bambino di mettersi nell'angolo della camera dove si trovava, vicino al letto con le braccia alzate; mentre Enzo Brusca e Monticciolo tenevano il bambino fermo, Chiodo si avvicinò al bambino e gli avvolse la corda intorno al collo, ma prima ancora di stringerla, Monticciolo si rivolse al bambino e disse: “Tuo papà ha fatto il cornuto”. Una volta morto, presero il corpo e lo sciolsero nei fusti dell'acido. E' così che finirono i giorni della prigionia del giovane dodicenne.

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Pubblicato 19 set

https://youtu.be/O2j6WWm9dW8

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Pubblicato 19 set

Giovanni Spampinato Il 27 ottobre 1972 veniva ucciso Giovanni Spampinato. Aveva 25 anni ed era il corrispondente da Ragusa per l’Ora di Palermo e de l’Unità. Aveva documentato le attività tra l’estrema destra e le criminalità organizzate locali nella zona orientale dell’isola tra Ragusa, Siracusa e Catania. La notte del 27 ottobre venne raggiunto da sei colpi di pistola sparati da Roberto Cambria, figlio del Presidente del Tribunale di Ragusa. La pista di Spampinato portava proprio dentro il Palazzo di Giustizia e, pochi giorni prima della suo omicidio, documentava la presenza a Ragusa di Stefano Delle Chiaie ricercato per le bombe del 12 dicembre 1969 all’Altare della Patria a Roma. Delle Chiaie non era solo, ma accompagnato da altri noti esponenti estremisti legati a Junio Varerio Borghese, colui che condusse un golpe, fallito, nel 1970. Quando morì si disse di lui che era un “povero ragazzo”e che il suo assassino aveva semplicemente reagito alla sua provocazione, visto che da bravo cronista aveva pubblicato il nome di Cambria. Roberto Cambria fu condannato a 12 anni di reclusione ma ne scontò solo otto in un manicomio criminale. Spampinato era un giornalista vero, imparziale e libero. Il suo scopo era quello di raccontare ed informare senza omettere nulla. Tra i tanti, troppi giornalisti uccisi perchè esercitavano la loro professione onestamente, Spampinato è sicuramente il più dimenticato. Scomodo ricordarlo per molti, forse perchè questo giovane e brillante cronista è stato tra i primi a collegare i neofascisti e gli estremisti in genere alla criminalità organizzata siciliana, soprattutto nelle province di Ragusa, Catania e Siracusa. Quello che Giovanni Spampinato documentava e scriveva, non erano provocazioni nè notizie fasulle; notizie comprovate nel corso degli anni… Le sue inchieste davano fastidio a molti perchè andavano ad intaccare non solo gli affari illeciti della criminalità locale, ma soprattutto quel rapporto borderline tra le istituzioni compiacenti e la criminalità. Il rumore delle sue parole, la sua onestà e il desiderio di fare il vero cronista, lo hanno reso un “eroe” normale, dimenticato.

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Pubblicato 17 set

https://youtu.be/ClabAlGkRXQ

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Pubblicato 17 set

Giuseppe Letizia (Corleone, 4 novembre 1935– Corleone, 11 marzo 1948) è stato un giovane pastore, vittima della mafia. All'età di 12 anni assistette all'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso il 10 marzo 1948 da Luciano Liggio, luogotenente di Michele Navarra, capomafia di Corleone. Giuseppe Letizia era nelle campagne corleonesi ad accudire il proprio gregge. Il giorno seguente fu trovato delirante dal padre che lo condusse nell'ospedale Dei Bianchi, diretto proprio dallo stesso Navarra. Lì, il ragazzo, in preda ad una febbre alta, raccontò di un contadino che era stato assassinato nella notte. Curato con un'iniezione, morì ufficialmente per tossicosi, sebbene si ritenga che al ragazzo sia stato somministrato del veleno

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Pubblicato 16 set

https://youtu.be/tPjZ7lTa4no

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Pubblicato 16 set

Giuseppe Insalaco Giovanni Falcone, in un indimenticabile convegno a fine anni ’80, lancia parole forti: “Gli omicidi Insalaco e Parisi costituiscono l’eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi fra la criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta piena luce su moventi e mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti”. Ad ascoltarlo una importante platea, anche di politici. Il giudice del Maxiprocesso, quello che di lì a qualche anno sarà fatto saltare in aria con il tritolo sull’autostrada allo svincolo per Capaci, ancora una volta mette il dito nella marmellata. Scoperchiando quello che era diventato noto a tutti: indissolubili e fortissimi legami tra Cosa Nostra e pezzi di politica siciliana e nazionale. Sì sapeva già dagli anni ’50, ma qualcuno non ha voluto vedere. Le frasi di Falcone hanno ancora più significato davanti, appunto, alla eliminazione di Giuseppe Insalaco, l’unico sindaco, nella storia di Palermo, a essere stato ucciso dalla criminalità organizzata mafiosa. Esattamente 30 anni fa. Era il 12 gennaio 1988. In via Alfredo Cesareo, due ragazzi su una Vespa si avvicinano a una Fiat 132 imbottigliata nel traffico e aprono il fuoco contro il guidatore. Cinque colpi di 357 magnum, quattro vanno a segno, tappando per sempre la sua bocca. I killer si chiamano Nino Galliano e Domenico Guglielmini. Entrambi, assieme a Domenico Ganci – fratello di Stefano, uno dei fedelissimi di Salvatore Riina, è morto un paio di giorni fa per infarto nel carcere di Parma – sono condannati quali membri del commando che mette fine alla vita dell’ex primo cittadino del capoluogo siciliano. Da opinione-pubblica.com

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Pubblicato 15 set

https://youtu.be/i_5eU7E2QVI

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Pubblicato 15 set

Emanuele Notarbartolo Il 1 febbraio del 1893 viene assassinato Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, esponente di una delle più importanti famiglie aristocratiche siciliane, già sindaco di Palermo e direttore generale del Banco di Sicilia fino al 1890. Notarbartolo, che era stato vittima di un sequestro conclusosi con il pagamento del riscatto nel 1882, viene assassinato in treno, sulla tratta che collega Termini Imerese al capoluogo siciliano, da due individui. A gran voce prende piede, subito, che si tratti di un delitto di mafia, anzi, afferma il procuratore generale Sighele, di “alta mafia”. Ma mai prima i mafiosi avevano osato uccidere un appartenete alle alte sfere dirigenziali del Paese. Eppure in breve tempo gli indizi raccolti portano ad individuare come esecutori materiale dell’omicidio, due mafiosi della cosca di Villabate, in provincia di Palermo: Matteo Filippello e Giuseppe Fontana. Il mandante di quel delitto, però, sarebbe stato da ricercare lontano negli ambienti della malavita e del crimine organizzato: si vociferava che ad ordinare l’assasinio sarebbe stato Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento nazionale e già collega all’interno del Banco di Sicilia della vittima. “Nei pubblici ritrovi, nelle vie, ovunque si diceva: la mano dev’essere stata di Palizzolo“. Così si sarebbe trattato del primo omicidio politico-mafioso del Regno d’Italia.

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Pubblicato 14 set

https://youtu.be/CghzStyDziI

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