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IstruzioneSono editor, ghostwriter e writer coach. Nel canale scrivo e parlo di scrittura creativa, scrittura terapeutica e di comunicazione. Scopri il mio corso high level alessandraperotti.com/corso-editor-e-ghost-writer Contattami @AlessandraPerotti
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Tag: #grammarbreak · 35 post
Pubblicato 28 apr
Meteorologia o metereologia? 🌤🌈☀️🌨❄️☔️ Il tempo atmosferico è uno dei nostri argomenti preferiti. Ma se nei discorsi orali gli errori di forma passano inavvertiti, negli scritti sono lì a fare bella mostra di sé a imperitura memoria. Vale la pena allora correggere sia gli uni che soprattutto gli altri. Il termine meteorologia, e tutti gli altri con la stessa radice, hanno una storia etimologica curiosa, ce la racconta l’Accademia della Crusca: l’origine va cercata nella forma greca neutra, plurale tà metéora che significa “le cose che stanno in alto”; il latino medievale poi ha interpretato quel neutro, plurale come femminile, singolare, data la terminazione in “a” e ha preso ad usare la forma “meteoro” (intesa come maschile, singolare) per formare le parole con la stessa radice. Ecco perché allora la forma corretta da usare è meteorologia, meteorologo, meteoropatico e via dicendo. Il bisticcio con “metereo-“ si viene a creare per una ragione di mera difficoltà di pronuncia, molto simile a ciò che accade anche per i termini composti da “aero-“, come aeroplano e aeroporto (che ho preso in esame in un precedente grammar break). La sequenza “eoro” è più complicata da pronunciare rispetto a “ereo”, da qui l’uso errato per esempio della forma “metereologico”. Ma se, nonostante tutto, il dubbio su come si scriva il termine meteorologia vi rimane, niente paura, si può ricorrere a un escamotage: il termine abbreviato “meteo” è entrato ormai nell’uso e accettato senza problemi (per es.: Non mi muovo mai da casa senza consultare il meteo), il che salva capra e cavoli. Per tutti gli altri derivati, però, bisogna proprio conoscere la forma corretta. ⛄️☀️⚡️ #grammarbreak#scrittura 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 22 apr
Incidere su o in?🤓 Che preposizione dobbiamo usare dopo il verbo “Incidere”? Per intenderci, è più giusto dire: il tuo comportamento incide sulla considerazione che ho di te? O è più giusta la versione: Il tuo giudizio incide nella considerazione che ho di te? Il latino, come spesso accade, ci viene in aiuto. Il verbo incidere, nel senso di “influire” ma anche di “gravare”, deriva da “in + cadere” che letteralmente significa: “cadere su”. Adesso che sappiamo il significato già intuiamo la risposta: la preposizione giusta da usare è “su”. Attenzione, però, al doppio significato italiano di questo verbo. Incidere significa anche “tagliare, intagliare” (per esempio: la corteccia di un albero). In questo caso è transitivo, regge il complemento oggetto (incidere qualcosa) e non esistono dubbi grammaticali riguardo al suo uso corretto. Ma l’etimologia cambia: il verbo latino di provenienza, infatti, non è più “in + cadere”, ma “in + caedere” (caedere=tagliare). Una sfumatura etimologica che incide sul significato. #grammarbreak#scrivere 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 31 mar
Il grammar break di oggi si incentra “su di una questione sottile” o sarebbe meglio dire “su una questione sottile”? In altre parole dopo la preposizione semplice “su”, quando è seguita direttamente dagli articoli indeterminativi “un, uno, una”, si può inserire la preposizione semplice “di”? Sì, si può: non è sbagliato. Va detto che il “di” interposto in questo caso è pleonastico, ossia non necessario, ma rendendo più agevole la pronuncia dell’espressione, che diversamente vedrebbe lo scontro diretto di due “u” (su + una), non costituisce errore. Esiste anche un altro caso in cui l’espressione “su di” è diventata ormai d’uso comune, ovvero quando è seguita dai pronomi personali, per cui accanto alle forme “su me, su te… su loro” troviamo molto spesso le corrispettive “su di me, su di te… su di loro”. #grammarbreak#scrittura 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 24 mar
Cattedrattico o cattedratico?👨🎓👩🏻🏫 La lingua italiana è ricca ti termini e di vocaboli affascinanti e l’uso della parola giusta al momento giusto è quello che ogni scrittore va cercando ogni giorno, spesso arrovellandosi. Quando però si trova il vocabolo che davvero fa al caso nostro, attenzione a non scivolare sull’insidia della grafia errata: lo sforzo verrebbe vanificato all’istante. La parola di oggi è cattedratico e questo è il modo corretto di scriverla. Può essere usata come aggettivo o sostantivo. Deriva dal latino tardo cathedraticus e significa “della cattedra, relativo alla cattedra” e, attribuito a parole come “insegnamento” o “atteggiamento” assume una sfumatura di significato negativo perché intende indicare il modo di porsi di chi assume un’aria di superiorità e fa cadere dall’alto il proprio sapere. Se usato invece come sostantivo, soprattutto al plurale - i cattedratici - sta semplicemente ad indicare i professori universitari. Mi capita spesso però di trovarla scritta con quattro “t” (cattedrattico), forse per assonanza di significato con il termine “didattico”, ma è sbagliato. Buona scrittura. #grammarbreak#scriverebene 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 10 mar
A fianco o affianco? Come si scrive? Non ci sono problemi se fai questa distinzione: - quando vuoi parlare della persona che hai vicino scriverai: la persona che ho a fianco (due parole: a preposizione semplice + fianco sostantivo); - quando invece stai conducendo una narrazione in prima persona singolare e vuoi indicare l’azione di stare vicino a qualcuno dirai: io affianco sempre chi si trova in difficoltà (tutto attaccato perché voce del verbo affiancare, modo indicativo, tempo presente). La nostra rubrica #grammarbreak non si ferma.
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Pubblicato 3 mar
Si scrive avallare o avvallare? Dipende da quello che si vuole dire. Eh già, perché esistono entrambi i verbi, ma con due significati diversi. Avallare deriva dal francese avaler (mettere in basso) riferito alla firma nei documenti e quindi sta a significare garantire per sottoscrizione e, in senso lato, confermare. Es.: La mia tesi è avallata da una serie di prove. Ne consegue che il sostantivo derivato dal verbo sarà avallo. Es.: La mia tesi ha ricevuto l’avallo del professore. Una curiosità: sull’etimologia del verbo c’è una doppia tesi. I Francesi ritengono che esso debba essere fatto risalire non tanto ad “avaler”, quanto ad “a valoir” cioè “far valere” sempre con riferimento alla firma posta in calce (si veda il Dizionario etimologico online al termine “avallo”). In ogni caso forma e significato italiani non cambiano. Avvallare invece deriva da valle e significa mandare giù, abbassare e, in senso figurato, umiliare, avvilire. Es.: Occorre avvallare il terreno prima di edificare. Attenzione perché da “avvallare” non deriva nessun sostantivo. Non esiste quindi il termine “avvallo”, tutt’al più si potrà usare “avvallato”, come participio passato del verbo o aggettivo, ma con il significato di “abbassato” e non di “confermato”. #grammarbreak#scrivere#scrittura 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 11 feb
Un "bel" dilemma🧐 Come ci si comporta con l’aggettivo bello? Lo si elide, e quindi si mette l’apostrofo, oppure lo si tronca, e quindi niente apostrofo? Facciamo ordine: ✍🏻si apostrofa davanti a nomi che cominciano per vocale (per es.: bell’elemento, bell’animale, bell’occhio, bell’individuo). ✍🏻Si tronca davanti a consonante (per es. bel quadro, bel consiglio). Ma se la parola che segue inizia per s impura, z, gn, x, ps e pn allora bisognerà usare l’aggettivo “bello” senza elisione né troncamento: Es.: bello scienziato, bello zoo, bello gnomo, bello xilofono, bello psicologo, bello pneumatico. Ci si comporta cioè con l’aggettivo bello come con l’articolo determinativo maschile lo. Ugualmente per il plurale avremo due forme dell’aggettivo: begli e bei. Prendendo gli stessi esempi di cui sopra allora al plurale scriveremo: - begli elementi, begli animali, begli occhi (tutti senza apostrofo, mi raccomando!), begli individui o anche begl’individui (per agevolare la pronuncia con le parole che cominciano con “i”) - bei quadri, bei consigli; - begli scienziati, begli zoo, begli gnomi, begli xilofoni, begli psicologi, begli pneumatici. Non c'è che dire: con le regole della lingua italiana non ci si annoia mai. #grammarbreak#scrittura#scriverebene 👩💼@AlessandraPerotti
Pubblicato 4 feb
È possibile usare due volte i due punti in uno stesso periodo? Premetto che è una soluzione che mi piace tanto ma ciò che conta è stabilire se sia corretto oppure no. Questo il quesito a cui voglio rispondere oggi e che più di una persona mi ha chiesto di trattare. La Treccani online si pronuncia in questi termini: “Usare i due punti più di una volta nello stesso periodo sintattico è un errore da evitarsi in tutti i tipi di scrittura non creativa.” Si precisa: “scrittura non creativa” e non scrittura e basta perché in letteratura gli esempi, anche insigni, nei quali i due punti sono usati più di una volta nella stessa frase sono parecchi. Carlo Emilio Gadda vi ricorre spesso: “All’anulare destro, sulla mano bianca dalle lunghe dita di signore, che gli servivano da scotere la sigaretta, er signorino ci aveva un anello: d’oro vecchio, assai giallo: magnifico: un diaspro sanguigno nel castone; un diaspro ovale con una cifra a matrice.” (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana). L’Accademia della Crusca si è occupata della questione e conclude che “[…] non c'è nulla che vieti di fare ricorso a questo tipo di soluzione, la quale anzi spesso chiarifica, rendendolo esplicito per via interpuntiva, il rapporto di connessione tra gli enunciati […]” In fondo è questa una delle funzioni principali dei due punti: specificare un concetto. E se inserire due volte i due punti ci dispensa dall’usare troppe parole e di sintetizzare la frase, ben venga l’uso reiterato dei due punti nello stesso periodo. Poi, sapendo che non è sbagliato ma è più una questione di gusto, regolatevi di conseguenza. #grammarbreak#scrittura 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 28 gen
Uso corretto di “piuttosto che": un fenomeno sociolinguistico🤓 Oggi affronto un argomento spinoso, che fa saltare sulla sedia linguisti e accademici della Crusca, provoca dubbi in parecchie persone e si vede dedicata persino una voce di Wikipedia, che lo definisce un “fenomeno sociolinguistico” nato negli ambienti agiati del Settentrione d’Italia tra gli anni ’80 e ’90 del 1900 e poi estesosi a tutto il resto della Penisola. Sto parlando dell’uso corretto di “piuttosto che”. In grammatica “piuttosto che” è una locuzione congiuntiva avversativa o comparativa, questo significa che sottintende una contrapposizione o un paragone fra due o più elementi e una preferenza dell’uno/degli uni sull’altro/altri. Non ha dunque un significato disgiuntivo e non deve essere usato in questo senso. Chi lo fa, sbaglia. Il problema è che, purtroppo, da qualche tempo in qua, lo fanno in molti sia nel parlato sia nello scritto e anche autorevoli firme giornalistiche sono cadute e continuano a cadere nel tranello. Se si usa l’espressione con il significato sbagliato di “o, oppure” (disgiuntivo) e non nel senso corretto di “invece di, anziché” (comparativo/avversativo) si possono generare equivoci nel modo in cui intendere le frasi. Facciamo un esempio: - Preferisci andare a piedi piuttosto che in auto? – chiese lui. - Sì - rispose lei. In questo scambio di battute lei può rispondere “Sì”, e noi capiamo che preferisce andare a piedi, perché il “piuttosto che” è usato nel modo corretto. La domanda di lui potrebbe essere resa, con parole diverse, in questo modo: - Ma davvero preferisci andare a piedi invece che in auto? Se invece il “piuttosto che” avesse il significato (sbagliato) di “o, oppure”, lei non potrebbe rispondere solo “Sì”, ma sarebbe costretta a esprimere una preferenza. Allora state attenti e piuttosto che sbagliare, cambiate la frase. #grammarbreak#scrivere#scrittura 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 21 gen
DOMANDA: 🤓❓ Si può usare il verbo “venire” al posto di “essere” per dare vita alla forma passiva dei verbi? Sì, si può fare, non è sbagliato, ma sarebbe meglio limitarne l’uso ai casi in cui il verbo “essere” potrebbe generare fraintendimenti riguardo al significato della frase. Per esempio: La finestra è aperta. Detta così questa frase potrebbe significare due cose: 1) La finestra si trova in condizione di apertura, quindi “aperta” è un aggettivo qualificativo. Allora “è aperta” sarà un predicato nominale (è = copula + aperta = nome del predicato). oppure 2) La finestra subisce l’azione di essere aperta da qualcuno o da qualcosa che però non sono citati (manca il complemento d’agente o di causa efficiente). Allora “è aperta” sarà predicato verbale di aprire, modo indicativo, tempo presente, forma passiva. Dunque se vogliamo attribuire il secondo significato alla frase (forma passiva) allora, per chiarezza, dobbiamo ricorrere al verbo “venire” e scrivere: La finestra viene aperta. ATTENZIONE⛔️ Non si può assolutamente usare “venire “per rendere passivi i verbi in presenza di tempi composti: Quindi scriveremo: La finestra è stata aperta e non La finestra viene stata aperta. Bisogna dire tuttavia che nella forma sia parlata sia scritta l’uso di “venire” al posto di “essere” per rendere passivi i verbi è esteso spesso anche a quei casi in cui non sussisterebbero equivoci di significato. Ebbene non può essere segnalato come errore, ma al massimo come soluzione non strettamente necessaria. E IL VERBO ANDARE? Un discorso analogo vale per il verbo “andare”. Anch’esso può essere usato alla stessa stregua di “venire” per rendere passivi i verbi, ma solo (e qui l’esclusività è tassativa) quando si vuole imprimere un significato di necessità o di dovere all’azione. Per esempio: Questa azione non va commessa nel senso di “non deve essere commessa”. #grammarbreak#scrittura#scrivere 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 14 gen
Similitudine e metafora: che differenza c’è? Entrambe figure retoriche tra le più usate sia nella forma scritta sia in quella orale, vengono spesso confuse perché, in effetti, hanno parecchio in comune. Ma è quello che manca alla metafora rispetto alla similitudine che fa la differenza. ✍🏻La similitudine è un paragone tra due termini o concetti che hanno qualcosa in comune ed è sempre introdotta da avverbi o locuzioni avverbiali del tipo: come, tale, così come, a somiglianza di Per es.: Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie (G. Ungaretti – Soldati) ✍🏻La metafora, dal greco metaphorà (meta = oltre + phero = portare), comporta un trasferimento diretto di significato da un termine all’altro senza l’introduzione di avverbi o espressioni analoghe che lo rendano evidente. Per es.: Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade (G. Ungaretti – Natale) Il gomitolo di strade, come una matassa intricata di fili, sta a indicare la confusione dei vicoli del centro gremiti di persone. L’uso della metafora richiede maggiore sforzo da parte del lettore che deve cogliere l’immagine evocata dall’autore, sintonizzandosi con il suo pensiero; ma, se usata bene, è molto potente. L’importante è crearne di originali. Sapete che cosa vi dico? Si può evitare la retorica anche usando le figure retoriche. #grammarbreak#scriverebene 👩💼@AlessandraPerotti
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Pubblicato 7 gen
COME SI SCRIVONO I PUNTI CARDINALI? I punti cardinali si scrivono con la lettera maiuscola? Dipende. ✅Quando indicano semplicemente una direzione vanno scritti con la lettera minuscola (per es.: seguire la strada verso nord per un chilometro), se però ✅definiscono un’area geografica specifica allora si scriveranno con l’iniziale maiuscola (per es.: Corea del Nord, Politiche per il Mezzogiorno, Mari del Sud). Fin qui tutto chiaro, ma la faccenda si complica, arrivando a sfiorare la discrezionalità, quando occorre usare espressioni composte da due punti cardinali (nord-est, sud-ovest ecc.). ✅Stando alla regola di cui sopra, anche qui quando l’espressione indica direzione si useranno le iniziali minuscole, mentre quando indica un’area geografica specifica si opterà per la maiuscola. 🤔DUBBI Già, ma si userà la maiuscola per entrambi i punti cardinali (Nord Est) o soltanto per il primo (Nord est)? E i due nomi andranno scritti uno di seguito all’altro (Nord Est) o con un trattino di congiunzione (Nord-Est)? Consolatevi, perché troverete molteplici versioni e nessuna regola ferrea a favore dell’una o dell’altra. Ah, dimenticavo, alle possibilità grafiche su indicate si aggiungono anche Nordest (tutto attaccato) e Nord-est (con trattino e solo la prima delle due iniziali maiuscola). Il consiglio, in questo caso, è di scegliere la forma a voi più congeniale e mantenervi fede per tutto il corso del testo in cui deciderete di usarla. #grammarbreak#scriverebene 👩💼@AlessandraPerotti
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