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PoliticaLa fionda è una rivista e un blog aperto. È lo strumento di chi si ribella all’oppressione. https://www.lafionda.org - t.me/lafionda
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Pubblicato 16 ago
Dopo circa tre ore di meeting, Donald Trump e Vladimir Putin hanno annunciato alla stampa radunata a Anchorage, Alaska, per assistere al summit bilaterale russo-americano, l’esito positivo e costruttivo del colloquio. Ma, significativamente, non è emerso nulla di concreto e decisivo: nessuna apertura di Putin a un cessate il fuoco immediato in Ucraina né degli Usa a quel ridimensionamento delle sanzioni che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov riteneva auspicabile. Sebbene Trump sperasse di raggiungere un accordo per un cessate il fuoco immediato, ha riconosciuto che i due leader non ci sono riusciti, almeno per ora. "Non ci siamo ancora arrivati, ma abbiamo fatto qualche progresso", ha dichiarato ai giornalisti, "Non c'è accordo finché non c'è un accordo". Se la sostanza è rimasta incerta, l'atmosfera è stata straordinaria da un punto di vista diplomatico. https://it.insideover.com/politica/putin-trump-la-diplomazia-e-tornata-ma-ci-vorra-tempo-per-la-pace-in-ucraina.html
Pubblicato 15 ago
Se no? Di Marco Travaglio A leggere le nostre gazzette, si direbbe che Trump e Putin attendessero con ansia le istruzioni di Zelensky e dell’Ue (o dei suoi soci più mitomani, detti anche “volenterosi”) prima di incontrarsi oggi in Alaska per discutere delle loro faccenduole: Medio Oriente, Cina, Brics, Pacifico, Baltico, Artico, armi strategiche, gas, petrolio, terre rare, IA. Le istruzioni sono perentorie: “Non decidete nulla senza di noi”. Ovvio che Trump e Putin prendano buona nota scattando sull’attenti: “Ci mancherebbe, ogni vostro desiderio è un ordine. Anzi, mandateci qualche riga in ucraino e noi firmiamo a scatola chiusa”. Questa versione fumettistica della geopolitica, basata sul manicheismo buoni/cattivi, anzi amici/ nemici, non smette di sortire effetti tragici: gli ucraini spinti 11 anni fa ad avventurarsi nella guerra civile poi sfociata nella guerra aperta con la Russia, entrambe perse in partenza. Ma anche comici: i governi che hanno perso la guerra dettano condizioni ai russi che la stanno vincendo ogni giorno di più e, già che ci sono, pure agli americani. La domanda che aleggia nell’aria quando parlano è semplice: “Se no?”. Di solito chi lancia ultimatum con la faccia feroce e la voce grossa ha il coltello dalla parte del manico: se il destinatario disobbedisce, peggio per lui. Ma quali leve, armi di pressione, rappresaglie hanno in serbo i mitomani di Bruxelles e Kiev nel caso in cui Trump e Putin non ottemperino ai loro diktat? La linea Maginot europea si è vista alla prova dei dazi. Appena ha visto Trump nel suo golf club privato in Scozia, Ursula si è sciolta come neve al sole: “Hai detto 15%? Ma non sarà poco?”. Un budino avrebbe resistito di più. Zelensky è un presidente scaduto e sconfitto, tra l’esercito in ginocchio che tracolla su tutto il fronte e il popolo stremato che invoca una tregua purchessia e rimpiange i bei tempi della neutralità, dopo aver assaporato i balsamici effetti di quell’affarone chiamato Nato. Trump l’aveva avvisato alla Casa Bianca: “Non hai carte”. Era un consiglio da amico: i falsi amici europei lo convinsero che fosse un “agguato”. Ora, se firma la pace sul fronte attuale, passa per uno che “cede” o “regala” territori, come se si potesse cedere o regalare ciò che si è perduto (in Donbass i russi stanno già ricostruendo e tutti sanno che quella ormai è Russia, come la Crimea); e deve guardarsi le spalle da nazionalisti e nazisti “amici”, tipo Azov. Se non firma, condanna altri ucraini a morire senza sapere perché: l’ha ammesso lui stesso di non poter recuperare i quei territori. E intanto ne perderà altri, perché Trump un’arma di pressione ce l’ha: appena chiude il rubinetto delle armi, Zelensky alza bandiera bianca. Che non è l’inevitabile “pace sporca” oggi rifiutata: è la resa senza condizioni. 🔴 Per ricevere tutti gli aggiornamenti segui Giorgio Bianchi Photojournalist
Pubblicato 15 ago
https://x.com/SavinoBalzano/status/1956248326145552468?t=A5HcKAkqZrSBH5oG0lAtyg&s=19 Vi rendete conto? A stretto giro si incontreranno #Putin e #Trump per provare a mettere finalmente fine alla guerra che da tre anni infuria vicino alla nostra porta di casa. Si incontrano la #Russia e gli #USA. La cosa apparentemente assurda, se ci pensate un attimo, è che all'incontro mancheranno proprio quelli che ci hanno rimesso di più. Paradossalmente, si vedranno quelli che in un modo o nell'altro ci stanno guadagnando. Insomma, che l'#Ucraina ci abbia rimesso non c'è bisogno nemmeno di argomentarlo: è un paese distrutto, un popolo in ginocchio. Ci vorranno decenni e moltissimi soldi (in gran parte probabilmente nostri) per restituirle un barlume di dignità. E poi non ci saremo noi, l'#UE e gli europei in generale. Noi che abbiamo avuto quella guerra quasi fuori dall'uscio di casa, noi che abbiamo impoverito i nostri popoli infliggendo sanzioni a #Mosca che in realtà stavamo pagando, noi che abbiamo perso il nostro rapporto commerciale (principalmente energetico) con i russi, noi che ora siamo costretti a comprare energia costosissima dagli statunitensi, noi che abbiamo dovuto subire l'aumento delle spese militari al 5% del PIL (a proposito, nemmeno Rutte è invitato. Per il semplice motivo che la #NATO è presente se è presente Trump. Il maggiordomo resta a casa a curare le piante), noi che abbiamo mandato giù i dazi fingendo fossero mentine. Ci dicono che questo è un incontro preliminare e che se ne organizzerà presto un altro. Ieri mio figlio ha avuto una crisi di pianto quando gli ho detto che doveva lasciare lo scivolo e gli altri giochi sulla spiaggia: gli ho promesso che ce lo avrei riportato più tardi. Poche ore dopo era nella sua culla a dormire. Stessa dinamica. Solo che lui ha meno di due anni, si consoli: ci può stare. Da un lato, qualcuno potrebbe rispondermi – a ragione – che in realtà non c'è nulla di strano: era una guerra per procura tra Russia e Stati Uniti e adesso quelli si incontrano per fare la pace, per tentare di farlo quantomeno. Dall'altro lato, però, non posso non registrare l'assoluta assenza di dignità da parte di tutti quelli che si sono resi semplicemente ridicoli in questi tre anni. Gente che non contava e continua a non contare assolutamente nulla, ma che ha abbaiato per tre anni come se contasse qualcosa, latrando febbrilmente la propria inadeguatezza. E siamo costretti ancora ad ascoltarli: #Zelensky, dipinto come un democratico mentre è solo l'ennesimo autocrate, che sostiene di non voler concedere territori alla Russia. Come se si potesse concedere qualcosa che un altro si è già pappato. Se li riprenda, allora, se ne è capace. E lo faccia con le sue armi e i suoi uomini. Gente come #KajaKallas, rappresentante della politica estera dell'Unione Europea, ovvero di qualcosa che letteralmente non esiste. Alta rappresentante, la chiamano. Figuriamoci se fosse stata bassa rappresentante. (...) Come faremo a raccontare questa guerra, dopo aver sostenuto che gli ucraini erano come i nostri partigiani, dopo aver affermato che lottassero per la democrazia e la libertà? Cosa scriveremo sui libri di storia, dopo aver dichiarato una guerra di civiltà, contro la barbarie dell'oscurantismo, dopo aver dipinto l'intera Russia come un paese di mostri, di cani senza alcuna ragione? Se avessimo ammesso le nostre responsabilità prima, durante e dopo il conflitto, come ad esempio chiedeva di fare Francesco, ora sarebbe più semplice perdere e trattare col nemico. Ma noi siamo stati vili fino al midollo e adesso ci attende la peggiore infamia, quella che meritiamo.
Pubblicato 14 ago
Baudrillard a Gaza: quando il dolore diventa simulacro Salvatore Setola Nel fitto, spesso indecifrabile universo dei post-strutturalisti francesi, Jean Baudrillard occupa una posizione solitaria, distante anni luce dal sistema solare del postmoderno. La distanza non riguarda soltanto lo stile o la terminologia, ma soprattutto la concezione del potere. Per Foucault, Lyotard o Deleuze, il potere è una forza pervasiva, capace di infiltrarsi in ogni… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/14/baudrillard-a-gaza-quando-il-dolore-diventa-simulacro/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 13 ago
Le classi dirigenti europee, non a loro nome ma sotto l’influenza di potentati che le coprono, osino oggi ostacolare il tentativo di accordo tra Putin e Trump in Alaska e chiedano a gran voce la partecipazione al vertice di un politico fantoccio, Zelensky, in rappresentanza loro più che del popolo ucraino. Si legge nell’articolo di oggi pubblicato sul Fatto Quotidiano da Elena Basile. L’Europa e Zelensky non sono variabili indipendenti. Si oppongono alla “pace sporca” per difendere interessi, molto più sporchi, delle oligarchie mondiali. Sono stati messi lì e resistono aggrappati alla loro poltrona per questo. La Meloni, anche lei con le mani sporche di sangue palestinese, si accoda alle sanzioni alla Russia come arma di pressione al fine di ottenere un negoziato più favorevole all’Ucraina. Ne abbiamo parlato con l’Ambasciatrice in una straordinaria intervista, alle 18:30 qui: https://youtu.be/TzWHJxFWD-8?si=opb728RR1g8JkM1f
Pubblicato 13 ago
Il veterano delle forze speciali USA Tony Aguilar denuncia scioccanti crimini di guerra a Gaza Samira Stephan https://youtu.be/QRjEMbHXM4Q?si=idIYYnVui5kOxK12 Traduzione dell’intervista di Tucker Carlson a Tony Aguilar, pubblicata il 13 agosto 2025 (“US Green Beret Veteran Tony Aguilar Details the Shocking War Crimes He’s Witnessing in Gaza”) Intervistatore: Signor Aguilar, grazie mille per essersi unito a noi. Prima di farle qualsiasi domanda, voglio leggere la sua biografia, perché voglio… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/13/il-veterano-delle-forze-speciali-usa-tony-aguilar-denuncia-scioccanti-crimini-di-guerra-a-gaza/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 13 ago
I sacri confini di Marco Travaglio da il fatto quotidiano 13 agosto 2025 Da che mondo è mondo, i negoziati che seguono alle guerre cambiano i confini degli Stati a vantaggio di chi le ha vinte. In Medio Oriente le guerre prima difensive e poi offensive di Israele hanno modificato decine di volte i confini di tutti i suoi vicini: Cisgiordania, Gaza, Egitto, Giordania, Siria, Libano. Solo nell’ultimo anno, nell’impunità totale, il governo Netanyahu s’è mangiato una fetta di Libano e una di Siria, dove anche la Turchia (membro Nato) controlla regioni a nord. Trump ha appena mediato, dopo 30 anni di guerra sanguinosa, la pace fra l’armenia cristiana filorussa l’azerbaigian islamico filoturco, che due anni fa cancellò dalla carta geografica l’enclave armena del Nagorno-karabakh, con una spaventosa pulizia etnica e l’esodo di 120 mila superstiti. Dinanzi a queste e a molte altre violazioni del diritto internazionale e umanitario, l’occidente non ha mai fatto una piega. Ora però è bastato l’annuncio che Trump e Putin si vedranno per chiudere la guerra in Ucraina con un compromesso territoriale perché i Dem Usa e l’europa si sollevassero come un sol uomo sbraitando che “i confini internazionali non devono essere modificati con la forza”. Ma tu pensa. Devono soffrire di amnesia o di narcolessia. Perché sono gli stessi Paesi Nato che nel 1999, regnante Clinton, mentre fingevano di trattare con la Russia (di Eltsin, non di Putin) a Rambouillet sulla crisi serba, iniziarono a spalleggiare i secessionisti albanesi e islamisti del Kosovo, fino a bombardare Belgrado e altri centri della Federazione Jugoslava per 11 settimane, col pretesto della pulizia etnica serba e fingendo di non vedere quella dell’uck. Risultato: dai 1.200 ai 2.500 morti civili e un esodo di 300 mila serbi e rom cacciati dalle loro case, date alle fiamme insieme a ospedali, scuole, uffici postali e 150 monasteri ortodossi. La pace di Kumanovo, ratificata dalla risoluzione Onu 1244, impose il ritiro temporaneo dell’esercito serbo dal Kosovo, ma vi riconobbe la sovranità di Belgrado. Nel 2001 Milosevic fu arrestato dal Tribunale penale internazionale: fu trovato morto nel 2006, ancora in attesa di giudizio, nel carcere dell’aja, dove spiccava l’assenza dei criminali di guerra kosovari. Nel 2008 il Kosovo proclamò unilateralmente l’indipendenza in barba a Kumanovo e all’onu, cioè al diritto internazionale. Ma fu subito riconosciuto da Usa, Canada, Giappone, Australia e 22 Stati Ue, Italia inclusa (non invece da altri 91 Stati, fra cui Serbia, Russia, Cina e Spagna). Nel 2014 la Crimea e parte del Donbass si staccarono dall’ucraina con tanto di referendum dopo il ribaltone di Maidan, ma nessuno in Occidente le riconobbe. Si erano scelti il nemico sbagliato: quello che confonde il diritto internazionale con il menu
Pubblicato 13 ago
https://x.com/SavinoBalzano/status/1955525498030719325?t=Wi_pEC80mNbXHbKY-Nj_jg&s=1 Sono oltre 240 i giornalisti colpiti da #Israele dall’avvio dell’ultima fase del genocidio del popolo palestinese. Oltre 240 persone che, eroicamente, provavano a raccontare l’orrore, i crimini che un paese sta compiendo ai danni di un popolo ridotto alla fame e alla sete, privo di ogni mezzo essenziale alla sopravvivenza che possa venirvi in mente. Ormai praticamente più nessuno ha il coraggio di difendere l’orrore scatenato da Israele, neppure chi sosteneva che #Netanyahu stesse facendo il lavoro sporco per noi. A #Gaza, ma non solo, i giornalisti sono diventati un obiettivo deliberatamente individuato: non devono raccontare, non devono contrastare la propaganda di alcune agenzie, finanziata con milioni e milioni di euro, orientata a dipingere Israele come la vittima e non come ciò che è davvero: uno stato terrorista e canaglia. Qualsiasi giornalista dovrebbe inorridire dinanzi a tale strategia, eppure, in Italia, un giornalista del Servizio Pubblico, Antonino Monteleone, esulta per l’uccisione di Anas al-Sharif, giornalista ventottenne di Al Jazeera. A parte la scelta codarda di impedire i commenti al suo post, tipica di chi è consapevole della ridicola debolezza di certe affermazioni, colpisce che uno che da anni si batte per dar voce a chi professa l’innocenza di coloro i quali sono ancora considerati i responsabili della strage di Erba, Olindo Romano e Rosa Bazzi, con tanta leggerezza affermi che Anas al-Sharif fosse un terrorista. Alla faccia del garantismo. Quali sarebbero gli argomenti a suffragio di tale posizione? Alcuni post che il giornalista avrebbe scritto in sostegno di #Hamas e del 7 ottobre. Ammesso che siano autentici, sono sufficienti a considerarlo un terrorista? In effetti sono in molti a ritenere — a mio avviso sbagliando — che quella del 7 ottobre fosse una reazione legittima ai crimini subiti dal popolo palestinese da decenni. Attenzione, possiamo anche starci a questo modo di ragionare. Occhio però, Antonì, perché è rischioso: in molti considerano le azioni di Israele criminali, a partire dalle Nazioni Unite e dal Tribunale internazionale dell’Aia. Dunque, aiutami a capire, stando al tuo metodo: un post in sostegno dell’operato di Israele rende l’autore un fiancheggiatore di quanto accade oggi a Gaza? Shireen Abu Akleh? Ti tice niente il suo nome? Terrorista anche lei?
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Pubblicato 12 ago
Oggi, sul @fattoquotidiano, alcune mie riflessioni sulle facce dei perdenti. Se Trump e Putin dovessero concludere qualcosa di decente, le ulcere non si conterebbero più: Von der Leyen, Kallas, Macron, Merz, Starmer, Rutte, Meloni, Mattarella… Ve le immaginate le loro espressioni? E ora pensate agli stomaci di tutti quelli che per anni ci hanno raccontato le storielline che sappiamo a memoria e che non vale neppure la pena ricordare. Tra gli sconfitti ci siamo anche noi: più poveri e con la consapevolezza di vivere in un mondo molto meno democratico di quanto si voglia credere. Ultima notazione: se i palestinesi devono contare su questa gente — penso al teatrino del riconoscimento del loro Stato o alla pagliacciata degli aiuti umanitari lanciati dal cielo — poveri loro!
Pubblicato 12 ago
Genocidio: istruzioni per l’uso Giuseppe Gagliano Genocidio. Non lo puoi dire, ma puoi farlo. Anzi, puoi guardarlo in diretta, con i numeri che scorrono come il punteggio di una partita. L’unica differenza è che qui il risultato è sempre lo stesso: migliaia di civili uccisi, quartieri rasi al suolo, bambini sotterrati vivi. Il gioco è noto: cambiare le parole per… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/12/genocidio-istruzioni-per-luso/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda
Pubblicato 11 ago
Anas al-Sharif. Anas al-Sharif. Anas al-Sharif. Qualche giorno fa, il nostro direttore Fulvio Scaglione aveva registrato un video che iniziava proprio con queste parole: il nome del reporter palestinese di Gaza che lavorava per Al Jazeera e che era stato messo nella lista nera dell’esercito di Israele. Guarda caso, poche ore fa Anas al-Sharif è stato ucciso, insieme ad altri quattro colleghi di Al Jazeera, in un bombardamento mirato delle forze armate di Israele. Ora ci aspettiamo naturalmente un fiume di interventi di colleghi come Polito, Cerasa, Mentana, Ferrara, che sicuramente non saranno insensibili al fatto che l’esercito di Israele dal 7 ottobre 2023 abbia finora ammazzato 300 giornalisti, nell’evidente intento di cancellare qualunque forma di testimonianza di quello che sta facendo, soprattutto a Gaza, dove è stato ucciso il 90% di questi giornalisti (un numero decisamente inferiore dei 300 giornalisti è stato ucciso in Libano, Siria, Cisgiordania occupata) #gazagenocide#journalistsarenotargets
Pubblicato 11 ago
No, la forza non cambia i confini Umberto Vincenti È quanto ci ha insegnato ieri l’Europa. Per bocca dell’Alta Rappresentante per la politica estera UE, Kaja Kallas, per la quale «tutti i territori temporaneamente occupati (dai russi) appartengono all’Ucraina»; e poi in una dichiarazione congiunta, sottoscritta anche dall’Italia, dove è evocato il principio normativo di diritto internazionale secondo cui «i confini internazionali non… Continua...👇 https://www.lafionda.org/2025/08/11/no-la-forza-non-cambia-i-confini/ 🔴Entra nel canale Telegram de @lafionda