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PoliticaLa fionda è una rivista e un blog aperto. È lo strumento di chi si ribella all’oppressione. https://www.lafionda.org - t.me/lafionda
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Pubblicato 26 ago
La retorica della minaccia russa come alibi per il riarmo europeo Enrico Grazzini L’Unione Europea guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen sta diffondendo una grande menzogna, ovvero che Vladimir Putin, il tiranno russo, dopo avere invaso l’Ucraina intenda invadere anche tutta l’Europa e distruggere la democrazia e la civiltà europea. Questa grande menzogna serve a riarmare l’Europa (e in particolare la Germania) e a ridare un… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/26/la-retorica-della-minaccia-russa-come-alibi-per-il-riarmo-europeo/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 26 ago
Modelli di integrazione Michele Agagliate In Italia c’è una comunità cinese forte, radicata, ben presente. Eppure, niente proteste. Nessuna crociata. Nessun allarme mediatico, nessuna campagna elettorale costruita contro i cinesi. Nessun grido alla sostituzione etnica, nessuna paranoia identitaria. E non è solo una questione di pelle o di tratti somatici: è questione di impatto, di presenza, di ordine sociale.… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/26/modelli-di-integrazione/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 25 ago
Crediti fiscali trasferibili nell’edilizia e conti pubblici Stefano Sylos Labini Il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo ha affermato recentemente che “il rischio vero che si vuole scongiurare è quello di non creare un nuovo effetto slavina sui conti pubblici come quello generato dal Superbonus”. Si tratta di un’affermazione inaccettabile per due motivi. 1. Nel periodo che va dalla pandemia del 2020 al 2023 il… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/25/crediti-fiscali-trasferibili-nelledilizia-e-conti-pubblici/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 24 ago
"Il presente rapporto mostra perché il genocidio perpetrato da Israele continua: perché è redditizio per molti. Facendo luce sull'economia politica di un'occupazione trasformatasi in genocidio, il rapporto rivela come l'occupazione sia diventata il banco di prova ideale per i produttori di armi e le grandi aziende tecnologiche, offrendo domanda e offerta illimitate, scarsa supervisione e zero responsabilità, mentre investitori e istituzioni pubbliche e private ne traggono liberamente profitto. Troppe influenti entità aziendali rimangono indissolubilmente legate finanziariamente all'apartheid e al militarismo israeliani. Dopo l'ottobre 2023, con il raddoppio del bilancio della difesa israeliano e in un periodo di calo della domanda, della produzione e della fiducia dei consumatori, una rete internazionale di società ha sostenuto l'economia israeliana. Blackrock e Vanguard si classificano tra i maggiori investitori in aziende di armi fondamentali per l'arsenale genocida di Israele. Le principali banche globali hanno sottoscritto titoli del Tesoro israeliani, che hanno finanziato la devastazione, e i maggiori fondi sovrani e pensionistici hanno investito in titoli pubblici e risparmi privati nell'economia genocida, pur sostenendo di rispettare le linee guida etiche. Le aziende produttrici di armi hanno realizzato profitti quasi record dotando Israele di armi all'avanguardia che hanno devastato una popolazione civile praticamente indifesa. I macchinari dei giganti mondiali delle attrezzature edili sono stati determinanti nel radere al suolo Gaza, impedendo il ritorno e la ricostruzione della vita palestinese. I conglomerati minerari ed energetici estrattivi, pur fornendo fonti di energia civile, hanno alimentato le infrastrutture militari ed energetiche di Israele, entrambe utilizzate per creare condizioni di vita calcolate per distruggere il popolo palestinese. E mentre il genocidio infuria, l'inesorabile processo di annessione violenta in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, continua. (...)Gli affari continuano come al solito, ma nulla di questo sistema, di cui le imprese sono parte integrante, è neutrale. Il perdurante motore ideologico, politico ed economico del capitalismo razziale ha trasformato l'economia israeliana di sfollamento-sostituzione in un'economia di genocidio. Questa è una "impresa criminale congiunta" in cui le azioni di uno contribuiscono in ultima analisi a un'intera economia che guida, alimenta e permette questo genocidio". (FRANCESCA ALBANESE, "Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio"
Pubblicato 23 ago
https://x.com/SavinoBalzano/status/1959160764608008478?t=uIg09_LEoyRQAk2NnOKcGw&s=1 A volte la realtà supera ogni più cupa previsione. Proprio ieri, dalle colonne del Fatto Quotidiano, denunciavo il nostro sistema mediatico: servo, vile, supino, sdraiato. Facevo l’esempio di #Draghi: gli basta commentare il meteo o raccontare cosa ha mangiato a cena la sera prima, e subito si scatena il coro degli zelanti leccasuole. Non sono passate nemmeno 24 ore, letteralmente: #MarioDraghi interviene a #Rimini con un discorso pieno di buchi, e loro perdono il controllo. Escono pezzi su pezzi, a decine, scritti probabilmente dall’intelligenza artificiale, che lo celebrano come lo statista più statista di tutti, quello capace di dare una scossa all’Unione Europea. Eppure, basterebbe unire i puntini da 1 a 2 per mettere in crisi i ragionamenti di Draghi. Che, in effetti, di ragionato hanno ben poco. Critica duramente l’#UE per essere stata marginale nelle vicende tra #Russia e #Ucraina. E allora, sarebbe bastato domandargli: «mi perdoni, Presidente, ma lei ci sta raccontando di essere un osservatore passivo di quanto accade a #Bruxelles? È curioso, dal momento che, allo scadere del mandato precedente di #VonDerLeyen, in molti la vedevano come suo possibile successore. Non solo: la stessa Von der Leyen le ha affidato la redazione di importanti rapporti sul rilancio del progetto eurounitario e le ha garantito massima visibilità e risonanza mediatica. Insomma, osservandola, lei esprime proprio il profilo tipico del tizio che sta nella stanza dei bottoni». Oppure, a voler essere un po’ più caustici (per i nostri livelli), si poteva osservare: «Presidente, scusi tanto: lei lamenta la marginalità dell’Unione, ma noi abbiamo fatto proprio tutto quello che voleva lei. Abbiamo sanzionato, anche quando osservatori avvertiti notavano che le sanzioni si sarebbero ripercosse soprattutto su di noi. Abbiamo sostenuto militarmente #Kiev, anche quando si sottolineava che la vittoria sul terreno era impossibile e che si rischiava di scatenare un conflitto mondiale. Era lei a sostenere che stavamo vincendo e che il sistema sanzionatorio fosse assolutamente sostenibile. Poi siamo andati a gambe all’aria: insomma, un po’ di autocritica?». E invece no: si legge dell’affondo di Draghi, della sveglia di Draghi, del monito di Draghi. Non è mica la prima volta che succede. Pochissimi mesi fa, in audizione al Senato, lamentava che le politiche di austerità eurounitarie avevano fiaccato la domanda interna per garantire competitività nel mercato internazionale. Insomma, ha ammesso che l’Unione ci ha impoveriti affinché i nostri beni fossero più competitivi in un sistema economico orientato all’export, sul modello mercantilistico tedesco. E allora: «ma scusi, Presidente, chi ha sostenuto per anni quel tipo di strategia? Chi ha messo in ginocchio la #Grecia dai vertici della Banca Centrale Europea? Chi ha scritto il programma di governo, nel 2011, destinato all’esecutivo italiano? Vorrei ricordarle che proprio #Monti, a seguito di quella lettera costata la carriera politica a #Berlusconi, vantava in una famosissima intervista alla CNN di aver distrutto la domanda interna. Insomma, lei critica se stesso!». E invece no, tutti ad applaudire, senza alcuna dignità. Le cose sono due: o Draghi soffre di doppia personalità e non si rende conto di ciò che dice; oppure, puntualmente, sconfessa se stesso, senza assumersi uno straccio di responsabilità, grazie alla complicità di un sistema mediatico disonesto e appecoronato. Il problema, lo ripeto, riguarda la nostra democrazia: senza un’informazione minimamente decente, saremo in balìa della peggiore propaganda. Ed è proprio ciò che abbiamo sotto gli occhi, ogni santo giorno.
Pubblicato 22 ago
Uno dei principali paradossi è che l’europeismo ci aveva promesso la promozione della pace e autonomia dagli Usa, invece oggi la Commissione si può guadagnare la medaglietta dell’organo più catastroficamente prono a Washington. La guerra in Ucraina ha avuto almeno un merito: mostrare in mondovisione i limiti strutturali di questa integrazione europea. La politica economica, monetaria e commerciale dell’Ue degli ultimi trent’anni ha contribuito al tramonto del continente e alla perdita di centralità dei suoi Paesi principali: non solo l’Italia, ma ormai anche Germania e Francia i cui leader ormai vanno a Washington come alici colate e vengono trattati da inutili comparse dall’Imperatore. 30 anni di bugie e manipolazioni stanno venendo spazzate via ogni giorno che passa, e solo la mancanza di un vero dissenso organizzato tiene in vita questi morti che camminano che continuano a fare i nostri governanti. Se mai ci sarà un “rilancio europeo” potrà nascere solo su basi radicalmente diverse, e questa catastrofe deve essere la tragica premessa per nascita di qualcosa di nuovo. Ne abbiamo parlato in una ricchissima intervista con Matteo Bortolon e Gabriele Guzzi, entrambi autori di un articolo usciti sul Fatto Quotidiano. Ci vediamo alle 18.30 qui https://youtu.be/DvibrD9x804?si=fI0tQ0NbjuS2xsj0
Pubblicato 22 ago
https://x.com/SavinoBalzano/status/1958807437437194735?t=TfzdnTjRqH2eMZX6Z_l2Vg&s=19 Subiamo da tempo l’assalto della propaganda peggiore: giornali di regime, venduti e leccaculi per vocazione inquinano il dibattito pubblico con le loro fandonie. Chi si mette di traverso viene insultato, ostracizzato, relegato ai margini. Ciarlatani che si spacciano per fact-checker infestano come parassiti le ferite della nostra opinione pubblica, arrivando persino a invocare censura e sanzioni dure per chi si contrappone. A indebolirsi è la democrazia, segnata da una disaffezione crescente e da una sfiducia galoppante. Il nostro compito è resistere. La mia riflessione di oggi, affidata alle colonne del Fatto Quotidiano.
Pubblicato 22 ago
Per l'Europa, le conseguenze di un'eventuale pace non potranno che certificare invece un dato di fatto. La politica economica, monetaria e commerciale dell'Ue degli ultimi trent'anni ha contribuito al tramonto del continente e alla perdita di centralità dei suoi Paesi principali: non solo l'Italia, ma ormai anche Germania e Francia. Le proposte di rilancio Ue non sono credibili nell'attuale architettura a 27 Stati. La guerra in Ucraina ha avuto almeno un merito: mostrare in mondovisione il limiti strutturali di questa integrazione europea. Un rilancio europeo potrà nascere solo su basi radicalmente diverse, e forse questa umiliazione geopolitica sarà la premessa necessaria a qualcosa di nuovo. Gabriele Guzzi @lafionda
Pubblicato 21 ago
In ricordo di Joe Strummer Matteo Parini Ci sono uomini speciali: la storia del mondo ne annovera diversi. Tra questi, uno come John Graham Mellor — che oggi avrebbe compiuto settantatré anni — è stato, se possibile, ancora di più: necessario. Perché capace di cambiare il corso degli eventi stando, semplicemente, dalla parte giusta della storia. Quella dell’uguaglianza dei popoli, della… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/21/in-ricordo-di-joe-strummer/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 21 ago
https://x.com/SavinoBalzano/status/1958463013784064455?t=0dYbN3dG06lEgnXSRhYs1w&s=1 È tornato virale un video. Settembre 2022, Assemblea generale dell’#Onu: parla il migliore dei migliori, il candidato automatico al #Quirinale, Mario #Draghi. Dice: «#Kiev sembra aver acquisito un vantaggio strategico importante. Le sanzioni che abbiamo impartito a #Mosca hanno avuto un effetto dirompente sulla macchina bellica russa, sulla sua economia. (…) Con un’economia più debole, sarà più difficile per la #Russia reagire alle sconfitte che si accumulano sul campo di battaglia. L’unità dell’Unione Europea e dei suoi alleati è stata determinante per offrire all’#Ucraina il sostegno di cui aveva bisogno, per imporre costi durissimi alla Russia». Andate a rivederlo, è psichedelico. In effetti, a voler citare tutte le panzane di #MarioDraghi servirebbe molto più spazio. Sarebbe materia da libro, chissà. Aprile 2022, conferenza stampa dinanzi ad agguerritissimi giornalisti, pronti a intimorirlo battendo le mani o lucidandogli la suola delle scarpe con la lingua: «Preferiamo la pace o star tranquilli col condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre». Pensa a tutti quelli che, quell’estate, decisero di sudare e boccheggiare sull’altare di Kiev. A luglio 2021 disse: «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi e lui o lei muore. Questo è». Nella stessa conferenza stampa aggiunse: «Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all’aperto o al chiuso, con la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». Castronerie. Ma Draghi, per quanto mi riguarda, è solo un pretesto: non è su di lui che voglio concentrare l’attenzione. È su di noi, sul nostro dibattito pubblico, sulla nostra informazione. In definitiva, sullo stato di salute della nostra democrazia. Perché non può esservi democrazia senza un dibattito sano, senza un’informazione seria e rigorosa, se il confronto è soffocato dall’assordante rumore della propaganda peggiore. Sul punto, è centrale la riflessione proposta da Alessandro Orsini nel suo Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite (Paper First, 2025). A me interessa ricordare come abbiamo reagito noi a quelle performance. In un Paese serio, uno come Draghi verrebbe accantonato, messo da parte con un certo imbarazzo. Non ci sarebbe nemmeno da infierire: semplicemente ha toppato più volte, e lo ha fatto su questioni enormi. Invece, ancora oggi, il suo è un nome automatico ogni volta che si parla delle massime cariche italiane e internazionali: lo si immaginava alla successione di #Mattarella, di #Stoltenberg, di #VonDerLeyen al termine del mandato. Peraltro, gli basterebbe commentare il meteo o raccontare le vacanze per finire in prima pagina, con i soliti giornali in giubilo. Come si fa a insistere impunemente nel propinare al pubblico il racconto del migliore di tutti? Siamo messi così male? Draghi è solo un esempio: lo stesso discorso vale per la guerra. Come si potrà mai pretendere che l’opinione pubblica partecipi, animi la dialettica politica, legga i giornali, dopo che ciarlatani spacciatisi per fact-checker ci raccontavano che i russi combattevano con le pale, con i microchip delle lavatrici, che fuggivano dinanzi alle armate di #Zelensky, che #Putin fosse affetto da tutte le malattie note e ignote, se non addirittura già morto? Gli stessi che volevano, magari per legge, imbavagliare chiunque provasse a usare il cervello e a dire cose sensate. Una riflessione sulla nostra informazione, sulla sua indipendenza e sulla sua libertà, è davvero essenziale. Dobbiamo pretendere di più da chi si propone di raccontarci la realtà. Dobbiamo saper scegliere tra chi continuerà impunemente a ingozzarci di propaganda come fossimo oche da foie gras e chi prova, con onestà, a dirci le cose come stanno.
Pubblicato 21 ago
Amici miei Di Marco Travaglio Se fossi ucraino, sarei terrorizzato dagli amici dell’Ucraina. Tipo gli amorevoli europei che in 1275 giorni di invasione non le hanno mai dato un solo soldato, però giurano solennemente che gliene daranno centinaia di migliaia, forse milioni, se e quando eventualmente venisse di nuovo invasa. Tanto, ove mai accadesse, l’ingrato compito di morire per Kiev non toccherebbe a loro, che non sanno se arrivano a Natale, ma a chi verrà dopo. Il quale naturalmente direbbe: “Mai promesso nulla. Mai conosciuto Macron, Starmer, Merz, Tusk e quell’altra, come si chiama? Ah, sì, Kallas”. Quindi, quando ci promettono “garanzie di sicurezza”, penso: ma se non ce le avete date in 42 mesi di invasione, perché mai dovremmo credere che ce le darete in caso di eventuali invasioni future? Poi andrei a leggermi il famoso articolo 5 del Trattato Atlantico, quello che i famosi amici – da un’idea della Meloni – vorrebbero estendere a Kiev lasciandola fuori dalla Nato. E scoprirei che, in caso di aggressione a un membro della Nato, ciascuno degli altri lo “assisterà” con “l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata”. Già oggi nessuno è obbligato a entrare in guerra col membro aggredito: figurarsi domani con un non membro. E poi, in teoria, tutti i Paesi del mondo rischiano di essere attaccati: perché l’art. 5 della Nato senza la Nato dovrebbe spettare solo a noi? Mi domanderei perché mai la Russia, se le riconoscessimo le regioni occupate, dovrebbe ritirarsi oggi per tornare a invaderci domani. E mi verrebbe in mente che, se i filorussi passassero sotto Mosca e non votassero più in Ucraina, il nostro elettorato diverrebbe in maggioranza nazionalista e antirusso. E potremmo ritrovarci al governo i fascio-nazisti dell’Azov o di Pravyj Sektor. Cioè potremmo essere noi ad attaccare la Russia, con qualche bravata dannunziana tipo l’attentato ai gasdotti North Stream o l’invasione a Kursk. A quel punto l’aggressore saremmo noi e le garanzie di sicurezza spetterebbero ai russi. Così mi ripasserei la storia recente. E scoprirei che i nostri “amici” per vent’anni ci hanno indotti a renderci inaffidabili ai russi e a metterci nel loro mirino violando tutti i patti: l’impegno del 1991 alla neutralità con l’annuncio di adesione alla Nato (ora passata in cavalleria), due golpe contro il presidente neutralista Janukovich e – dopo il secondo – l’attacco militare al Donbass ribelle; gli accordi di Minsk 2014-’15 per l’autonomia e il cessate il fuoco in Donbass con 8 anni di guerra civile; e, nel marzo 2022, il ritiro dal negoziato di Istanbul a pochi passi dall’accordo con la Russia. Con questi amici, quasi quasi rivaluterei i nemici. Che sono feroci, spietati e pure stronzi, ma almeno sono gente seria. E i loro amici li garantiscono fin troppo. 🔴 Per ricevere tutti gli aggiornamenti segui Giorgio Bianchi Photojournalist
Pubblicato 20 ago
NOMI SULLE LAVAGNE "Ho parlato molte volte con il colonnello Wilkerson che era il capo di gabinetto di Colin Powell, e lui racconta di come si trovassero alla Casa Bianca a preparare queste grandi lavagne bianche con tutti i nomi dei politici europei, e dicevano: chi farà quello che gli viene detto? Chi non lo farà? E quale di questi dobbiamo far salire di livello? Chi dobbiamo mettere da parte per costruire i governi europei che vogliamo? E, cosa interessante, lui ha fatto notare che quello che si sarebbe piegato a tutto ciò che gli viene detto di fare era un politico norvegese, Jon Stoltenberg. Era il primo ministro e alla fine è diventato il segretario generale della NATO". Glenn Diesen, politologo norvegese autore di Russophobia (2022). Avevamo immaginato cose del genere, ma sarebbe interessante capire quali altri nomi erano scritti su quelle lavagne. Noi un'idea ce l'abbiamo, se anche tu pensi che parecchi di quei lecc***li oggi ci governano segui@lafionda